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RICERCHE DI VITA (il blog di Giacomo Bo)
Author: Giacomo Bo Created: 05/06/2007 16.58
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Giacomo Bo, consulente di salute naturale e terapeuta nel campo del miglioramento e della crescita personale. Fondatore con la moglie Nadia Damilano Bo del progetto Ricerche di vita.
CLICCA QUI per conoscere attività, calendario e pubblicazioni del progetto.

Autore con la moglie dei libri:
- Chi sono io? (Jubal editore 2005)
- Verso una salute globale (Re nudo 2006)
- Salute Naturale (Urra/Apogeo 2008)

Le tre felicità
Gocce di Saggezza By Giacomo Bo on 23/09/2008 18.30

Che l’uomo sia alla ricerca della felicità è un dato di fatto che difficilmente si può contestare. Nel corso di tutta la sua evoluzione, l’essere umano si è sempre spostato dal dolore al piacere, dall’insoddisfazione alla pienezza, dalla tristezza alla gioia, associando i primi con la morte e i secondi con la vita stessa.
Questo semplice sistema di valutazione è stato ereditato dal regno animale, dove ogni creatura si muove per istinto e per esperienze vissute tra il dolore e il piacere.

Cos’è però il piacere, o la felicità?
Dal mio punto di vista, non esiste un’unica forma di piacere, ma una moltitudine di livelli e di sfumature.
Il filosofo Schopenauer ad esempio sosteneva che esiste una forma di felicità che deriva dalla cessazione del dolore, ed in effetti è possibile sperimentare ogni giorno questa condizione, quando ad esempio si guarisce da una malattia dolorosa, oppure quando le persone che si vogliono bene fanno pace dopo un litigio. Lo stato che subentra immediatamente è di gioia e felicità.
Nel bel film di Muccino La ricerca della felicità il protagonista vive ogni sorta di disavventura e di tristezza, ma alla fine , quando ottiene il lavoro professionale per il quale aveva lottato per mesi, e con esso la sicurezza economica per la sua famiglia, si sente felice.

In base alla mia esperienza e agli studi compiuti, evidenzierei tre principali forme di piacere o felicità:

IL PIACERE SENSORIALE.
Questa prima e più primitiva forma deriva proprio dalla stimolazione di determinati nervi celebrali che vibrando producono una particolare sensazione che riconosciamo come piacere. Ad esempio, mangiare un cibo di cui siamo golosi. Allo stesso modo, fare un bagno caldo quando si sente il bisogno, bere quando si è assetati, ascoltare una musica deliziosa, toccare il corpo del proprio amato/a, inebriarsi con il profumo di una rosa… sono tutte forme di piacere sensoriale e danno una certa felicità.
L’apice di questo piacere è rappresentato dall’orgasmo sessuale, dove le suddette terminazioni nervose ricevono lo stimolo più forte e quindi danno come risposta il piacere più intenso. Un orgasmo ben vissuto dona un piacere e un appagamento non raggiungibili con nessun altro tipo di esperienza sensoriale.
Alcune persone potrebbero ribattere che esistono esperienze più intense, come le droghe o altro, ma io credo che quando l’energia sessuale si libera completamente durante l’atto sessuale non esista null’altro di così intenso, almeno nell’ambito del piacere sensoriale.

L’orgasmo ci fornisce anche le qualità e le caratteristiche di questa forma di piacere: esso è intenso e di breve durata; raggiunge un picco seguito da una immediata caduta, con una sensazione finale, una sorta di “appagamento vuoto”, ossia la sensazione che si sta bene ma che non si è raggiunto nulla, che non si ha nulla. A volte addirittura si può sentire un senso di repulsione, all’opposto della fortissima attrazione di solo qualche istante prima.
Questo appagamento vuoto si vede bene ad esempio con il cibo, dove le persone si abbuffano – con molto piacere – ma alla fine sono quasi nauseate dal cibo stesso, e vale per ogni forma di piacere sensoriale.

In sintesi, questa forma di piacere da fortissime sensazioni ma non appaga veramente, perché non solo il bisogno ritorna, ma lo stesso sistema nervoso ne diviene dipendente con meccanismi di assuefazione. Ne sono un esempio le persone in coppia da molti anni con bellissimi partner che però vanno in cerca di altre avventure.
In conclusione quindi, questo piacere “piace molto” ma imprigiona e rende schiavi.

IL PIACERE DELLA VITA
Esiste poi una seconda forma di piacere, meno conosciuta e quindi meno ricercata, a volte addirittura mal compresa, che consiste nel riuscire a vivere la propria vita secondo quei principi universali che l’hanno creata e che la sostengono continuamente.
E’ difficile con poche parole sintetizzare questo fondamentale principio, ma possiamo dire che esistono leggi, principi e forze universali che plasmano in continuazione ogni essere vivente; anche quindi l’essere umano è soggetto a queste forze e, a differenza di tutti gli altri esseri viventi, egli ha due possibilità: a) assecondare queste forze; b) resisterle o andare in una direzione diversa o contraria.
Le conseguenze a seconda della decisione presa sono completamente diverse; coloro che assecondano le forze naturali si ritrovano facilmente a percorrere una strada che è stata spianata da milioni di anni, e questo non solo rende tutta la vita più semplice, ma da un piacere così profondo e appagante che coloro che non l’hanno mai provato non riescono nemmeno a comprenderlo.
Il noto ideatore delle Costellazioni Familiari, Bert Helliger, lo spiega con le seguenti parole: “Per me la felicità non è uno stato euforico, ma consiste nella sensazione precisa di essere nella fase di vita nella quale devo essere. Sono al posto giusto come bambino, giovane, marito, moglie, padre, madre. Essere in armonia con la propria fase di vita dona un profondo raccoglimento, da peso e pacatezza, è qualcosa di molto silenzioso. Ha a che fare con la forza e la realizzazione. Ha realizzato qualcosa chi ha costruito una casa che è divenuta bella, chi sa suonare bene il violino, oppure chiunque faccia qualcosa che gli riesca. La gioia che si prova per queste cose è diversa da quella che si prova in osteria”.
Queste parole spiegano meravigliosamente cosa significhi “essere in armonia con la propria fase di vita”. La vita umana, come quella di ogni altro essere vivente, segue delle fasi precise, come la giovinezza, l’essere adulto, la maturità e la vecchiaia, ed ogni fase comprende mete evolutive fondamentali, che se realizzate donano felicità e pienezza, mentre se vengono mancate, la vita alla fine appare vuota e senza senso.

