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Marco Aurelio: un classico e l'illuminazione |
METACOMUNICAZIONE
Inconscio: storia e storie
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By Satyam on
18/07/2007 15.59
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Ormai
nel linguaggio comune siamo abituati a considerare i filosofi come degli
sterili pensatori, che usano la loro testa per teorizzare idee lontane dalla
realtà: così ci vengono presentati a scuola, così li consideriamo comunemente.
Niente di più distorto. La parola stessa, all’origine, nella lingua greca da
cui deriva indica invece con questo termine gli “amanti della saggezza”.
Molti
filosofi antichi in realtà sono dei mistici che avevano compreso la natura
delle cose, che avevano un impatto diretto con la Verità o, per usare un
linguaggio a noi più vicino, si sono risvegliati. Secondo le parole dirette di
Eraclito in un frammento sopravissuto nei secoli: “I risvegliati hanno un
mondo in comune. Coloro che dormono hanno ciascuno un proprio mondo”.
Così
quelli che in alcuni testi ormai
antiquati delle nostre scuole sono dei nomi quasi sconosciuti, a cui a volte
vengono dedicate da poche righe fino al massimo un paio di pagine, in realtà
sono dei maestri di vita, dei grandi saggi che hanno moltissimo da trasmettere
non solo ai loro contemporanei, ma anche a noi, abitanti inquieti di questo
pianeta che, se non deciderà di lasciarsi guidare un po’ di più da questa
saggezza che è oltre il tempo, andrà
sempre di più alla deriva.
E
se i più famosi almeno sono sulla bocca di tutti, magari senza sapere il perché
(Socrate, Eraclito, Pitagora),
che dire di altri: Cornelio Fronto, Junius Rusticus,
Seneca, Giovenale, Epitteto, Marco Aurelio?
Quest’ultimo
è conosciuto come imperatore romano, con al massimo il vezzo di dilettarsi di
filosofia, trascurando che fu allievo o estimatore degli altri nomi che ho
citato prima di lui, e,come e più di loro, fonte inestimabile di saggezza.
Prima
di occuparci di questi ultimi, torniamo per un istante ai più famosi. Di
Eraclito di solito ricordiamo solo la storiella che “non ci si può immergere
due volte nello stesso fiume”, e magari ci piace ma non andiamo oltre, di
Socrate la sua splendida affermazione, dopo essere stato proclamato
dall’oracolo di Delfi l’uomo più saggio, “so solo di non sapere”; di
Pitagora non sappiamo pressoché nulla e pensiamo a lui solo come a un
matematico, senza sapere che la setta
esoterica da lui fondata era la culla di un sapere profondo e vero.
Conosco
pochissimi che abbiano divulgato, al di là di una ristretta cerchia di addetti
ai lavori, il significato profondo di questi mistici. Osho,
il maestro spirituale che ha parlato più di ogni altro, ha dedicato due serie
di discorsi ai versi aurei di Pitagora e ai frammenti di Eraclito, citando
continuamente Socrate e anche Marco
Aurelio.
E’
stato per me proprio attraverso Osho la riscoperta del racconto fatto da Platone
della morte del suo maestro Socrate : vi invito a trovare un’edizione tra le
tante in commercio del “Fedone”,
di cui basterebbero almeno le pagine finali che descrivono la serenità con cui
Socrate beve il veleno preparato dai giudici che lo hanno condannato a morte e
le frasi bellissime con cui esorta i suoi discepoli a non preoccuparsi per il
suo corpo. Tra tutte, basti ricordare quando, dopo aver detto quanto sarebbe
stolto voler prolungare di poche ore la sua vita “Non riesco , o amici , a
persuadere Critone che io sono questo
Socrate che vi parla…ma egli crede che io sia quello che vedrà tra poco tempo e
mi chiede come deve seppellirmi”.
Osho
di Marco Aurelio, che definisce religioso nel senso vero del termine, dice “Uno
dei più grandi imperatori dell’India è stato Akbar. Egli può essere paragonato
solo ad un uomo in Occidente, e questo è Marco Aurelio. Raramente gli
imperatori sono dei saggi, ma questi due nomi sono sicuramente un’ eccezione.”
Quindi
Marco Aurelio, non un “imperatore che pensa”, come i più al massimo lo
descrivono, ma un grande mistico che, di mestiere si ritrovò a fare
l’imperatore.
Quello
che rimane di lui sono dodici capitoli, chiamati libri, che costituiscono
quello che lui chiamò semplicemente “Cose per se stesso”, scritto in
greco, che conosceva meglio del latino: apparentemente considerazioni tra sé
e sé, una sorta di monologo non
destinato alla pubblicazione. E’ stato tradotto in molte lingue, con titoli
diversi: pensieri, meditazioni, ricordi.
