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PIL CONTRO FIL (FELICITÀ INTERNA LORDA) |
RICERCHE DI VITA (il blog di Giacomo Bo)
Gocce di Saggezza
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By Giacomo Bo on
30/06/2007 16.14
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IL PIL E LA FELICITÀ PERDUTA
In una società che nel corso dei secoli si è orientata sempre più verso una visione materialistica della vita, non stupisce più di tanto se oggi i parametri con cui si valuta il progresso ed il benessere siano indicatori materiali, come complesse formule matematiche, indici ISTAT e quant’altro.
Tra tutti questi numeri, quello che probabilmente viene preso in maggiore considerazione è il P.I.L., ossia il Prodotto Interno Lordo. Senza fare una noiosa lezione di economia possiamo definire il PIL come la ricchezza materiale prodotta dalle persone. Parliamo quindi di beni materiali, come automobili, case, spazzolini ecc.
La società moderna occidentale vede il suo benessere in funzione di questa variabile. Quando essa cresce, significa che ci sarà maggiore ricchezza per tutti perché verranno prodotti più beni. Quando invece diminuisce, si parla di decrescita nei casi più lievi, di depressione in quelli più gravi, come ad esempio quella negli Stati Uniti del 1929. Quando il PIL diminuisce vuol dire che si produce meno e quindi ci sarà minore ricchezza. Una prima osservazione critica che emerge consiste nel fatto che per produrre più ricchezza non basta produrre più beni, ma occorre anche venderli. Se ad esempio, l’industria automobilistica produce più auto ma queste rimangono invendute nei concessionari, non ci sarà alcuna maggiore ricchezza, quindi anche se il PIL cresce, non è detto che stiamo tutti meglio.
La considerazione più importante però riguarda il fatto che il PIL possa rappresentare veramente un indicatore della qualità della vita. In parole semplici, siamo proprio sicuri che producendo di più staremo meglio? Intanto, produrre una maggior quantità di qualsiasi cosa significa dover lavorare di più; inoltre, in un regime di concorrenza, questa maggior produzione non è detto che si traduca in un maggior guadagno. Ad esempio, una volta i negozi alimentari avevano orari ridotti rispetto ad oggi e chiudevano diversi giorni alla settimana, soprattutto la domenica. Da diversi anni invece molti rimangono aperti tutta la settimana. Ora si sta discutendo se, come già avviene negli Stati Uniti, valga la pena tenere aperto anche di notte, almeno fino alle 24, per consentire alle persone che lavorano di fare la spesa più comodamente. L’ipotesi sottostante è ovviamente sempre la stessa: lavoro di più = produco di più = sono più ricco. Nell’esempio citato questa equazione fallisce e difatti i negozianti non sono oggi più ricchi rispetto al passato ( e quelli americani non sono più ricchi di quelli degli altri Paesi che chiudono prima). Perché? Semplicemente perché siccome la spesa alimentare la devo fare comunque, la farò alle 18 se il negozio chiude alle 19 e alle 23 se il negozio chiude a mezzanotte. Quindi, nel momento in cui i negozi sceglieranno di tenere aperto di notte, non aumenteranno le loro vendite perché ovviamente tutti i negozi si comporteranno allo stesso modo. Invece, aumenteranno i costi, per i dipendenti, i consumi energetici ecc., quindi alla fine ci sarà una perdita di ricchezza.
Lo stesso discorso si potrebbe fare con l’avvento dei telefonini che hanno permesso alle persone di lavorare anche nei “tempi morti” come ad esempio durante i viaggi in treno. Dall’avvento e l’uso dei telefonino, la società non è diventata più ricca, ma semmai più povera perché queste innovazioni tecnologiche costano non poco.
Bisogna inoltre considerare che se per produrre di più occorre lavorare di più, questo significa avere meno tempo libero, e quindi meno tempo per godersi la vita.
Ritorniamo ora alla considerazione generale che se il PIL cresce, significa che sono stati prodotti più beni materiali, quindi ora occorre vendere o consumare tali beni, altrimenti l’economia si inceppa, ossia non viene prodotta ricchezza reale. Ecco quindi gli inviti sempre più pressanti dei mass-media, della pubblicità e dei poteri politici ed economici a “consumare”, attraverso formule sempre più invitanti, come rateizzazioni dei pagamenti, sconti ecc. La conseguenza di ciò è che la gente corre negli ipermercati e compra, compra, compra… cose che per la maggior parte si rivelano superflue, inutili o non necessarie. Grazie a questo, l’economia gira ma noi ci ritroviamo con più beni inutili e meno soldi.
Arriviamo quindi alle conclusioni: continuare su questa strada di produrre di più per stare bene si dimostra sbagliato, perché non solo non abbiamo bisogno di questo sovrappiù, ma soprattutto perché il prezzo che si paga per tutto ciò è una diminuzione del valore umano della vita. Passare ore e ore in fabbrica o negli uffici per produrre, sacrificando il tempo per la famiglia, i figli, gli affetti, le cose di valore della vita, non produce più felicità e benessere interiore, e difatti ce ne stiamo accorgendo proprio in questi anni, dove il PIL continua a crescere ma non siamo più felici.
