Da Giacomo Bo il
16/06/2008 11.46
Proponiamo questo interessante e sempre attuale articolo di Rasoul Sorkhabi sul Dalai Lama e la scienza della meditazione.Gli effetti della meditazione sulla salute del corpo e della mente. Confronto tra Dalai Lama e neuroscienziati.La meditazione non è una scienza. Non lo è nello scopo, né nella pratica. Chi medita lo fa perché ritiene sia una pratica utile, non certo per fare un esperimento scientifico. Il mistero della meditazione non può essere espresso ne tanto meno analizzato e spiegato da scienziati.Quello che si sperimenta durante una seduta di meditazione, così come accade per una composizione musicale o un momento d’amore, può essere solo provato per esperienza diretta. Ciononostante gli effetti della meditazione sul corpo e la mente possono essere indagati dalla scienza. Questo è ciò che potremmo chiamare la “Scienza della Meditazione”, definizione che, per quanto possa sembrare assolutamente ovvia, è per molti un’affermazione azzardata perché non tutti gli scienziati ritengono utile parlare con monaci, monache e mistici.Per fortuna, le cose stanno lentamente cambiando e oggi sempre più medici, neurologi e psicologi si confrontano con gli esperti in materia di spiritualità.Un momento molto positivo di questo dialogo tra scienza e meditazione si è svolto durante la “Conferenza sugli studi della mente: la scienza e le applicazioni cliniche della meditazione”, tenuta lo scorso novembre dal Dalai Lama a Washington DC.Le pratiche meditative sono onorate da molto tempo in Oriente, come dimostrano le statue, risalenti a 4.000 anni fa, raffiguranti un personaggio seduto a gambe incrociate in meditazione ritrovate nella Valle dell’Indo. Da sempre, gli insegnamenti indù, buddisti e jainisti, sviluppati in India, danno grande valore alle pratiche meditative come percorso per la pace della mente, l’etica del comportamento, la salvezza dalle sofferenze e la comprensione della verità.Il buddismo in particolare ha sviluppato un elaborato corpo di conoscenze psicologiche anche grazie all’arricchimento ricevuto in seguito alla sua diffusione in altri paesi asiatici, dal vicino Sri Lanka fino al Giappone dell’Estremo Oriente, e anche perché si è concentrato sullo sviluppo della mente umana piuttosto che filosofeggiare e glorificare un dio creatore. Ciononostante solo da poche decadi la scienza sta prestando la dovuta attenzione a questa elaborata psicologia nata 2.500 anni fa.Alan Wallace, noto studioso di buddismo tibetano, intervenuto alla conferenza di Washington del 2005, ha sottolineato come la prima area d’investigazione della ricerca scientifica nell’Europa del XVI secolo non è stata la mente umana, ma i pianeti e le stelle, insomma gli oggetti più distanti dall’uomo, mentre la scienza moderna si è concentrata a lungo sullo studio di strumenti scientifici, esperimenti di laboratorio, matematica, fisica e pensiero razionale per studiare il mondo fisico, tant’è vero che tra lo sviluppo dell’astronomia e quello della psicologia vi è un ritardo di circa tre secoli. Anche quando, all’inizio del ‘900, la psicologia è stata riconosciuta come scienza, la scuola di pensiero dominante fu per decenni il comportamentalismo, quindi la comprensione del comportamento, piuttosto che lo studio della coscienza umana e della natura dei processi mentali.
Una tappa importante del processo di dialogo tra scienziati ed esperti di buddismo, è stata sicuramente la "Conferenza su mente e vita", svoltasi nel 1987 a Dharamsala, la città indiana dove vive in esilio il Dalai Lama. Negli anni seguenti, quell’incontro è cresciuto d’importanza fino a diventare un appuntamento internazionale che ogni anni coinvolge un gran numero di scienziati.
L’incontro di Washington del 2005 è stata la tredicesima
edizione del simposio e la seconda aperta al pubblico. Durante il volo
con cui mi recavo all’incontro, ho iniziato a leggere "A User’s Guide to
the Brain" (Guida al cervello per l’utente, N.d.T.) di John Ratey, che scrive: “Il cervello non è un computer che esegue semplicemente
programmi geneticamente predeterminati, né un vegetale passivo vittima
delle influenze ambientali che lo condizionano. Geni e ambiente
interagiscono modificando continuamente il nostro cervello dal momento
in cui siamo concepiti fino al momento in cui moriamo. E noi, i
proprietari (per quanto ce lo consentono i nostri geni) di questo
cervello, possiamo modificare attivamente il modo in cui si sviluppano
i nostri corpi per tutto il corso della vita”.
| Per tre giorni, dall’8 al 10 novembre, io e migliaia di
medici e studenti di meditazione abbiamo appreso i risultati delle
ultime ricerche presentati da vari operatori, dove si dimostrava in che
modo la meditazione influenza positivamente, attraverso un’azione sul
cervello, la salute mentale e fisica dell’uomo.
|
|
In particolare, sono rimasto colpito da tre aspetti
discussi durante la conferenza che riguardavano la neuroplasticità, la
sincronizzazione neurale e la terapia basata sulla “Attenzione
consapevole”.
Neuroplasticità
Il cervello è composto da circa cento miliardi di
neuroni o cellule celebrali, che sono in costante comunicazione l’una
con l’altra attraverso impulsi elettrici e l’azione di alcune sostanze
chimiche, note come neurotrasmettitori.
Il cervello però non è una “macchina muscolare”
predisposta per eseguire compiti e comportamenti fissi. Ricerche ed
osservazioni recenti hanno dimostrato che esso è più plastico di quello
che si riteneva fino a qualche anno fa, tanto da assegnare compiti in
precedenza eseguiti da un certo gruppo di cellule, poi danneggiate, a
un nuovo gruppo di neuroni sani.
Alcuni studi recenti indicano anche che il cervello può
produrre nuovi neuroni dalle cellule staminali. “Grazie proprio a
questa plasticità – ha sottolineato il dottor Richard Davidson della
University of Wisconsin nel suo intervento alla conferenza – virtù come
la compassione o il perdono possono essere ap ...
Leggi tutto »