Si
tratta di perle di saggezza, così attuali dopo quasi duemila anni.
La
cosa incredibile è che, rileggendole, dopo l’affermazione stimolante di Anandagiri-ji
l’anno scorso a Milano, sono così vicine agli insegnamenti di Amma e Bhagavan e dei dasa (le guide dei
processi in India) da farmi restare più volte a bocca aperta.
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Mao, la barbarie dal volto disumano |
IL BLOG DI PIERO VERNI
recensioni
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By Piero Verni on
17/07/2007 14.28
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«Mao Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo».
Comincia così, senza se e senza ma, uno dei libri più stimolanti, anticonformisti, sconvolgenti di questo inizio di millennio, "Mao la storia sconosciuta" (Milano 2006), la biografia che la scrittrice cinese Jung Chang (autrice anni or sono dello splendido "Cigni Selvatici", ultima edizione Milano 2005) ha dato alle stampe con l’aiuto del marito, lo storico britannico Jon Halliday. E’ un lavoro monumentale, quasi mille pagine di cui circa cento di note, che fa letteralmente a pezzi uno dei più inossidabili miti positivi del ‘900, quello di
Mao, appunto. In effetti, per essere onesti, più che una di una biografia dovremmo parlare di una autentica ed appassionata requisitoria che viviseziona l’esistenza politica e privata del “Grande Timoniere” fornendo al lettore un quadro agghiacciante del massimo protagonista della storia cinese degli ultimi secoli. Un uomo più abile e cinico che intelligente, brutale, opportunista, preda di una inestinguibile sete di potere per ottenere il quale fu disposto a tutto. Requisitoria dunque e quindi per definizione non imparziale, però circostanziata, precisa, attenta anche ai minimi particolari (da qui l’incredibile mole delle note). Un lavoro ciclopico che è stato unanimemente apprezzato dalla critica internazionale che non ha lesinato lodi. “Un lavoro magistrale” secondo il New York Times, “Una lettura fondamentale” per The Observer, “Un libro sconvolgente” nella definizione di “The Times”, “La biografia politica più poderosa, convincente e rivelatrice dei nostri tempi”, recita l’entusiastica recensione del Daily Mail. E qui mi fermo ma potrei continuare a lungo nelle citazioni.
Nonostante il numero delle pagine è un libro che, per quanti sono interessati alla storia della Cina contemporanea ed ai rapporti tra il movimento comunista cinese e quello sovietico, si legge di un fiato. A me ha catturato come il migliore dei thriller che pagina dopo pagina ti avvince e non si lascia mollare se non dopo averlo terminato. La Cina degli anni ’10 e ’20 del secolo scorso, la nascita dei primi nuclei rivoluzionari, la Lunga Marcia, le relazioni pericolose tra Partito Comunista Cinese e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, la resistenza all’invasione giapponese, la guerra civile, la vittoria di Mao e i primi anni di governo comunista, il Grande Balzo in Avanti, la Rivoluzione Culturale, l’affaire Lin Biao... tutto viene raccontato, spiegato, svelato senza alcuna pesantezza narrativa ma con lo stile lieve e riuscito che Jung Chang già aveva regalato ai suoi lettori con "Cigni Selvatici".
Certo non a tutti la lunga, drammatica, terribile storia che i due autori raccontano in questo nuovo testo era poi così sconosciuta. Quanti avevano già letto alcune testimonianze critiche, in modo particolare quelle di Jean Pasqualini ("Prisoner of Mao", London, 1975), di Simon Leys ("Gli abiti nuovi del presidente Mao", Milano 1977), di Tiziano Terzani ("La porta proibita", Milano 1984), di Jasper Becker (
La Rivoluzione della fame, Milano, 1998), di Jean-Luc Domenach ("Chine: l’archipel oublié", Paris 1992), di Li Zhisui ("The Private Life of Chairman Mao", London 1994), di Palden Gyatso ("Il Fuoco sotto la neve", Milano 1997) e lo stesso "Cigni Selvatici", avevano già compreso che il vero Mao era ben diverso dall’icona che una insistente vulgata avevo diffuso in occidente nei dintorni del ‘68 e che è sopravvissuta alla sua morte, alla caduta della “Banda dei Quattro”, all’arrivo di Deng Tsiao Ping, al massacro di TienAnMen, alla selvaggia trasformazione economica della Cina. Purtroppo però i testi di cui sopra, così come le testimonianze dirette dei pochi che erano riusciti a fuggire dalla Cina maoista (dissidenti di vario genere, tibetani, uighuri, mongoli), erano rimasti appannaggio di ristrette minoranze. Per la gente comune, soprattutto -ma non solo- in Italia, il mito di Mao è ancora lì, vivo e vegeto. Mao il grande riformatore. Mao che ha ridato unità alla Cina. Mao che ha sfamato il suo popolo. Mao il demiurgo. Mao che condivide con i suoi compagni le fatiche e gli stenti della Grande Marcia. Mao sostenitore dei diritti dell’ Altra Metà del Cielo. Mao strenuo difensore della dignità nazionale cinese. Mao il Grande Timoniere. E chi più ne ha più ne metta.