Occorre quindi prendere in considerazione un altro indicatore: il F.I.L:, ossia la Felicità Interna Lorda, che misura quanto siamo felici nella nostra vita. PIL e FIL non vanno quasi mai d’accordo, perché per essere più felici abbiamo bisogno di più tempo per noi e per la nostra vita, e questo ovviamente non fa crescere il PIL. L’obbiezione dei materialisti è che l’uomo non è felice se non ha la ricchezza materiale, ed entro un certo limite è vero, perché se non abbiamo nemmeno i soldi per comprare del cibo, dei vestiti, per mandare i figli a scuola ecc, la vita è veramente misera. Però, esiste un limite, e questo limite è rappresentato dai giovani d’oggi che vogliono la Ferrari, il Rolex, il cellulare ultimo modello ecc. o come quella bambina di 8 anni che piangeva perché la mamma non le aveva comprato la dodicesima Barbie.
La ricchezza materiale è utile per garantire la sopravvivenza fisica, senza la quale occorre essere dei mistici eremiti per essere felici comunque. Occorre però sapersi fermare al momento giusto, ed occuparsi di qualcos’altro che non sia grezza materialità, perché l’uomo non vive di sola materia e non è un essere meramente fisico. Quando la vita materiale funziona entro certi limiti, si crea una spazio per dedicarsi a se stessi, alla ricerca interiore e all’introspezione, alla cura degli altri, al vivere gli affetti importanti, al realizzare le proprie mete evolutive. Lo scopo del “fare i soldi” dovrebbe essere proprio questo: emanciparci dall’ansia per le necessità materiali e poterci occupare dei bisogni spirituali. A volte però non occorre avere tanti soldi per godere di questi momenti; questo spazio può apparire tutti i giorni, nei momenti a volte più imprevisti, come quando salta un appuntamento e ci ritroviamo con due ore libere. Cosa facciamo allora? Ci dedichiamo a noi stessi oppure “riempiamo” con altra materialità? Scopriamo così che non è né facile né scontato che se abbiamo del tempo libero ci occuperemo di noi stessi e della nostra interiorità. La maggior parte delle persone investe il proprio tempo libero in altro modo. Però, se vogliamo veramente stare meglio, dobbiamo abbandonare definitivamente l’idea che la ricchezza materiale possa darci questa agognata felicità, e dobbiamo impegnarci seriamente lungo un percorso di crescita e di miglioramento personale.
Vorrei concludere con una citazione importante: viene da Robert Kennedy, fratello del famoso JFK presidente degli Stati Uniti, durante un’assemblea di economistia a Detroit nel maggio 1967.
“Il nostro Pil è il più antico del mondo. Ma conteggia anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanza che raccolgono i feriti sulle autostrade. Conteggia la distruzione delle nostre foreste e la scomparsa della nostra natura. Conteggia il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti nucleari. Il Pil, invece, non conteggia la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione, la gioia dei loro occhi. Non prevede la bellezza della loro poesia o la saldezza dei nostri matrimoni. Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità, la nostra intelligenza, la nostra saggezza. Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta.”
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: Ecologia e salute
Leggi nell'Antologia olistica: > PIL c ...
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Ricordando Tiziano Terzani |
IL BLOG DI PIERO VERNI
mondi orientali
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By Piero Verni on
26/06/2007 1.19
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Ricordando Tiziano in attesa
dell'uscita del suo libro sulla Cambogia
Era stata annunciata per maggio (ma penso
sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria)
l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani
sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato
fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in
altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo
Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate
al suo rapporto con il Tibet.
Tiziano
Terzani e il Tibet La prima volta che
sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo
conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora
rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno
consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era
"solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der
Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui
spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi
in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo
elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si
era all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una
lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella
trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot
e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera
situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così
profondamente la sua esistenza professionale ed umana.
In quel periodo pochi,
pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da
alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava
raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della
comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un
parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e
quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo
martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e
che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di
opinione pubblica e governi.
Più o meno nello
stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a
mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso,
appassionato e riuscito:
La
Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina
Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente
successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte
di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e
impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto
profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al
Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o
ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti
dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo
dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare
poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le
parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a
cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana,
potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita
era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le
ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.