Questa forma di piacere e di felicità ha molto meno a che fare con i sensi mentre coinvolge l’essere umano ad un livello maggiore di profondità. Quella persona che sta realizzando la sua vita, probabilmente appare meno agli occhi degli altri, perché sicuramente è meno chiassoso di un giovane che esce dalla discoteca o dal ristorante, ma nei suoi occhi c’è un senso di realizzazione più completo. Al contrario, colui che ricerca solo i piaceri sensoriali, appare più “vivo” ma è solo un’apparenza, un inganno che verrà piano piano svelato man mano che la vita prosegue, perchè presto quello stesso piacere non darà più soddisfazione e la vita apparirà vuota e senza significato.

Il piacere della vita quindi appaga veramente, non produce dipendenza, e da un senso profondo alla vita.

IL PIACERE SPIRITUALE
Ancor meno conosciuta è questa forma di piacere che per molti viene invece vista paradossalmente come una sofferenza.
Per usare ad esempio le parole di Mark Twain: “nel matrimonio c’è qualche dolore, ma nel celibato non c’è nessun piacere”, oppure quelle di Freud: “Se nella vita smetti di fumare, di bere e di divertirti con la sessualità, non è che la vita durerà di più, quanto piuttosto che essa non ti passerà più!”.
Da queste semplici parole si comprende come la vita dell’asceta, del mistico o del religioso che rinuncia ai piaceri del mondo per cercare solo Dio, sia qualcosa di incomprensibile per la maggior parte delle persone, anche se di grande cultura o intelligenza.
Dedicare la propria vita alla ricerca dell’unione con l’Assoluto è soprattutto oggi così distante dal valori del quotidiano che per molti appare inconcepibile una scelta di questo tipo. La reazione più comune è la derisione o l’indifferenza, mentre capita di rado di sentire persone anche solo discuterne.

Ma quale appagamento ci può essere nella rinuncia ai piaceri della vita?
A livello logico e mentale non esistono ragioni per spiegare come sia possibile una tale rinuncia; l’uomo ordinario osserva il mistico senza poterlo comprendere.
C’è una bella storia breve in merito: una volta un persona passeggiando per la strada vide dentro una chiesa un mistico che pregava e gli disse: “Ehi! Vieni fuori a vedere le bellezze del Creatore!” Il mistico gli rispose: “No, vieni tu dentro a vedere il Creatore!”.

L’unione con l’Assoluto, la Verità Eterna, Dio, Brahma, Allah, come lo si voglia chiamare, è un’esperienza così al di là dell’ordinario che nessuna parola può descriverla ed è solo sperimentandola direttamente che è possibile rendersi conto di quale pienezza, beatitudine, gioia e felicità sia possibile ricevere, ed è proprio la profondità di questa esperienza che dona la forza al mistico di rinunciare a tutto il resto.
Per questa ragione, la persona ordinaria non potrà mai comprendere cosa realmente viva colui che è in unione con Dio. Se in quel momento egli guardasse nel proprio cuore, probabilmente sentirebbe una forma di attrazione verso la via mistica e spirituale, ma purtroppo raramente le persone sanno guardarsi dentro nel momento giusto; piuttosto trovano tanti modi per distrarsi e per allontanarsi.

Nella grande saggezza della filosofia taoista cinese si dice che esistono due forme di piacere: il piacere dell’energia consumata (o sprecata) e il piacere dell’energia trattenuta.
Quando ad esempio, si realizzano delle cose, si consuma l’energia vitale; allo stesso modo quando ci si diverte intossicandosi si spreca l’energia.
Quando invece ci si trattiene da queste cose e si indirizza tutta l’energia verso il benessere interiore, come attraverso esperienze di digiuno, di silenzio o meglio ancora nella contemplazione, nella preghiera o nella meditazione, allora si prova una forma di piacere completamente diversa e totalmente inconcepibile per colui che ha sempre vissuto nei piaceri della vita.

Per concludere, possiamo dire che una forma di piacere sia migliore di un'altra? Personalmente non lo credo, perché ritengo che la scelta di quale piacere perseguire dip ...
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Come funzionano le Costellazioni Familiari
Sviluppo delle potenzialità della Mente By Giacomo Bo on 12/09/2008 9.37
Le Costellazioni Familiari sono un metodo di lavoro psicologico sviluppate dallo psicoterapeuta Bert Hellinger circa una quarantina di anni fa, ma è in questi ultimi dieci anni che stanno raccogliendo un successo straordinario a livello planetario, tant’è che lo stesso Hellinger, all’età di ormai 82 anni, si ritrova spesso in viaggio per il mondo, a tenere corsi che hanno dai 300 agli 800 partecipanti, oppure corsi per ambiti particolari, come i medici, le aziende e così via. Egli inoltre ha fondato una scuola dove centinaia di persone vengono formate per divenire a loro volta costellatori.
Nella maggior parte delle città italiane è facile trovare corsi di Costellazioni Familiari che quasi sempre registrano il tutto completo.
A molti sarà capitato di incontrare qualcuno che ha fatto il seminario, e il giudizio è principalmente positivo e spesso entusiastico.

In tutto il mondo si riconosce alle Costellazioni Familiari il loro successo e il loro merito nel risolvere determinate problematiche che condizionano pesantemente la vita delle persone.

Che cosa rendono questo le Costellazioni Familiari così particolari?
Esistono principalmente due ragioni: il fondamento su cui tutto si basa, ed il metodo.


