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Tra sviluppo sfrenato e sviluppo sostenibile... (di Roberta Marzola)


Tra sviluppo sfrenato e sviluppo sostenibile, “decrescita felice” e decrescita demografica


Il concetto di sviluppo sostenibile è maturato principalmente in ambito economico per risolvere il problematico rapporto uomo/ambiente, che si concretizza nelle difficoltà di approvvigionamento energetico e nell’inquinamento ambientale. Concepito nel corso degli anni settanta (volendo individuare un punto fermo, nasce con la pubblicazione dello studio del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”), propone un modello economico fondato su due nuovi parametri: il “capitale prodotto dall’uomo” e il “capitale naturale”. L’ambiente diventa dunque un fattore determinante nel calcolo economico.
 
Nel corso degli anni, lo sviluppo sostenibile è andato rapidamente a costituire il background culturale dei movimenti ambientalisti e dei partiti verdi; la sua portata si è poi allargata alla maggioranza degli schieramenti politici e culturali, fino a divenire un must del politically correct.
 
Oggi ci troviamo dunque a confrontarci con una filosofia culturale, sociale, economica e politica improntata allo sviluppo sostenibile. È chiaro che, dopo il secolo dello “sviluppo (industriale) sfrontato”, il XXI sarà il secolo del progresso equilibrato e sostenibile, appunto, per far fronte al graduale impoverimento delle risorse del pianeta ed al suo inquinamento antropico.
 
Tuttavia, in questi anni stanno mettendo radici alcuni movimenti culturali (che probabilmente fioriranno nel secolo ancora a venire) che propongono approcci diversi ai problemi energetici ed ambientali: essi individuano proprio nel concetto di “sviluppo” il nodo da risolvere.
 
Tali visioni propongono di rivedere lo stile di vita a cui lo sviluppo sfrenato (trainato dall’assolutizzazione del denaro) ci ha portati ed abituati, ridimensionando l’importanza della crescita economica fine a se stessa, tipica del XX secolo, ma anche l’importanza stessa della crescita così com’è concepita all’interno del modello “sostenibile”.
 
Non invitano a vivere come gli Hamish, né a bloccare ogni ulteriore sviluppo tecnologico ed economico. Il fulcro di queste impostazioni culturali “alternative” consiste nella valorizzazione di parametri umani ma non ciecamente antropocentrici, ridimensionando i criteri economici, tuttora sopravvalutati. La capacità creativa, le relazioni interpersonali, il tempo libero, la manualità, il riposo, la qualità della vita, il rispetto dei ritmi e delle regole della natura sono solo alcuni di questi valori.
 
La vita dell’uomo occidentale ha subito una mutazione totale nel giro di soli cento anni, e questa sembra essere la ragione principale per cui oggi ci si ritrova pieni di allergie e malattie psicosomatiche inspiegabili, o un tempo rarissime. Da esseri integrati nel paesaggio naturale, capaci di costruire borghi pittoreschi e qualche infrastruttura per contenere la natura ed agevolare la convivenza (strade, illuminazione, acquedotti…), siamo diventati devastatori del pianeta, riuscendo ad intaccarlo dalle viscere (si pensi ai terremoti generati dagli esperimenti nucleari o all’inquinamento delle acque di falda) fino al suo confine più esterno (lo strato di ozono “bucato”). Per ora ci siamo fermati qui, ma ci stiamo attrezzando per superare questi limiti ed inquinare anche il resto del sistema solare, dove abbiamo già abbandonato i primi residui delle esplorazioni spaziali, mentre si sta già pensando a popolare Marte.
 
È in questo contesto che in molti si chiedono: forse c’è qualcosa che non va nel nostro modo di intendere la vita sul pianeta…
 
Lo fece negli anni settanta, in ambito scientifico, lo scienziato James Lovelock, formulando la teoria di Gaia per cui ogni essere, vivente e non, è interdipendente rispetto a tutti gli altri che popolano la terra. Creò un certo scalpore, ma questa “visione” fisico-matematica negli anni ha portato i suo frutti anche in altre discipline: sociologia, etica, economia globale e “domestica”…
 
Sono sorti così movimenti di pensiero, in forme più o meno organizzate, con un comune denominatore: non possiamo continuare a “svilupparci” come negli ultimi cent’anni, pena la nostra stessa sopravvivenza di specie umana. Il concetto di sviluppo va rivisto e rielaborato: così dapprima si approdò al principio della sostenibilità, mentre ora si stanno diffondendo nuove concezioni fondate sul “buon senso”.
 
Ma cosa significa “buon senso”? Significa abbassare il riscaldamento se in casa stiamo girando in maniche corte; significa eliminare il PIL come indicatore (puramente economico) del livello di benessere di una nazione; significa rinunciare alla nociva comodità dei cibi industriali per tornare alla salubrità delle ricette casalinghe; significa realizzare su larga scala e mettere finalmente in commercio i prototipi di automobili meno inquinanti (cioè automobili costruite con materiali leggeri – prima ancora di quelle alimentate con combustibili alternativi – perché è lì che la tecnologia ha dato i suoi migliori frutti). Significa quindi coniugare il sapere scientifico-tecnologico con la saggezza delle tradizioni.
 
Questa filosofia di vita (nonché politico-economica) a seconda dell’ambito in cui viene applicata può assumere diverse connotazioni e sfumature, ma, lo ribadiamo, origina in ogni caso da una comune fonte di buon senso.
 
Un concetto fondamentale per questo nuovo movimento culturale è la “decrescita felice”; il manifesto è stato creato da Maurizio Pallante, esperto in politica energetica e tecnologie ambientali, ed è oramai diffuso e conosciuto da qualche anno. Troviamo poi la versione “scientifica” del manifesto nel pensiero dell’esimio economista Serge Latouche.

Nell'ottica di un ripensamento dell'attuale modello di sviluppo, però, non possiamo non pensare all’inarrestabile prolificazione umana che caratterizza non solo l'area del "terzo mondo", ma inaspettatamente, calcoli alla mano, anche le nazioni occidentalizzate. Infatti, il “problema demografico” va capovolto rispetto all’accezione a cui stampa, leader politici e statistiche ci hanno abituati: il mondo è sovraffollato, le risorse sono limitate e ormai anche lo spazio pro capite si è ridotto al limite minimo di vivibilità.
Purtroppo, pochissimi movimenti, opinion leader e ricercatori si occupano della questione; tra i rari interventi sul tema pubblicati in web, segnaliamo Luigi De Marchi, Fabrizio Ponzetta e il Laboratorio Eudemonia.


(Copyright 2006 Roberta Marzola)


Per approfondire:

:: dai video di Olistica.tv: Ecologia e salute

:: dall'Enciclopedia olistica:
> sviluppo sostenibile
> Maurizio Pallante
> Roberta Marzola

:: dall'Antologia olistica:

> Manifesto del doposviluppo (di Serge Latouche)

> Manifesto per la decrescita felice (di Maurizio Pallante)
> PIL contro PIL (di Danilo D'Antonio)


Libri:

La decrescita felice
:: Leo Hickman, La Vita Ridotta all'Osso, Ponte Alle Grazie 2007
:: Eugenio Benetazzo, Best before - prepàrati al peggio!, Macro Edizioni 2007
::
Ernest Callenbach, Ecologia, Filoderba 2003
:: Barbara Taylor, Rifiuti, Editoriale Scienza 1991
:: Roberta Marzola, Chi non inquina risparmia, Jubal 2004
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