Tra le tante fortune
che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano
Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti
pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e
in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a
Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel, così mi volle incontrare per fare una
chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con
un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se
ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura
tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi
come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento
così insistente, i tagli di luce così puri e tersi. Andammo avanti fino a notte
inoltrata. Lui che chiedeva, io che rispondevo e a mia volta facevo a lui molte
domande. Sorrise quando gli ricordai l'intervista televisiva in cui parlava del
Dalai Lama e gli raccontai che avevo fatto acquistare all'Associazione
Italia-Tibet le ultime copie del suo La Porta Proibita (oggi ristampato da Longanesi e venduto, credo, in decine di migliaia di
copie). Inutile dire che dal Mustang il discorso ben presto si ampliò fino ad
abbracciare l'intero universo tibetano, il maoismo, i rapporti tra la Cina, l'India e il Tibet. Tra
l'altro, ridendo, Tiziano mi disse che si riteneva in qualche modo un "osservatore
privilegiato" dell'universo tibetano che frequentava, "come dire,
quotidianamente", avendo due ragazze tibetane che si prendevano cura della
sua abitazione indiana. Con mia grande gioia a quella prima chiacchierata ne
seguirono molte altre per tutto il periodo in cui Tiziano rimase a Delhi e
anche se non si discuteva solo di Tibet, di sicuro quello era uno dei nostri
argomenti preferiti. Penso di poter dire che il suo interesse per il
"Paese delle Nevi" era attraversato da una particolare forma di
simpatia. Forse sarebbe esagerato dire che lo amasse ma certo ne parlava sempre
con grande tenerezza. Gli piaceva frequentare i tibetani. Ad esempio era
felicissimo quando ai nostri incontri partecipava anche mia moglie Karma, a cui
non si stancava mai di chiedere notizie sulla sua condizione di profuga
tibetana. In particolare gli piaceva nei tibetani quel sapere essere fedeli
alle proprie radici senza chiudersi in una dimensione reazionaria. "Non
hanno bisogno di recinti, che poi sono prigioni per chi li alza," mi
diceva spesso, "per essere fedeli a loro stessi". Così come lo
intrigava -e ammiccava sornione quando ne parlava- quel sottofondo di magia,
superstizione e mistero che secondo lui, "... c'è nel fondo dell'anima di
ogni tibetano". E la cosa lo divertiva, lui così profondamente laico ma
proprio per questo in grado di accettare anche e soprattutto i punti di vista e
i comportamenti tanto distanti dal suo.
Spesso parlava degli
elementi di contatto e delle differenze esistenti tra la Cina e il Tibet. E una delle
cose a favore di quest'ultimo era, secondo lui, la gran facilità che hanno i
tibetani di sorridere. "Quello che mi colpisce di questa gente", mi
confidò una sera, "è quanto siano pronti alla risata. Nonostante tutto
quello che hanno passato e che stanno passando è raro che un tibetano, mentre
stai parlando con lui, non sia pronto ad esplodere in una fragorosa risata. I
cinesi invece non ridono quasi mai e quando lo fanno è come se ne provassero
vergogna." Quello che invece
proprio non sopportava del mondo tibetano era la cucina. "Eh, qui invece
la vincono i cinesi. I tibetani hanno pochi piatti e non sono mai granché
appetibili. A cominciare da quelle terribili palline di tsampa [farina
d'orzo abbrustolita elemento tipico della cucina tibetana, N.d.C.] che
mangiano con il tè... che è pure salato! Vuoi mettere con la raffinatezza della
cucina cinese. E che dico cinese! E' una cucina di un continente immenso dove
ogni regione ha ...
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Definizione e presupposti della P.N.L. |
METACOMUNICAZIONE
Inconscio e PNL
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By Satyam on
23/06/2007 13.02
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Definizione di Programmazione Neuro Linguistica
PROGRAMMAZIONE:
Si riferisce al processo di organizzare le componenti di un sistema (in questo caso le rappresentazioni sensoriali) per raggiungere obiettivi specifici.
NEURO:
Dal greco neuron, nervo, sta ad indicare il principio fondamentale che ogni comportamento è il risultato di un processo neurologico.
LINGUISTICA:
Dal latino lingua. Linguaggio, indica che i processi neurologici sono rappresentati, ordinati e messi in sequenza in modelli e strategie attraverso i sistemi del linguaggio e della comunicazione.
I presupposti della P.N.L.
1 - La mappa non è il territorio.
Ciascuno vive secondo il proprio modello unico del mondo (mappa individuale). Nessuna mappa individuale è più “reale” o più “vera” di qualsiasi altra. Non è il territorio o la realtà che limita la persona, quanto le scelte che sente disponibili attraverso la propria mappa. La memoria e l’immaginazione usano gli stessi circuiti sensoriali e potenzialmente hanno lo stesso impatto. Il corpo e la mente sono parti dello stesso sistema cibernetico; ogni cosa che accade in una parte del sistema influenzerà le altre parti. La mappa del mondo di ogni individuo è formata dalle sue rappresentazioni sensoriali personali e condiziona la sua esperienza del mondo.
2 - Ogni individuo possiede già (o potenzialmente ha) ogni risorsa che gli serve per fare ogni cambiamento desiderato.
3 - Non ci sono errori nella comunicazione, solo obiettivi. Non ci sono fallimenti, solo feedback.
4 - Il significato di una comunicazione sta nella risposta che provoca, indipendentemente dall’intenzione di colui che comunica.
5 - Se quello che stai facendo non ottiene la risposta desiderata, cambia il tuo comportamento finché solleciti quella risposta.
6 - In un’interazione tra più persone, quella che possiede una maggiore flessibilità di comportamento, può controllare il risultato della transazione.
7 - Il comportamento di una persona è separato dall’intenzione o scopo che ne sta a monte. Si presuppone che l’intento sia sempre “positivo” (considerando il contesto in cui si instaura)
8 - Ogni comportamento è comunicazione. L’essere umano ha almeno due livelli di comunicazione: uno conscio e uno inconscio. Una gran parte della comunicazione è non-verbale.