IL FONDAMENTO
Il termine ‘Costellazioni’ – diversamente da quanto si potrebbe pensare – non si riferisce alle stelle e al firmamento, bensì ai rapporti di parentela che legano insieme le persone.
Come le stelle viste da lontano sembrano dare vita a forme particolari, che noi definiamo con i segni dello zodiaco, così, una persona all’interno della sua linea genetica appare inserita in un quadro di ‘forze’ particolari.


Sappiamo dalla genetica che ogni nuovo nato eredita dai propri genitori e più in generale dai propri avi un patrimonio di geni che determineranno il suo aspetto fisico e la sua costituzione, ma anche la sua forza e la sua salute, in generale e nei particolari. E’ difatti possibile ereditare ad esempio gli occhi dalla madre e l’intestino dal padre, nel bene e nel male.
Dalla psicologia sappia anche che il carattere viene forgiato attraverso la relazione con i propri genitori, per cui è facile riscontrare in se stessi parti della psicologia della madre e del padre; possiamo quindi parlare anche in questo contesto di una forma di ereditarietà.

Facciamo a questo punto in esempio: immaginiamo in una nursery dell’ospedale due bambini vicini di culla: il primo è il figlio degli Agnelli, una famiglia nobile e di grandi origini, che oggi gestisce una grande industria, gira il mondo e vive nella ricchezza. L’altro è invece il figlio di una ragazza madre, sola e caduta in miseria. Immaginiamo che per un errore dell’infermiera, i due bambini vengano scambiati di culla, per cui quello ‘ricco’ finisce con la ragazza madre, mentre quello ‘povero’ nella famiglia Agnelli.
Nessuno si accorge dell’errore e passano venti anni.
Arriviamo alla questione principale: il giovane ‘povero’ cresciuto nella famiglia Agnelli, sarà diventato un ‘Agnelli’? E il vero Agnelli, che ora vive nella miseria, sarà come tutti gli altri poveri?

Con una certa sicurezza possiamo dire che esiste un qualcosa che va al di là dell’ambiente in cui si cresce, e che sta alla base della formazione di una persona.
Questa ‘impronta’ è il prodotto della propria linea genetica, nel bene e nel male. E’ una grande forza, in grado di creare o di influenzare fortemente il destino e la vita di una persona.
Nel bene questa forza può portare grandi cose; pensiamo a coloro che ereditano grandi capacità dai propri genitori. Nel male, essa può rovinare la vita di una persona.

Questo è il fondamento delle Costellazioni Familiari, la grande scoperta di Bert Hellinger, il quale ha avuto il merito di porre l’attenzione soprattutto su questo elemento e di fare alcune scoperte eccezionali.

Quanto l’uomo è libero dal destino che eredita dalla propria linea genetica?
Facciamo degli esempi:
•    Una donna non è sicura di chi sia il padre di sua figlia perché quando rimase incinta, frequentava due uomini (il marito Franco e un amante di nome Giovanni). Lei stessa, cosa assai particolare, non è sicura di chi sia il proprio padre, perché a sua volta, sua madre frequentava due uomini. Ora, sua figlia quindicenne a scuola si è innamorata contemporaneamente di due suoi compagni, Franco e Giovanni!
•    Un uomo, intorno ai 45 anni, nel pieno della sua vita, cade in depressione senza particolari motivi, e sente emergere impulsi suicidi. Si spaventa molto e ricorre alla psicoterapia, senza successo. Attraverso uno studio della propria linea genetica, egli scopre che il padre era morto suicida a 45 anni, così come suo nonno.
•    Un uomo si ritrova a 40 anni a perdere la testa per la segretaria della sua azienda e a rovinare così la sua vita e la sua famiglia. Anche suo padre, a 40 anni, aveva iniziato una relazione extraconiugale rovinando tutto ciò che aveva faticosamente costruito.

In questi tre esempi, appare evidente l’esistenza di un qualcosa che va al di là della volontà, della ragione, dell’intelligenza della persona, e che ha origini nel suo passato.
Hellinger chiama questa forza campo morfo-genetico ad indicare un vero campo di energia che condiziona la persona e le impedisce di essere se stessa e di vivere la propria vita, costringendola ad assumere il destino di un suo predecessore, per portare a compimento quanto è rimasto sospeso.

Potremmo dire, come è scritto nella Bibbia, che le colpe dei padri ricadono sui figli. Ogniqualvolta nella linea genetica è avvenuto qualcosa di drammatico che ha ostacolato o fermato il naturale corso degli eventi, questo evento reclama di essere portato a termine e il compito ricade sugli ultimi della linea genetica, i figli.

E’ possibile sottrarsi a questo destino?
No, perché prima di tutto si è inconsapevoli di ciò. Semplicemente, nella vita si vivono accadimento dolorosi o traumatici senza poterne identificare la ragione.
Facciamo alcuni esempi:
•    Due fratelli maschi erano cresciuti sempre con grande odio reciproco, ed ora, a cinquant’anni, vivono ancora lontani e molto arrabbiati l’un l’altro. Dal lavoro con le Costellazioni emerge che esisteva un terzo fratello, morto prematuramente, che era stato tenuto nascosto dalla madre la quale aveva riversato su di lui il suo amore, creando una situazione di forte gelosia tra gli altri due.
•    Una coppia si ama da oltre 10 anni, ma al momento di decidere di sposarsi, lei si tira sempre indietro, presa da paure ingiustificate. Con il lavoro pratico emerge tutta la sua insicurezza e la rabbia rivolta verso un padre che non c’è mai stato.
•    Un figlio eredita la casa dal padre che muore. Con la moglie decide di venderla ma dopo diversi anni ancora non si è riusciti a trovare un compratore, sebbene la casa sia in ottime condizione e a buon prezzo. Sempre con il lavoro emerge che il padre aveva sempre amato questo figlio di più del maggiore, e aveva fatto torto a quest’ultimo non lasciandogli la casa in eredità.

