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L’amore con più partner |
IL BLOG DI RE NUDO
Mondi a confronto
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By Re Nudo on
27/10/2009 19.19
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(di Luigi De Marchi)
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Sono stato io stesso il pioniere italiano della “coppia aperta” (45 anni fa pubblicai per la Laterza, Sesso e civiltà) quindi, provo grande simpatia e rispetto per l’amico Carlo Consiglio e per le molte argomentazioni biologiche e antropologiche a favore del superamento della gelosia e
| della ossessività amorosa da lui presentate in questa sua opera documentata e godibilissima. Per parte mia, invece, ho avuto un percorso
esperienziale ed emozionale che mi ha portato ad una conclusione ben
diversa, anche se, beninteso, essa non pretende di essere da tutti
condivisa e rivendica il diritto di ciascuno non solo alle opinioni ma
anche ai comportamenti più congeniali in questo campo. Ebbene la mia conclusione, su questo scabroso tema, è che tanto i nemici quanto i fautori della “coppia aperta” restano, ciascuno a suo modo, prigionieri dell’illusione di poter ignorare o negare l’intrinseca contraddittorietà dei nostri bisogni: una contraddittorietà, a mio parere, evidente in ogni sfera della nostra esperienza. Prendiamo ed esempio il bisogno di avventura e il bisogno di sicurezza: in ogni campo, la soddisfazione del primo riduce la soddisfazione del secondo. Così, in campo lavorativo, che intraprende la carriera burocratica ottiene il massimo di sicurezza sacrificando quasi totalmente la sua indipendenza decisionale; chi fa l’imprenditore o il libero professionista cerca la massima indipendenza personale e decisionale e deve rinunciare a gran parte della sua sicurezza. E anche il matrimonio monogamico può essere visto come un mezzo per acquistare sicurezza affettiva od economica rinunciando alla propria libertà sessuale. Ma nella vita di coppia si annida un’altra e più fondamentale contraddizione, e cioè quella tra la parabola potenzialmente ascendente del desiderio e della passione. Questa conflittualità tendenziale tra affettività e desiderio è stata acutamente descritta nel film di Polansky “Luna di Fiele”. E’ la storia di due amanti che, dopo aver invano tentato ogni variante più o meno perversa per ravvivare la loro passione declinante, alla fine sembrano trovare il modo per perpetuare il loro legame affettivo solo in una escalation di crudeltà e di reciproco massacro. Ma, al di là dell’immaginario artistico, ciascuno di noi ha vissuto questa contraddizione: sentire che il desiderio per il nostro compagno o la nostra compagna è calato rispetto alla stagione dell’innamoramento, mentre il nostro attaccamento affettivo non è calato affatto, e magari si è molto rafforzato. A questa contraddizione di fondo, tanto i paladini del matrimonio tradizionale quanto quelli della libertà poligamica hanno tentato di rispondere privilegiando il rapporto affettivo, gli uni reprimendo, gli altri legittimando il bisogno di varietà e novità sessuale. Ma tra i tradizionalisti e i “novatori” la differenza è assai minore di quanto appaia a prima vista: gli uni e gli altri sacrificano la totalità dell’esperienza amorosa sull’altare della stabilità affettiva col partner. Intendiamoci, è un’operazione perfettamente legittima, purché si sia coscienti del fatto che si tratta di un compromesso, e non si pretenda, come gli uni e gli altri fanno, di trasformarlo in un modello di perfezione e in una ricetta di felicità. Del resto, anche nella tradizione la repressione, almeno per l’uomo, non era affatto totale come si voleva dare a credere. Anche dopo il matrimonio l’uomo poteva avere tutti i rapporti che voleva con le “donnine allegre” purché non commettesse l’errore, fatale e ridicolo, di innamorarsi. E anche la cosiddetta rivoluzione sessuale del ‘68 aveva inconsapevolmente adottato la stessa ricetta (Sex Without Love, “Sesso senza Amore!” proclamavano i manifesti di quegli anni), anche per le donne. Ma non è così facile perché mentre per gli uomini, proprio in quanto educati dall’etica maschilista ad una sistematica dissociazione tra sesso e sentimento, possono meglio accettare e gustare l’esperienza poligamica, la donna ha conservato (forse per la maggior repressione) una profonda unità e consonanza tra sesso e amore, talché se una donna ama desidera e se desidera ama, lontana anni luce dalla schizofrenia maschile così bene descritta da Freud con la celebre e tragica battuta: ”Gli uomini amano le donne che non desiderano e desiderano le donne che non amano”…
INTRODUZIONE Perché “amore con più partner”, e non “sesso con più partner”? Perché qui si parla soprattutto di relazioni durature, impegnate e responsabili, e quindi amorose. Non si parla, o si parla solo marginalmente, di relazioni sessuali occasionali. Nella nostra società si tende a pensare che prima viene l’amore, e poi il sesso. Nella nostra società il sesso è considerato un peccato, che però viene scusato, o anche giustificato, se il sesso è accompagnato dall’amore. Allora il sesso non precedere l’amore, altrimenti sarebbe ingiustificato. In tutti i romanzi, in tutti i film, i protagonisti prima si amano, poi fanno sesso. Eppure spesso è vero il contrario: facendo il sesso, nasce l’amore. Infatti l’eccitazione sessuale causa la secrezione di ossitocina, la quale causa l’innamoramento. In questo caso, l’amore e il sesso sono due aspetti della stessa realtà. In questo senso, l’attività sessuale è un’attività spirituale, perché produce l’amore, che è un sentimento e quindi un’attività dello spirito. Fare il sesso con la persona amata dà grandissimo piacere, e fare il sesso con più persone amate e ricettive può dare un piacere ancora più grande. Anche Easton & Liszt (1997) pensano che fare il sesso sia un’attività spirituale: “Un momento di perfetta completezza… di coscienza espansa che trascende la divisione tra mente e corpo ed integra tutte le parti di una persona in consapevolezza estatica…. Quando tu porti la coscienza spirituale nella tua pratica sessuale, diventi direttamente conscio della divinità che fluisce sempre attraverso te, e connesso con essa”.