9 - Il valore positivo di un individuo non è mai messo in dubbio, mentre lo sono il valore e l’opportunità del comportamento interno ed esterno.
10 - Ogni persona compie sempre la migliore scelta possibile, rispetto al suo modello unico del mondo e alla situazione in cui si trova.
(Satyam)
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: PNL e ipnosi ericksoniana
Libri, CD, DVD, ebook:

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Meditazione, filosofia e psicologia |
RICERCHE DI VITA (il blog di Giacomo Bo)
Meditazione e Ricerca Spirituale
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By Giacomo Bo on
20/06/2007 19.52
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L’Oriente incontra l’Occidente
Nella cultura occidentale lo studio della realtà interiore di un individuo con le sue dinamiche, i suoi problemi ed i riflessi sulla vita quotidiana fu per molto tempo trascurato e sottovalutato: fu Sigmund Freud all’inizio del ‘900 il primo ricercatore a dedicarsi allo studio sistematico della mente e della coscienza, il primo a tentarne una comprensione scientifica e a curarne in qualche modo gli scompensi e le disfunzioni. Nacque così la moderna psicologia.
Nella cultura orientale la situazione è radicalmente opposta; non esiste una “moderna” psicologia perché da millenni si conoscono la mente, l’anima, il corpo e come essi stanno in relazione gli uni con gli altri. Il Buddhismo, l’Induismo, il Taosimo e tutte le altre tradizioni spirituali e religiose, ricercano all’interno dell’uomo il contatto con la divinità, consapevoli che il vero problema sta nell’errata identificazione con la mente e i suoi contenuti.
In modo molto sintetico potremmo dire la meditazione sta all’Oriente come la filosofia prima e la psicologia oggi stanno all’Occidente.
La meditazione si avvicina molto alla filosofia occidentale; la differenza più importante non è nei contenuti ma nei mezzi, nel senso che mentre il filosofo ragiona usando la mente, il meditante medita, ossia fa una pratica per annullare la mente. Questa differenza non è solo estetica, ma produce due persone diverse: l’erudito e il saggio. Il primo dispone di una conoscenza mentale, ossia frutto delle sue elucubrazioni, mentre il secondo ha maturato una saggezza frutto delle sua esperienza. Il primo ha riempito la sua mente di contenuti, il secondo l’ha svuotata e nel silenzio ha percepito la Verità. Esiste una storiella simpatica al riguardo: un giorno un erudito indiano deve attraversare un fiume e chiede un passaggio ad un semplice barcaiolo. Una volta sulla barca, egli domande al barcaiolo: “Conosci i Veda?”. “No”, dice quello. “Allora un quarto della tua vita è andata persa” conclude l’erudito. Dopo un po’ di nuovo chiede:” Conosci lo Yoga?” “No” risponde nuovamente il barcaiolo. “Allora due quarti della tua vita sono andati persi” risponde l’erudito. Mentre la barca prosegue nel suo percorso, egli fa una terza domanda: “Conosci la meditazione?”. E di nuovo il barcaiolo nega. “Allora, tre quarti della tua vita sono andati persi” conclude quello. Ad un certo punto, la barca colpisce una roccia e l’acqua inizia ad entrare velocemente. Il barcaiolo chiede all’erudito: “Sai nuotare?”. “No” risponde quello. “Allora”, dice il barcaiolo, “tutta la tua vita va persa!”.
Qual è invece il rapporto tra la meditazione e la psicologia?
Prima di tutto bisogna tracciare a grandi linee la differenza tra la filosofia e la psicologia; mentre la prima sonda i misteri dell’uomo e il suo rapporto con il divino e il cosmo, la psicologia studia la mente umana allo scopo di risolverne i problemi e riportare l’uomo a vivere con successo la propria esistenza.
Quindi, tornando al rapporto tra la meditazione e la psicologia, la prima tenta di trascendere la mente, mentre la seconda cerca di sanarla, guarirla, riportarla al pieno funzionamento. Grazie alla psicologia è possibile recuperare le abilità perdute e vivere con successo l’esistenza. Grazie alla meditazione si comprende che esiste qualcosa al di là della materialità e che la vera pienezza deriva solo dal contatto con il vero Sé, quella connessione con la propria natura infinita ed illimitata.
Il mio intento non è quello di sostenere la superiorità della meditazione rispetto alla psicologia, ma di mostrare che queste sono due strade diverse, che rispecchiano le scelte profonde che la persona fa rispetto alla propria esistenza. Coloro che desiderano avere successo nella vita, è ai moderni approcci terapeutici che devono rivolgersi, anche perché in questi ultimi cinquant’anni si sono sviluppate tecniche straordinarie, in grado di aiutare le persone a risolvere anche i traumi e le ferite più gravi. Invece, coloro che si sentono attratti dal divino, dovrebbero conoscere e praticare la meditazione, perché è solo trascendendo la mente che è possibile conoscere se stessi. Quest’ultima è la riflessione che spinge molti psicologi oggigiorno ad approfondire i propri studi, a conoscere l’Oriente, a sperimentare nuove linee di ricerca non convenzionali. Essi infatti scoprirono che la vera causa del problemi mentali è la mente stessa, la coscienza individuale o “Io”. Esiste però anche il movimento opposto, ossia molti maestri spirituali hanno dovuto conoscere meglio cosa sia la mente per aiutare i propri allievi nella meditazione, in quanto i traumi e i blocchi che si possono accumulare nella vita moderna non hanno paragoni con il passato, per cui se cinquemila anni fa bastava sedersi su un prato e la meditazione appariva spontaneamente, oggi occorrono intense sedute di terapia per avere un breve respiro di sollievo.