In tutti e tre questi casi, una volta che il problema fu portato alla luce e risolto, la situazione cambiò radicalmente. I fratelli tornarono in accordo amorevole, la coppia si sposò e la casa fu venduta senza problemi.

Quindi, esiste un campo energetico di cui si è solitamente inconsapevoli e che influisce pesantemente sul destino e sulla vita delle persone coinvolte, ed è solo portandolo alla luce e affrontandolo con il giusto metodo che è possibile abbandonarlo ed iniziare un percorso di vita proprio e autonomo.

LA METODOLOGIA
La scoperta di questo campo morfogenetico costituisce il primo elemento straordinario delle Costellazioni Familiari. Il secondo è il modo con cui si affrontano e si risolvono i problemi psicologici delle persone.

Nella terapia classica, in quasi ogni sua forma, è sempre il soggetto che ha il problema a dover lavorare su se stesso. Egli ne parla, ne prende consapevolezza, lo sblocca energeticamente… tutti metodi validi che presuppongono un’azione diretta della persona coinvolta.
Con le Costellazioni Familiari, l’approccio è radicalmente diverso, perché la persona si limita a dare una breve descrizione del problema e delle persone coinvolte, poi si va ad inscenare – come se si fosse a teatro – una rappresentazione.
Vengono scelti dal soggetto altri partecipanti che dovranno interpretare le persone coinvolte nel problema. Questi verranno disposti al centro della stanza di lavoro e lasciati a se stessi, senza alcuna informazione aggiuntiva.
All’inizio non accade nulla, ma già dopo pochi secondi, le persone iniziano a sentire qualcosa, una forma di energia, che lentamente prende possesso del loro corpo e della loro mente, facendoli muovere per la ...
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Il Dalai Lama e la scienza della meditazione
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 16/06/2008 11.46
Proponiamo questo interessante e sempre attuale articolo di Rasoul Sorkhabi sul Dalai Lama e la scienza della meditazione.

Gli effetti della meditazione sulla salute del corpo e della mente. Confronto tra Dalai Lama e neuroscienziati.

La meditazione non è una scienza. Non lo è nello scopo, né nella pratica. Chi medita lo fa perché ritiene sia una pratica utile, non certo per fare un esperimento scientifico. Il mistero della meditazione non può essere espresso ne tanto meno analizzato e spiegato da scienziati.

Quello che si sperimenta durante una seduta di meditazione, così come accade per una composizione musicale o un momento d’amore, può essere solo provato per esperienza diretta. Ciononostante gli effetti della meditazione sul corpo e la mente possono essere indagati dalla scienza. Questo è ciò che potremmo chiamare la “Scienza della Meditazione”, definizione che, per quanto possa sembrare assolutamente ovvia, è per molti un’affermazione azzardata perché non tutti gli scienziati ritengono utile parlare con monaci, monache e mistici.
Per fortuna, le cose stanno lentamente cambiando e oggi sempre più medici, neurologi e psicologi si confrontano con gli esperti in materia di spiritualità.
Un momento molto positivo di questo dialogo tra scienza e meditazione si è svolto durante la “Conferenza sugli studi della mente: la scienza e le applicazioni cliniche della meditazione”, tenuta lo scorso novembre dal Dalai Lama a Washington DC.

Le pratiche meditative sono onorate da molto tempo in Oriente, come dimostrano le statue, risalenti a 4.000 anni fa, raffiguranti un personaggio seduto a gambe incrociate in meditazione ritrovate nella Valle dell’Indo. Da sempre, gli insegnamenti indù, buddisti e jainisti, sviluppati in India, danno grande valore alle pratiche meditative come percorso per la pace della mente, l’etica del comportamento, la salvezza dalle sofferenze e la comprensione della verità.
Il buddismo in particolare ha sviluppato un elaborato corpo di conoscenze psicologiche anche grazie all’arricchimento ricevuto in seguito alla sua diffusione in altri paesi asiatici, dal vicino Sri Lanka fino al Giappone dell’Estremo Oriente, e anche perché si è concentrato sullo sviluppo della mente umana piuttosto che filosofeggiare e glorificare un dio creatore. Ciononostante solo da poche decadi la scienza sta prestando la dovuta attenzione a questa elaborata psicologia nata 2.500 anni fa.

Alan Wallace, noto studioso di buddismo tibetano, intervenuto alla conferenza di Washington del 2005, ha sottolineato come la prima area d’investigazione della ricerca scientifica nell’Europa del XVI secolo non è stata la mente umana, ma i pianeti e le stelle, insomma gli oggetti più distanti dall’uomo, mentre la scienza moderna si è concentrata a lungo sullo studio di strumenti scientifici, esperimenti di laboratorio, matematica, fisica e pensiero razionale per studiare il mondo fisico, tant’è vero che tra lo sviluppo dell’astronomia e quello della psicologia vi è un ritardo di circa tre secoli. Anche quando, all’inizio del ‘900, la psicologia è stata riconosciuta come scienza, la scuola di pensiero dominante fu per decenni il comportamentalismo, quindi la comprensione del comportamento, piuttosto che lo studio della coscienza umana e della natura dei processi mentali.

Una tappa importante del processo di dialogo tra scienziati ed esperti di buddismo, è stata sicuramente la "Conferenza su mente e vita", svoltasi nel 1987 a Dharamsala, la città indiana dove vive in esilio il Dalai Lama. Negli anni seguenti, quell’incontro è cresciuto d’importanza fino a diventare un appuntamento internazionale che ogni anni coinvolge un gran numero di scienziati.
L’incontro di Washington del 2005 è stata la tredicesima edizione del simposio e la seconda aperta al pubblico. Durante il volo con cui mi recavo all’incontro, ho iniziato a leggere "A User’s Guide to the Brain" (Guida al cervello per l’utente, N.d.T.) di John Ratey, che scrive: “Il cervello non è un computer che esegue semplicemente programmi geneticamente predeterminati, né un vegetale passivo vittima delle influenze ambientali che lo condizionano. Geni e ambiente interagiscono modificando continuamente il nostro cervello dal momento in cui siamo concepiti fino al momento in cui moriamo. E noi, i proprietari (per quanto ce lo consentono i nostri geni) di questo cervello, possiamo modificare attivamente il modo in cui si sviluppano i nostri corpi per tutto il corso della vita”.
Per tre giorni, dall’8 al 10 novembre, io e migliaia di medici e studenti di meditazione abbiamo appreso i risultati delle ultime ricerche presentati da vari operatori, dove si dimostrava in che modo la meditazione influenza positivamente, attraverso un’azione sul cervello, la salute mentale e fisica dell’uomo.
In particolare, sono rimasto colpito da tre aspetti discussi durante la conferenza che riguardavano la neuroplasticità, la sincronizzazione neurale e la terapia basata sulla “Attenzione consapevole”.