[da Re Nudo N° 06, autunno 2009 - acquista questo numero di Re Nudo]
(di Luigi De Marchi)
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Socrate e la Nuvola rosa |
VIDEO di Olistica.tv
Video musica, arti, trance
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By 1653739@aruba.it on
18/09/2009
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Un film scritto e diretto da Andrea Lucisano. Carlo Rivolta interpreta Socrate. Il filosofo vissuto e condannato nel 399 a.C. con l'accusa d'introdurre nuove divinità, parlava del Daimon, la voce interiore, il consiglio divino, e fondò la propria ricerca sulla frase "Gnothi Sautòn", incisa sul tempio di Delfi, sacro ad Apollo, che in greco antico significa "CONOSCI TE STESSO". Il brano Daimon che chiude il film contiene un rap in greco antico tratto dalla lettera di Epicuro a Meneceo sulla felicità. Il Daimon è raffigurato nel film come una nuvola rosa sempre vicina a Socrate. QUesta è l'ultima interpretazione di Carlo Rivolta, che ha lasciato questa terra undici giorni dopo le riprese del film, girato a Cinecittà il 10 giugno 2008. La colonna sonora e la voce del canto sono di Andrea Lucisano.
Libri:
Socrate, lo Stregone (di Nicolas Grimaldi)
La Cicuta e la Croce (di Mario Pincherle)
Creazione (di Gore Vidal)
Rido ergo sum (di Pedro Gonzalez Calero)
La Trama della Coscienza (di Giandomenico Fiandri)
Il popolo al potere (di Costanzo Preve)
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Guido Viale: per un mondo diverso |
IL BLOG DI RE NUDO
Mondi a confronto
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By Re Nudo on
02/09/2009 13.53
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E’ in uscita il libro di Guido Viale Prove di
un mondo diverso, itinerari di lavoro dentro la crisi, per le edizioni
NDA. Abbiamo chiesto all’autore di presentare il suo lavoro per i
lettori di Re Nudo.
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Il mio libro affronta il problema della conversione ecologica del
sistema economico e produttivo, partendo ovviamente dalla situazione
italiana, ma con un occhio di riguardo per la dimensione globale, nel
contesto creato dalla crisi economica, ambientale e culturale in corso.
Tre i punti di questo libro che meritano una riflessione.
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Il primo è un approccio storico all’attuale crisi, riconnessa direttamente agli eventi degli oltre sessant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale e, in particolare, all’esplosione planetaria del movimento del ’68, di oltre quarant’anni fa: “Per una consolidata convenzione, il periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni ’70 viene contrassegnata dagli economisti con l’espressione “i trenta gloriosi” (sottinteso: anni)… Applicando uno schematismo analogo, il periodo che ci separa dalla metà degli anni ’70 dovrebbe meritarsi il titolo di “i trenta vergognosi”.
In mezzo, a segnare lo spartiacque tra di esse, c’è “il Sessantotto”… il Sessantotto è stato il primo movimento globale della storia; ma soprattutto la critica pratica dei modelli di vita e di consumo proposti o imposti dall’onda vincente dello “sviluppo economico” e delle sue priorità: quelle promosse dal dirigismo occidentale e quelle realizzate dalla pianificazione sovietica.