La mia esperienza personale e di lavoro con centinaia e centinaia di persone mi conferma questo fatto, ossia che per sostenere un individuo sul proprio percorso di crescita occorrono conoscenze sia psicologiche che spirituali, e dal loro sapiente mescolamento derivano mezzi e strumenti di eccezionale valore.
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > benessere e meditazione
Il progetto Ricerche di Vita
Libri:
Chi sono io? L'eterna ricerca della verità (di Giacomo Bo e Nadia Damilano Bo)
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Battiato e Gurdjieff |
VIDEO di Olistica.tv
Video musica, arti, trance
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By 1653739@aruba.it on
19/06/2007
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I seguenti passi di Battiato sono tratti dal libro intervista di Franco Battiato "Tecnica mista su tappeto - Conversazioni autobiografiche con Franco Pulcini" "Gurdjieff non insegnava a diventare santi, bonzi, yogi e fachiri. ... esercizi all’interno della vita quotidiana in un caffè o in un mercato. E’ il misticismo applicato alla vita. Io ho seguito la sua scuola per dieci anni e vi sono tuttora legato. ... [...] A differenza di certi sistemi più confortanti, quello gurdjieffiano è in fondo allarmante, difficile da accettare [...] Comunque Gurdjeff conosceva alla perfezione l’uomo, i suoi difetti, i sistemi della sua conoscenza e quelli che governano l’essere". Gurdjeff era un grande psicologo. "E’ riuscito ad andare alle cause dei movimenti. Ha diviso l'uomo in centri emozionale, sentimentale, sessuale e istintivo. E con precisione. All’interno di ogni centro vi sono delle divisioni: il centro intellettuale, per esempio, è diviso in superiore, medio, inferiore. Egli sosteneva che Einstein usava il suo centro superiore. La sua legge dell'ottava, della diffusione dell’energia nel cosmo, era anche quella eccezionale. Era, però, soprattutto un maestro pratico di vita. I suoi discepoli dovevano fare i conti con la brutalità del suo insegnamento. Sbatteva in faccia tutti i difetti delle persone ed era così convincente in questo suo pragmatismo sorprendente che tutti obiettivamente dovevano ammettere i limiti che lui rilevava."
Per approfondire:
:: dai video di Olistica.tv: > Gurdjieff filmato > Le danze sacre di Gurdjieff > Danze sacre originali di Gurdjieff (introdotte da J. De Salzmann) > Gurdjieff nell'Egitto preistorico > Gurdjieff film > Battiato, la politica e i politici
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Guardando la scena politica francese da... |
IL BLOG DI PIERO VERNI
società & politica
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By Piero Verni on
17/06/2007 19.41
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Guardando la scena politica francese da una finestra sull'Oceano Atlantico in Bretagna
Allora una destra guidata da un leader (Nicolas Sarkozy) intelligente, moderno, dinamico ed aperto ha vinto, dopo quelle presidenziali, anche le elezioni legislative e può quindi governare, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all'Assemblea Nazionale, e dimostrare se quella "rupture" di cui tanto si è vantata durante la campagna elettore resterà confinata al ruolo di un suggestivo slogan elettorale o invece segnerà concretamente il tempo della nuova era Sarkozy che oggi inizia in Francia. La sinistra, sconfitta alle presidenziali, annichilita al primo turno delle legislative (su 110 eletti ben 109 erano di destra) è riuscita al secondo turno ad evitare l'umiliazione e a impedire che la "vague blue" della destra diventasse un vero e proprio "tsunami". La notizia migliore che viene da questi quattro turni elettorali succedutisi in meno di due mesi (i due presidenziali e i due legislativi) è la quasi scomparsa di Le Pen e del suo Fronte Nazionale (il minaccioso protagonista delle elezioni presidenziali del 2002 di cui parla l'articolo che scrissi per "Re Nudo" cinque anni or sono e che alcuni amici mi hanno chiesto di ripubblicare in questo Blog); i voti che questo demagogo razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio sono finalmente tornati nelle più presentabili case da cui erano arrivati e il Fronte Nazionale, dopo essere sceso sotto il 10% alle presidenziali, non è riuscito a mandare nemmeno un deputato nel nuovo parlamento francese. Il numero attualmente in edicola de "Le Nouvel Observateur" giustamente titola: "La fin des années Le Pen". Quindi, adieu monsieur Le Pen, non rimpiangeremo la vostra retorica, il vostro antisemitismo, il vostro odio per ogni "diverso". Rimane solo il dispiacere che l'uscita di scena di questo personaggio non sia stata opera di una sinistra in grado di comprendere come la risposta sbagliata rappresentata dal voto lepenista poggiasse in larga misura su un disagio reale ed effettivo di tanti ceti popolari che sceglievano Le Pen come estrema protesta nei