Neuroplasticità
Il cervello è composto da circa cento miliardi di neuroni o cellule celebrali, che sono in costante comunicazione l’una con l’altra attraverso impulsi elettrici e l’azione di alcune sostanze chimiche, note come neurotrasmettitori.
Il cervello però non è una “macchina muscolare” predisposta per eseguire compiti e comportamenti fissi. Ricerche ed osservazioni recenti hanno dimostrato che esso è più plastico di quello che si riteneva fino a qualche anno fa, tanto da assegnare compiti in precedenza eseguiti da un certo gruppo di cellule, poi danneggiate, a un nuovo gruppo di neuroni sani.
Alcuni studi recenti indicano anche che il cervello può produrre nuovi neuroni dalle cellule staminali. “Grazie proprio a questa plasticità – ha sottolineato il dottor Richard Davidson della University of Wisconsin nel suo intervento alla conferenza – virtù come la compassione o il perdono possono essere apprese attraverso l’allenamento mentale”. E sempre Davidson ha rimarcato come le cure dei genitori, la musica, l’esercizio fisico e la meditazione giochino ruoli chiave nella regolazione delle nostre emozioni. L’allenamento della mente (lo-jong in tibetano) è il fondamento del sentiero buddista e le ricerche di neuroplasticità giungono a sostenere l’utilità della meditazione nel sostituire, a livello mentale, emozioni negative come l’odio, con emozioni positive come la compassione.

Sincronizzazione neurale
Wolf Singer e i suoi colleghi del Max Planc Institute of Brain Research in Germania, hanno scoperto che per eseguire un compito come per esempio la visione, il cervello non segue un sistema gerarchico centralizzato, ma piuttosto i neuroni responsabili della funzione si “accendono” simultaneamente e battono con lo stesso ritmo che si riscontra essere quello delle onde gamma del cervello (oscillazioni a 40 cicli al secondo).
In altre parole, i processi mentali sono distribuiti su tutto il cervello, ma quando questo è stimolato a concentrarsi su un dato oggetto o soggetto, vari processi mentali si collegano per fornire una risposta preferenziale all’oggetto o soggetto al centro dell’attenzione. La sincronizzazione neurale è una delle scoperte più significative della moderna neuroscienza.
Nel suo best-seller, "The Astonishing Hypothesis: The Scientific Research for the Soul" (La sorprendente ipotesi: la ricerca scientifica dell’anima, N.d.T.) il premio nobel Francis Crick ha parlato della sincronizzazione neurale come di una chiave importante nella comprensione della nascita della coscienza.
Da parte sua, nell’intervento tenuto alla conferenza, il dottor Wolf Singer ha suggerito che la meditazione può migliorare l’efficienza della sincronizzazione neurale rafforzando la capacità di attenzione e concentrazione.

Attenzione consapevole&l ...
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Meditazione, filosofia e psicologia
Sviluppo delle potenzialità della Mente By Giacomo Bo on 09/02/2008 20.50

L'oriente incontra l'occidente


Nella cultura occidentale lo studio della realtà interiore di un individuo con le sue dinamiche, i suoi problemi ed i riflessi sulla vita quotidiana fu per molto tempo trascurato e sottovalutato: fu Sigmund Freud all’inizio del ‘900 il primo ricercatore a dedicarsi allo studio sistematico della mente e della coscienza, il primo a tentarne una comprensione scientifica e a curarne in qualche modo gli scompensi e le disfunzioni. Nacque così la moderna psicologia.


Nella cultura orientale la situazione è radicalmente opposta; non esiste una “moderna” psicologia perché da millenni si conoscono la mente, l’anima, il corpo e come essi stanno in relazione gli uni con gli altri. Il Buddhismo, l’Induismo, il Taoismo e tutte le altre tradizioni spirituali e religiose, ricercano all’interno dell’uomo il contatto con la divinità, consapevoli che il vero problema sta nell’errata identificazione con la mente e i suoi contenuti.

In modo molto sintetico potremmo dire la meditazione sta all’Oriente come la filosofia prima e la psicologia oggi stanno all’Occidente.

La meditazione si avvicina molto alla filosofia occidentale; la differenza più importante non è nei contenuti ma nei mezzi, nel senso che mentre il filosofo ragiona usando la mente, il meditante medita, ossia fa una pratica per annullare la mente. Questa differenza non è solo estetica, ma produce due persone diverse: l’erudito e il saggio. Il primo dispone di una conoscenza mentale, ossia frutto delle sue elucubrazioni, mentre il secondo ha maturato una saggezza frutto delle sua esperienza. Il primo ha riempito la sua mente di contenuti, il secondo l’ha svuotata e nel silenzio ha percepito la Verità.
Esiste una storiella simpatica al riguardo: un giorno un erudito indiano deve attraversare un fiume e chiede un passaggio ad un semplice barcaiolo. Una volta sulla barca, egli domande al barcaiolo: “Conosci i Veda?”. “No”, dice quello. “Allora un quarto della tua vita è andata persa” conclude l’erudito.
Dopo un po’ di nuovo chiede: “Conosci lo Yoga?” “No” risponde nuovamente il barcaiolo. “Allora due quarti della tua vita sono andati persi” risponde l’erudito.
Mentre la barca prosegue nel suo percorso, egli fa una terza domanda: “Conosci la meditazione?”. E di nuovo il barcaiolo nega. “Allora, tre quarti della tua vita sono andati persi” conclude quello.
Ad un certo punto, la barca colpisce una roccia e l’acqua inizia ad entrare velocemente. Il barcaiolo chiede all’erudito: “Sai nuotare?”. “No” risponde quello. “Allora” dice il barcaiolo “tutta la tua vita va persa!”.