Del lungo brivido rivoluzionario che attraversò il corpo dell’occidente nei lontani anni ’60, tante cose positive sono state dimenticate o al massimo sono conservate gelosamente nello scrigno della memoria degli ormai brizzolati esponenti di quella antica stagione (a cui appartiene anche chi scrive). Invece l’idea che il buon vecchio Mao fosse, magari con qualche ruvidezza di troppo, fondamentalmente migliore e diverso da tutti gli altri leader carismatici delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane testardamente diffusa. Se posso citare un’esperienza personale: mi ricordo quando ad una trasmissione di Radio Popolare di Milano in cui ero stato invitato a parlare della questione del Tibet ed avevo esposto la situazione in cui versava il Paese delle Nevi e le violenze subite dai tibetani a causa dell’occupazione da parte della Cina Popolare, il centralino della radio fu sommerso da una valanga di telefonate in cui gli ascoltatori si rifiutavano di credere che la Cina maoista avesse potuto macchiarsi dei crimini che avevo denunciato. Quasi tutti ritenevano possibile che Deng e il nuovo (per allora) gruppo dirigente cinese potesse star attuando una dura repressione in Tibet ma Mao no. Lui non lo avrebbe mai fatto. Né in Tibet né altrove. E il bello, si fa per dire, è che quell’opinione veniva, e tuttora viene condivisa, anche da molta gente moderata e non certo di sinistra. L’idea che in Cina la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista sia stato un cambiamento positivo per il popolo cinese è ancora profondamente radicata nell’opinione pubblica. Ma adesso è arrivato questo nuovo libro che ci spiega per filo e per segno come, al contrario, il prevalere di Mao all’interno del Partito Comunista Cinese e la conquista dello Stato da parte di quest’ultimo sia stata, per la Cina contemporanea, una vera catastrofe pagata con l’incredibile cifra di circa 70 milioni di morti.
Dopo che Deng Xiao-ping, eliminata la “Banda dei Quattro” e installatosi saldamente ai vertici politici della Repubblica Popolare Cinese, aveva dato un quadro molto realistico di cosa fosse stata la cosiddetta Rivoluzione Culturale (che sensatamente Jung Chang e Jon Halliday preferiscono chiamare la Grande Purga) e quali guasti avesse prodotto, in diversi cominciarono a domandarsi come fosse stato possibile che Mao, così saggio e lungimirante, avesse potuto consentire che la Cina cadesse preda di una tale deriva ideologica, politica, sociale. A pochi però venne da pensare che forse le cose erano molto meno contraddittorie di quanto non apparissero. Vale a dire che il “vero” Mao, quello in carne ed ossa, quello al di là del mito (di cui siamo debitori innanzitutto all’anima candida dello scrittore americano Edgar Snow, il principale agiografo occidentale di Mao che scrisse il bestseller "Stella Rossa sulla Cina" -ultima edizione italiana Torino 2000- e poi ad una lunga serie di epigoni di cui sarebbe troppo lungo fare i nomi) fosse proprio quell’apprendista stregone che non aveva esitato ad evocare i demoni del fanatismo, della violenza, della frenesia palingenetica in masse enormi di giovani e giovanissimi cinesi per poi scatenarle cinicamente contro quel Partito Comunista che aveva avuto il torto di cercare di liberarsi dal peso della sua tutela e stava tentando di emarginarlo. Questo e non altro infatti fu la Rivoluzione Culturale, una devastante Grande Purga con la quale Mao e i suoi alleati dell’epoca (la moglie Jiang Qing, il segretario Chen Boda, il capo dell’esercito Lin Biao, il fedelissimo Chou En lai) attaccarono e colpirono senza misericordia i loro avversari all’interno del Partito Comunista Cinese, spesso eliminandoli fisicamente, gettando l’intera Cina in un indescrivibile caos grazie al quale però rius ...
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La favola di Cristo |
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By 1653739@aruba.it on
10/07/2007
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