confronti di un mondo politico sempre più distante dai loro problemi. Chi invece è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale del Fronte Nazionale è stata la destra di Sarkozy e lo ha fatto senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza rincorrere Le Pen sul terreno della retorica e della demagogia. Il FN è stato sconfitto da una destra che ha saputo riconoscere i motivi che spingevano milioni di francesi, non razzisti, non fascisti, non antisemiti, a protestare turandosi il naso e votando l'impresentabile Le Pen; una destra che ha avuto l'intelligenza di nominare, su un totale di quindici ministri, ben sette donne e di affidare loro i principali dicasteri (interni, giustizia, agricoltura) e una di queste donne, Rachida Dati, è figlia di immigrati magrebini nata e cresciuta nei più degradati quartieri della periferia parigina; una destra che ha dato il ministero degli esteri al socialista Bernard Kouchner, fondatore dell'organizzazione Medici Senza Frontiere ed uno dei personaggi più impegnati sul fronte della solidarietà internazionale (e spiace veramente che, ricorrendo a riflessi pavloviani da Terza Internazionale, il Partito Socialista abbia espulso Kouchner reo di aver accettato la nomina a ministro). Non nascondo che seguo con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente lo avrei votato. Vedremo se a questo inizio promettente seguirà un'azione di governo positiva, dinamica, concreta come la sua campagna elettorale. Non ci metterei la mano sul fuoco ma confesso che ci spero. E ancor più spero che questa sconfitta non umiliante possa servire al Partito Socialista per rifondarsi, per tornare ad essere quella forza propulsiva, vivace e stimolante che era all'inizio dell'era Mitterand nei primissimi anni '80. Ritengo che all'interno del PS ci siano le energie, le intelligenze, le potenzialità per rispondere creativamente alla sfida posta dalla "vague bleu" di Sarkò e dar vita ad un confronto serrato tra due distinte proposte politiche che non potrà fare che bene alla Francia.
P.V.
Sinistra al caviale e sinistra auspicabile (Re Nudo, maggio 2002)
Cominciamo con un’ovvietà (anche se il buon
Ronald Laing ci metteva sempre in guardia sulla pericolosità dell’Ovvio). Le Pen è un personaggio spregevole. Un politico che porta avanti una visione del mondo xenofoba, rozza, “tranchant”, che fa apparire i leader di destra che governano l’Italia, quasi dei bravi ragazzi. Le Pen, lo si è ricordato innumerevoli volte in queste ultime settimane, ha potuto dire che l’Olocausto ebraico è stato un fatto incidentale della storia del secolo scorso. O anche, che crede fermamente nell’ineguaglianza delle razze umane. Eppure, un personaggio del genere, è riuscito ad andare al ballottaggio alle elezioni presidenziali francesi e prendere, nonostante un fronte repubblicano che ha unito tutti (nel voto e nella campagna antifascista) dall’estrema sinistra alla destra moderata, quasi il 20% dei voti. Vale a dire che, pur nel clima da “Union sacrèè” portato avanti in Francia senza incrinature, in modo particolare nel sistema mediatico, Le Pen ha raccolto quasi sei milioni di voti. Vale a dire che circa un francese su cinque ha inviato un segnale inquietante all’establishment politico. A me sembra che l’enormità di questo dato numerico sia stata estremamente sottovalutata, quasi cancellata, dalla schiacciante vittoria di Chirac. Invece credo che quel 18% ottenuto nelle condizioni che ricordavo prima, sia un dato angosciante e rappresenti un problema che è destinato a durare molto al di là del risultato di maggio. Ritengo che quanto accaduto nelle scorse settimane, non sia soltanto una storia francese ma riguardi da vicino tutta l’Europa in particolare noi italiani da sempre “cugini” storici dei francesi. Mi pare inoltre che la corsa all’Eliseo abbia soprattutto messo in evidenza una drammatica situazione della “sinistra”. Una situazione forse ancora più drammatica culturalmente che politicamente. Certo la sinistra francese è stata esclusa, per la prima volta da non so quanti anni, dal ballottaggio. Il suo candidato, l’ex primo ministro Jospin, si è addirittura ritirato dalla vita politica e non è andato nemmeno a votare al secondo turno. E, “last but not least” è stata costretta a votare in massa l’odiato Chirac per paura di Le Pen. Situazione poco invidiabile riassunta magistralmente dal cartello che portava una dimostrante durante il corteo del 1 maggio, “Preferisco scoparmi controvoglia Chirac piuttosto che farmi stuprare da Le Pen”. Ma se la “gauche plurielle” sta male sotto il profilo politico, sotto quello culturale, almeno a mio avviso, sta anche peggio. L’impressione che mi da è quella di non essere “psicologicamente” attrezzata a comprendere le dimensioni della crisi epocale che sta scuotendo le società europee. Crisi epocale che si accentuerà ancor più nei prossimi anni. Di fronte a