Qual è invece il rapporto tra la meditazione e la psicologia?

Prima di tutto bisogna tracciare a grandi linee la differenza tra la filosofia e la psicologia; mentre la prima sonda i misteri dell’uomo e il suo rapporto con il divino e il cosmo, la psicologia studia la mente umana allo scopo di risolverne i problemi e riportare l’uomo a vivere con successo la propria esistenza.

Quindi, tornando al rapporto tra la meditazione e la psicologia, la prima tenta di trascendere la mente, mentre la seconda cerca di sanarla, guarirla, riportarla al pieno funzionamento.
Grazie alla psicologia è possibile recuperare le abilità perdute e vivere con successo l’esistenza.
Grazie alla meditazione si comprende che esiste qualcosa al di là della materialità e che la vera pienezza deriva solo dal contatto con il vero Sé, quella connessione con la propria natura infinita ed illimitata.

Il mio intento non è quello di sostenere la superiorità della meditazione rispetto alla psicologia, ma di mostrare che queste sono due strade diverse, che rispecchiano le scelte profonde che la persona fa rispetto alla propria esistenza.
Coloro che desiderano avere successo nella vita, è ai moderni approcci terapeutici che devono rivolgersi, anche perché in questi ultimi cinquant’anni si sono sviluppate tecniche straordinarie, in grado di aiutare le persone a risolvere anche i traumi e le ferite più gravi.
Invece, coloro che si sentono attratti dal divino, dovrebbero conoscere e praticare la meditazione, perché è solo trascendendo la mente che è possibile conoscere se stessi.
Quest’ultima è la riflessione che spinge molti psicologi oggigiorno ad approfondire i propri studi, a conoscere l’Oriente, a sperimentare nuove linee di ricerca non convenzionali. Essi infatti scoprirono che la vera causa del problemi mentali è la mente stessa, la coscienza individuale o “Io”.
Esiste però anche il movimento opposto, ossia molti maestri spirituali hanno dovuto conoscere meglio cosa sia la mente per aiutare i propri allievi nella meditazione, in quanto i traumi e i blocchi che si possono accumulare nella vita moderna non hanno paragoni con il passato, per cui se cinquemila anni fa bastava sedersi su un prato e la meditazione appariva spontaneamente, oggi occorrono intense sedute di terapia per avere un breve respiro di sollievo.

La mia esperienza personale e di lavoro con centinaia e centinaia di persone mi conferma questo fatto, ossia che per sostenere un individuo sul proprio percorso di crescita occorrono conoscenze sia psicologiche che spirituali, e dal loro sapiente mescolamento derivano mezzi e strumenti di eccezionale valore.


Per approfondire:

Guarda i video di Olistica.tv:
> benessere e meditazione
> maestri

Il progetto Ricerche di Vita: I sogni - seminario con Giacomo Bo,
1 e  2 marzo
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Rebirthing: il potere del respiro
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 23/01/2008 14.15
In Oriente da millenni si conosce il potere del respiro, quale strumento di purificazione e di consapevolezza di sé. Il respiro è collegato con il metabolismo del corpo, a livello fisico ma anche emozionale e mentale. Usando particolari tecniche respiratorie sarà quindi possibile depurare il corpo dalle tossine fisiche, derivanti dalla cattiva alimentazione e dalle scorrette abitudini di vita, ma soprattutto si avranno grandi benefici in termini di riduzione di stress, tensioni e stanchezza cronica.

A livello emozionale, il Rebirthing permette di sciogliere blocchi energetici e di liberare così le emozioni represse. Dolore, pianto, ma anche gioia e amore, si riverseranno fuori liberando l'energia accumulata e donando grande serenità e pace.

A livello mentale sarà possibile contattare traumi e incidenti del passato, ed integrarli correttamente, in modo da sciogliere quei condizionamenti della personalità che rendono difficile la vita di tutti i giorni.
Infine, una volta presa dimestichezza con questa tecnica di respirazione e superate le principali tossine fisiche e mentali, sarà possibile entrare in contatto con una dimensione più prettamente spirituale, dove la coscienza di sé, più libera dai condizionamenti, sperimenterà livelli via via sempre più profondi.
In breve, i principali benefici del Rebirthing sono:

* Purificazione delle tossine derivanti dallo stile di vita moderno, con conseguente rafforzamento del sistema immunitario.

* Riduzione dello stress fisico e mentale, delle tensioni e della stanchezza accumulata, parallelamente ad un ritorno del piacere di vivere e di gioire.

* Liberazione delle emozioni trattenute e dei blocchi energetici che impediscono il libero fluire dell'energia.

* Integrazione dei traumi mentali passati con conseguente miglioramento della personalità e del carattere.

* Conseguimento di uno stato di coscienza di sé più elevato, e di una visione della vita più matura e più in armonia con le leggi universali dell'esistenza.



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Il progetto Ricerche di Vita: Rebirthing - ciclo di incontri con Giacomo Bo, a Udine, ogni mercoledì ore 20.30, dal 30 gennaio

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8887791120.jpgVerso una salute globale (di Giacomo Bo e Nadia Damilano Bo)


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I movimenti dell'anima
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 19/12/2007 12.07

Nell’essere umano esistono – in modo stupefacente – due piani di esistenza, due modi di vivere la vita e se stessi, apparentemente opposti l’uno all’altro o in contraddizione.

Due abiti, uno più interno e più intimo, l’altro più esterno, apparentemente più adatto alle intemperie della vita.
Stiamo parlando della logica e dell’intuizione, della ‘testa’ e del ‘cuore’, della ragione e del sentimento, della volontà e della resa o come li si voglia chiamare.