Non è quindi difficile leggere “i trenta vergognosi” come reazione globale alle aspirazioni e alle aspettative create dal Sessantotto: una reazione a volte violenta; più spesso sottotraccia; e capace di piegare suo vantaggio larga parte delle conoscenze e delle competenze sociali e culturali che il Sessantotto aveva sviluppato. Lo strumento vincente di quella reazione – l’ideologia della fine di tutte le ideologie, che ha poi preso il nome di “pensiero unico”, cioè il liberismo – si è alimentato e al tempo stesso ha attinto la sua forza dalle debolezze culturali che il Sessantotto aveva mostrato. I tratti costitutivi del Sessantotto a livello globale erano stati soprattutto uno spirito di rivolta e una temperie antiautoritaria: nella scuola e nelle università, nelle fabbriche e negli uffici, nei laboratori di ricerca e negli ospedali, nei tribunali e nelle libere professioni; fin dentro le carceri e le strutture militari di polizie ed eserciti: il tentativo di disarticolare le linee del comando gerarchico – e non solo quelle del sistema di fabbrica – attraverso la messa in questione del proprio ruolo e dei propri compiti.
La reazione del pensiero unico e del suo assolutismo liberista avrebbe affidato questo stesso obiettivo non al lavorio consapevole dei collettivi che si formavano nelle squadre, nelle aule, nei reparti, nelle assemblee di quartiere, di caseggiato, di categoria, ma ai meccanismi anonimi e automatici – o presunti tali – del mercato e della competizione: il massimo della affermazione e della realizzazione di ciascuno sarebbe stata garantita non dall’azione consapevole di individui collegati tra loro da legami di solidarietà liberamente costruiti, ma dal meccanismo eminentemente selettivo, e per questo “meritocratico”, della competizione a tutti i livelli”.
Il secondo punto è costituito dall’esplicitazione delle caratteristiche degli indirizzi e degli interventi che concorrono a costituire il programma della riconversione ecologica: “Tutte le misure indicate – le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, l’educazione permanente, ecc. - sono l’esatto contrario delle “grandi opere” e delle produzioni di massa fordiste – come quelle dell’industria automobilistica - a cui i governi vorrebbero affidare le speranze di una “ripresa”. Le misure indicate richiedono tutte un diverso tipo di regia: sono interventi distribuiti e diffusi sul territorio, altamente differenziati, legati alla specificità degli ambienti e dei contesti sociali; per essere efficaci richiedono sì risorse cognitive specialistiche – ormai largamente diffuse in segmenti specifici di ogni comunità – ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali: conoscenze che solo chi vive e opera al loro interno può avere.
Tutti gli interventi indicati richiedono informazioni e tecnologie disponibili a livello globale, ma sono tanto più efficaci quanto più sanno adeguarsi alla dimensione locale della produzione e del consumo. Si tratta di misure che riportano l’attenzione sul territorio, sulle sue esigenze, sulla sua salvaguardia, sulla sua autonomia; e che concorrono a promuovere legami sociali, affezione per il patrimonio naturale ed edilizio, per l’eredità storica, per la culturale locale, per la cooperazione e la condivisione di beni e obiettivi comuni. Inoltre corrispondono meglio anche ai caratteri di flessibilità, diffusione territoriale, adattamento e inventiva nelle applicazioni”.
Il terzo punto è costituito dalle forme di consultazione. partecipazione e deliberazione – già sperimentate in alcuni contesti di queste “Prove” - che vengono proposte per promuovere la riconversione ambientale: “L’efficacia della riconversione ambientale richiede contributi - alla progettazione, alla gestione degli interventi, al controllo dei processi – inediti; fondati sulla partecipazione di tutte le componenti potenzialmente interessate al cambiamento: l’associazionismo civico e ambientalista, le organizzazioni di base dei lavoratori, i centri sociali e i movimenti che hanno animato il panorama dello scorso decennio, le associazioni dei migranti; ma anche gli esponenti più impegnati della amministrazioni locali – soprattutto dei centri piccoli e medi – che sono spesso l’ultimo residuo istituzionale di autonomia dallo strapotere degli apparati statali e dei grandi gruppi economici e finanziari; il mondo della formazione e della ricerca e l’imprenditoria, attiva o potenziale, interessata a intraprendere nei settori orientati alla sostenibilità. Tutte queste componenti sono indispensabili: non si riconverte l’economia senza imprese e imprenditoria – pubblica, privata o sociale – né senza avallo e coinvolgimento dei governi locali, né senza i saperi e l’impegno che solo gli strumenti partecipativi possono attivare. Questo non significa mettere da parte la conflittualità tra le diverse componenti di questa aggregazione (tra lavoratori e imprese; tra comunità e governi locali; tra imprenditoria e amministrazioni pubbliche), che è sempre la radice ultima di ogni trasformazione. Tuttavia, al di là - o al di qua - di questa conflittualità, esisterà quasi sempre un tratto di strada condiviso che può essere percorso insieme”.
[da Re Nudo N° 05, estate 20009 - acquista questo numero di Re Nudo]
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