problemi immensi come quelli rappresentati dalla migrazione di decine di milioni di persone dal cosiddetto Terzo Mondo, dal passaggio all’economia globale, dalla convivenza di etnie e civiltà diversissime tra loro, dall’ingresso di antropologie profondamente segnate dalla dimensione spirituale -o addirittura dall’identificazione di religione e stato- in società ormai (per fortuna) ampiamente laicizzate... di fronte a tutto questo, la sinistra ha forti difficoltà a rispondere. O meglio, risponde ma con le tradizionali liturgie, i soliti tic, il consueto aristocratico snobismo. E’ la “gauche caviar”, la sinistra al caviale, incapace di vedere al di là dei suoi circoli letterari, dei suoi salotti raffinati, della sua retorica repubblicana, dei suoi cinguettii trotzkisti. Di fronte allo shock dell’eliminazione di Jospin che pure, sia detto per inciso, durante cinque anni aveva governato la Francia tutt’altro che male, la sinistra ha reagito con il consueto riflesso condizionato: le manifestazioni contro il “fachù” Le Pen. Dopo essere rimasta sostanzialmente zitta di fronte ad oltre 450 attentati avvenuti nell’ultimo anno contro istituzioni ebraiche (rogo di sinagoghe, profanazioni di cimiteri, attentati a negozi di ebrei, etc.), la sinistra scende in piazza contro un risultato elettorale che la vede perdente, parcellizzata ed espulsa dal ballottaggio presidenziale. Non sarebbe stato meglio se avesse cercato di capire i motivi di quella sconfitta, invece di farsi travolgere da riflessi pavloviani e da reazioni viscerali? Ora, a meno di non essersi bevuti completamente il cervello e ritenere che quasi sei milioni di francesi, ripeto uno su cinque, siano diventati nazisti e razzisti, si dovrebbe pensare a come recuperare alla ragione quelle elettrici e quegli elettori. Considerando anche il fatto che, nella grande maggioranza, sono persone appartenenti a ceti popolari che vivono nelle zone più degradate della Francia e vengono da esperienze elettorali (e a volte persino di militanza politica) comuniste e socialiste. In un bel programma andato in onda ai primi di maggio sull’emittente televisiva “Antenne 2”, oltre il 50% degli intervistati che dichiaravano di aver scelto Le Pen, aggiungevano di aver dato in precedenza il loro voto al PCF o al PS. C’era anche un ex vice sindaco comunista che confessava la sua preferenza elettorale lepenista con le lacrime agli occhi. E il motivo con cui tutti spiegavano il loro voto era sempre lo stesso, una protesta contro il degrado urbano, le violenze, le sopraffazioni che dovevano subire quotidianamente. In molti sostengono, e a ragione secondo me, che solo un’infima minoranza di quei sei milioni di francesi assomigli a Le Pen ...
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Re Nudo, Gaber e i polli |
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IL BLOG DI RE NUDO
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By Re Nudo on
13/06/2007 16.40
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Apriamo il blog di Re Nudo su Olistica.tv con questo primo post su Giorgio Gaber. Perchè Gaber? Perchè era un nostro amico e sostenitore, negli anni settanta così come quando abbiamo riniziato l'avventura negli anni novanta.
Quando il direttore di Re Nudo nel 1978 tornò dall'India vestito d'arancione e con un medaglione appeso al collo recante il volto di Osho, si innestarono intorno al movimento alcune polemiche, che Giorgio colse con l'acume di sempre. Qui vogliamo ricordare Giorgio e quei giorni con un articolo di Re Nudo del novembre 1978, presentato da un'introduzione pubblicata nel libro di prossima uscita "Giorgio Gaber su Re Nudo" (Re nudo edizioni).
SIAMO TUTTI POLLI DI ALLEVAMENTO
La lettera aperta insieme alla pubblicazione del testo del monologo di Gaber-Luporini uscì su Re Nudo N° 70 nel novembre 1978.
L’"innamoramento" culturale tra Gaber e Valcarenghi sbocciato dopo il maggio/giugno 1976, si manifestò anche con una presenza assidua di Andrea Valcarenghi agli spettacoli di Gaber, replicati decine e decine di volte sia per "Libertà Obbligatoria" che per "Polli di allevamento".
Questo fu il periodo in cui Gaber in un’intevista a Gad Lerner anni dopo, definì Andrea Valcarenghi un suo punto di riferimento per il suo percorso culturale.
Curiosamente quel periodo così intenso di scambio coincise nel primo periodo del 78 con l’incontro a Poona di Andrea Valcarenghi con Osho e il suo diventare Majid in modo radicale e senza compromessi.
Gaber in un paio di occasioni sorridendo ha ricordato come Andrea, tornando dal viaggio in India nel marzo del ’77, lo cercò al telefono, semplicemente senza spiegare nulla disse a Dalia, la figlia di Gaber, "Sono Majid, cercavo Giorgio".
E lei coprendo la cornetta disse a Gaber "Papà c’è Andrea al telefono che deve essere impazzito, dice di chiamarsi Majid".
Ecco il testo della lettera aperta di Majid Valcarenghi a Gaber.