Al di là dei nomi, non è facile darne una descrizione precisa.
Cos’è la ragione?
I suoi fondamenti vanno ricercati oltre 2.000 anni fa, in quel grande filosofo greco che fu Aristotele, il quale in modo molto preciso indicò la strada per questo tipo di pensiero; una strada lineare, composta da ragionamenti precisi, ognuno che precede e giustifica il successivo.
Un modello in apparenza semplice, dove A conduce a B, B conduce a C, C conduce a D. Quindi se si desidera giungere a D non si deve far altro che percorrere la strada indicata. Se ad esempio si vuole diventare un uomo di successo, si deve prima studiare (A), passare gli esami (B), lavorare con impegno (C) e si avrà dunque successo (D).
Presentato in questo modo, tale pensiero rende più semplice l’esistenza, perché la spiega efficacemente e ne trova le soluzioni.

Con la logica e la ragione, è possibile calcolare con precisione questa strada, trovare i trabocchetti, ed anche spiegare il possibile fallimento.
Nulla quindi è fuori dal proprio controllo.
La sensazione che da il pensiero logico è quella di potenza e di controllo, di sicurezza e di certezza, perché nulla è lasciato al caso, nulla è fuori portata.

Ma siamo proprio sicuri che la vita funzioni in questo modo?
Eccoci giungere all’intuizione, all’abbandono, al riconoscimento cioè dell’esistenza di forze più grandi che plasmano in continuazione il creato intero.
Noi siamo soggetti a molteplici forze, che agiscono indipendentemente dal fatto di esserne consci o meno.
Il semplice camminare per la strada avviene grazie all’interazione di tutte queste forze fisiche ma anche interiori. Il pensiero stesso è sotto l’influenza di queste forze invisibili; quando ad esempio emerge un pensiero del tipo: “ho voglia di bermi una spremuta” come facciamo a sapere se è nostro originale o se semplicemente è il frutto di influenze profonde? Quando si osserva una persona, dietro c’è un’intera linea genetica, così come dietro un chicco di riso c’è un lavoro infinito.

Da migliaia di anni l’uomo conosce intuitivamente queste forze e tenta di dar loro un nome. Pensiamo a strumenti di indagine come l’astrologia che vede l’influenza dei pianeti, oppure la religione che riunisce in un ‘Dio’ l’insieme di queste forze che creano la vita.


Accettare l’esistenza di tali forze significa riconoscere la nostra impotenza, la nostra fragilità e precarietà nei confronti dell’esistenza. Significa semplicemente riconoscere i limiti della ragione e della logica, che spiegano tutto ma non ci dicono perché questo tutto esiste, né quali siano le sue direzioni ed intenzioni.
L’uomo razionale è convinto che prima o poi riuscirà a trovare la risposta a tutti i ‘perché’, e si incaponisce sempre di più in questo, perdendo di vista il fatto che la logica e la ragione sono sorte proprio nel tentativo di spiegare queste forze, ma non sono in grado né di crearle né di annullarle. In fatto ad esempio che si possa spiegare perfettamente perché un organo del corpo si sia ammalato non impedisce che questo si ammali.

Esistono quindi forze profonde della vita che permeano tutto l’universo, lo sostengono e lo guidano verso ciò che noi chiamiamo ‘evoluzione’. Queste forze sono al di là del bene e del male, del giusto o dello sbagliato, perché questi sono concetti della mente razionale e non appartengono alla natura. Il leone che uccide la gazzella non è buono né cattivo, non segue nessuna logica.

E’ a queste forze che l’anima risponde.
Essa non conosce la ragione, non agisce su basi logiche, bensì è guidata da elementi primordiali e si muove in direzioni che noi possiamo solo ‘intuire’.
Intuire significa mettersi in ascolto interiore, ritirandosi dal mondo esterno e dal pensiero logico, o come dicono gli antichi saggi: “trovando rifugio nel proprio cuore”.

Assuefatti dal pensiero logico, rumoroso e superficiale, abbiamo perso la capacità di ‘sentire interiormente’ il suono dell’anima.
Abbiamo così perso il vero timone dell’esistenza, quel maestro interiore che conosce la vita perché la vive da miliardi di anni. L’anima non sa usare un computer, ma sa amare un altro essere umano, sa perdonare, sa rinunciare…

Senza tutto questo, ci rimane lo strumento sterile della logica, che è troppo ridotto per poter accogliere la vastità e la profondità dell’esistenza.
Miope, l’uomo moderno si confronta con i quesiti esistenziali ed universali senza poter trovare la vera risposta, e le sue azioni appaiono prive di forza e di profondità. L’uomo moderno che pensa di determinare e di avere sotto controllo il suo destino è come quel panettiere che ritiene di aver creato lui il pane…

I movimenti dell’anima sono profondi come l’oceano e saggi come l’uccellino che costruisce il nido sull’albero. Entrambi non sanno spiegare perché fanno così, ma sanno fare il proprio lavoro, guidati da qualcosa di antico che unisce tutte le anime dell’universo.

Riconoscere questi movimenti significa arrendersi ad essi e lasciarsi così guidare verso una vita diversa da quanto la logica vorrebbe, ma infinitamente più appagante e piena perché in armonia con la saggezza dell’Universo.

Da molti anni ricerco questo contatto con l’anima attraverso la meditazione e il silenzio, e sempre questi due strumenti di inestimabile valore hanno saputo riportarmi a me stesso, lasciando cadere i condizionamenti della mente e del mondo.
Ultimamente, quasi per ‘caso’, mi sono ritrovato a seguire un approccio terapeutico – le Costellazioni Familiari (di cui potete trovare sul mio sito una breve presentazione) - che promette la risoluzione di grandi problematiche di vita. Incuriosito ho osservato a lungo il metodo, l’ho studiato, ho conosciuto il suo fondatore [Charles Berner, ndr], e ad un certo punto mi sono sentito sollevare da queste forze profonde e trasportare proprio nel centro di questo sistema.