Con mezzo milione di presenze registrate nella scorsa stagione, Giorgio Gaber col suo nuovo "Polli di allevamento" presenta un recital di rara violenza e durezza di espressione. La rabbia di Gaber colpisce senza addolcimenti i suoi interlocutori di sempre, anche loro vittime di nuove massificazioni. In "Polli di allevamento" gli attimi di dolcezza e di dubbio sono rari. Abbandonato il fioretto, Gaber ha paradossalmente impugnato il martello per picchiare con forza sui modi e le abitudini che hanno portato allo sfascio il movimento dei diversi, di chi stava fuori dal "Palazzo" per affermare che i modi del "Palazzo"sono entrati in noi. La massificazione, i nuovi conformismi dai mille volti sono lo spettro che inquina ogni scelta. Alla moda, il cancro del nostro secolo, non si può sfuggire. Qualsiasi scelta si faccia c'è il rischio di questo inquinamento. E anche chi non sceglie perché condizionato dalla paura della moda è ugualmente vittima di questo cancro. Lo spettacolo di Gaber è non solo un grido d'allarme, ma un bisturi impietoso che scava tra le ferite e le angosce nel nostro cervello e nel nostro cuore, riuscendo così a stimolare ancora, rara eccezione nel panorama teatrale italiano, un pubblico che applaude e fischia con uguale tensione emotiva.
Caro Giorgio, quando mi hai fatto ascoltare la chiusa del tuo nuovo recital "Quando è moda è moda", è stato alla fine di lunghi discorsi e anche silenzi di questa estate milanese. Lo sai che mi è piaciuto subito, molto. Anche sentito poi, alla prova generale dello spettacolo e poi ancora a Bologna quando sono venuto a vederlo dal vivo.
Tu, non ti sei stupito che mi sia piaciuto questo finale contro la moda. Io non mi sono stupito. Credo semplicemente perché entrambi siamo infastiditi dalle mode, forse tu sei più sensibile al fastidio delle mode nuove, io sono ugualmente infastidito anche dalle mode vecchie. Non fa differenza. Sai invece cosa mi ha stupito?
Gli altri. Quelli che parlando con me del tuo spettacolo mi chiedevano o ammiccavano a questo finale come se fosse contro di me. Contro l'Oriente. Quelli che non hanno ancora capito quello che tu ed io andiamo da tempo dicendo e cioè che non importa tanto cosa si faccia ma come lo si fa.
In piena moda "arancione" è nata una nuova moda. Parlare male degli arancioni. Per alcuni sarà "fico" andare a Poona ma per molti di più è molto più fico non andare a Poona. "Lì ci vanno tutti"!
Caro Giorgio, non se ne esce più. Forse a questa moda non hai pensato ancora: quella all'antica, ma che sempre si rinnova, la moda di essere contro tutto ciò che si muove. La moda di essere "contro" solo perchè è qualcosa di nuovo e che fa presa. Ricordi i blue jeans. Dicevano: è una moda. Vero. Però corrispondeva a un bisogno reale, quello di avere dei pantaloni che non si stirano mai e che durano di più degli altri nonostante l'uso e l'abuso.
Moda è comprarne quattro paia, uno elegante, uno slavato, uno a zampa di elefante ecc. Ma il jeans, in sé, scommetto che ce l'hai anche tu. E così per il femminismo, i consultori, i santoni... Quando è moda è merda.
Ma la persona non la cosa. Non è la cosa che fa moda, sono le persone. Quando dici "... E parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti..." credo che attraverso il paradosso arrivi a cogliere il centro di questo problema. Certo, quella sera tu mi hai detto: la moda consuma, trasforma. E io aggiungo deforma, trasfigura, corrode, mangia vivo come il cancro... Ma non mi hai detto che dietro la moda ci sono i bisogni su cui la moda s'innesta, si attacca, cresce e si moltiplica. Se non ci fossero i bisogni reali, non avrebbe probabilmente vita facile la moda. Per i jeans il bisogno reale era un modo più comodo e sportivo di vestirsi, per sostituire la giacca e la piega. Su questo bisogno reale industria, pubblicità, mass media hanno fatto sì che un prodotto povero per chi aveva pochi soldi, assumesse l'immagine di una scelta "chic" fino a far diventare di moda sembrare poveri e trasandati. Ma è certo che l'uso che noi abbiamo fatto dei jeans è diverso da chi è stato spinto dalla moda. Una riprova quindi del nostro "Non importa cosa ma importa come". Così quando dici "Non sono più compagno" io ho sentito un'emozione fortissima perché anch'io tante volte ho sentito usare " alla moda" il termine compagno, usato come un titolo onorifico non diverso dall'Ing. o dal Rag. Tibiletti. Questo è il compagno Tibiletti. Mi veniva da dire scusa, compagno di chi? Nelle nuove generazioni affibbiare il titolo di compagno al primo che incontri è normale come dare del fascista o del qualunquista a chi rifiuta questa moda oscena. Perché è chiaro: o uno è compagno o fascista, o qualunquista. Non si scappa. E invece tu scappi e io scappo.
E di te i più raffinati diranno: "Ho visto lo spettacolo di Gaber, sì adesso è di moda parlare male di tutto..." Ma tu sicuramente lo sai già, l'hai già messo in conto. Così come avrai già messo in conto le accuse dai difensori adesso di nuovo in moda degli operai a cui il discorso del come è ostico, scivola via e ti accuseranno di essere un nichilista.
Sai Giorgio oggi tra gli intellettuali è di moda Ni ...
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