Ancora una volta, l’anima ha ritrovato la sua casa.


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> benessere e meditazione: Costellazioni familiari con Bert Hellinger

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L'uomo e il regno vegetale
Salute e Alimentazione Naturale By Giacomo Bo on 30/11/2007 17.35

L'uomo e il regno vegetale: un piccolo ma significativo contributo dall'antroposofia di Rudolf Steiner



Un interessante modello di studio della relazione tra l’uomo e il regno vegetale, dal punto di vista dell’alimentazione, ci viene fornito da Udo Renzenbrink, famoso studioso antroposofico, autore di numerosi libri tra cui “Alimentazione e Scienza Spirituale”.

Secondo questo studio, l’uomo e le piante condividono una struttura interna molto simile, al punto tale che la pianta stessa può influire positivamente sul corpo umano.

Già Goethe concepiva il vegetale triarticolato in radice, foglia-gambo, fiore-frutto-seme, con ciascuna di queste parti aventi caratteristiche particolari.
La radice, immersa nel terreno, percepisce l’ambiente circostanze ed estrae le sostanze utili alla pianta che si sviluppa e si edifica proprio grazie a questa selezione intelligente.

Le foglie ed il gambo costituiscono la parte centrale del vegetale e sono responsabili dei processi di respirazione attraverso i quali la pianta scambia l’ossigeno con l’anidride carbonica, assorbendo il carboidrato con l’aiuto della clorofilla. Inoltre, i vasi fogliari trasportano le sostanze nutritive in tutto il vegetale.

Infine, il fiore, il frutto o il seme, rappresentano la capacità riproduttiva della pianta attraverso i delicati processi di trasformazione dell’amido in zucchero, oltre che lo sviluppo di profumi delicati ed intensi.

Veniamo ora all’uomo: anch’egli può essere scomposto in tre parti: la testa e il cervello, il torace con il cuore e i polmoni, l’addome con gli organi riproduttivi.

Il cervello e in generale tutto il sistema nervoso ha come compito quello di raccogliere costantemente i dati dall’ambiente esterno e di selezionarli in modo da accogliere quelli che contribuiscono ad una migliore sopravvivenza dell’organismo e da scartare quelli invece che si oppongono ad essa.
Appare quindi evidente l’analogia con la radice della pianta: entrambe queste parti sono in comunicazione con l’esterno e creano strutture complesse attraverso la selezione precisa ed intelligente dei dati più utili.

Il cuore e i polmoni sono responsabili del processo respiratorio e circolatorio. Anche qui appare evidente il parallelismo con le foglie e il fusto della pianta, con la particolare singolarità che mentre quest’ultima assorbe anidride carbonica ed espelle ossigeno, l’uomo si comporta al contrario.
Inoltre è interessante osservare come i pigmenti della foglia e il sangue, la clorofilla e l’emoglobina, siano costruiti chimicamente in modo molto simile.

Infine, appare evidente la correlazione tra il fiore-frutto con gli organi riproduttivi dell’uomo. Come la pianta concentra la maggior parte delle sue forze nella produzione del frutto, così l’uomo raccoglie il meglio delle proprie sostanze fisiche e spirituali e le concentra nello spermatozoo e nell’ovulo.

A questo punto, piuttosto che approfondire ulteriormente questo interessante studio, è importante chiederci se questo parallelismo tra uomo e vegetale sia solo di natura concettuale o se abbia dei risvolti pratici soprattutto nel campo della salute e dell’alimentazione.
Sicuramente, se prendiamo in esame solo gli aspetti fisici e concreti, sarà difficile determinare quale influenza possa avere il vegetale sull’uomo, però non dobbiamo mai dimenticarci che l’essere umano è un essere spirituale oltre che fisico, sul quale intervengono forze e dinamiche che vanno molto al di là della capacità della nostra scienza materiale di comprenderle.

Non dobbiamo inoltre dimenticarci che non potremo mai capire i processi naturali se non li vediamo come processi vitali. L’uomo è prima di tutto un essere vivente, che si nutre di altri esseri viventi, e questo mette in gioco una molteplicità di variabili e di influenze impossibile da quantificare con gli strumenti ordinari di indagine..

Premesso questo, possiamo quindi definire meglio questa triplice influenza del regno vegetale sull’uomo. In particolare, nutrendoci di alimenti-radice quali carote, cipolle, rape, barbabietole, sedani rapa e così via, andremo a nutrire e a rinforzare il sistema nervoso ed il cervello. Allo stesso modo, alimenti-fusto come le insalate e i radicchi, il finocchio, il sedano, i cavoli e così via, rinforzeranno l’apparato respiratorio e circolatorio dell’uomo.
Infine, alimenti-frutto come tutta la frutta in generale, i cereali e i legumi, le noci ecc. daranno forza e nutrimento all’apparato riproduttivo umano.
Ovviamente, stiamo sempre parlando di un nutrimento e di una forza sottile, perché da un punto di vista prettamente medico-scientifico, tali parti dell’uomo vengono nutrite indifferentemente da proteine, carboidrati, lipidi, vitamine e sali minerali.
Però, come già detto, ricordiamoci che l’uomo vive attraverso la sua triplice natura di essere fisico, mentale e spirituale, e l’alimentazione ha il compito di nutrire l’uomo in tutti e tre i suoi piani esistenziali.

La salute non è solamente una condizione fisica determinata da un equilibrio ottimale di principi nutritivi, bensì una condizione esistenziale causata da una molteplicità di fattori fisici e spirituali.


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L'Intensivo di Illuminazione
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 22/10/2007 11.13
La Meditazione e l’Illuminazione

Una delle aspirazioni più profonde dell’essere umano è il desiderio di essere se stesso. I bambini piccoli giocano felici e liberi immersi in una purezza e in una semplicità che viene gradualmente perduta diventando adulti.
Adattarsi alle richieste dei genitori, della scuola, degli amici, della società intera porta a creare giudizi e a costruire identità e modi di essere sempre più complessi dimenticando poco alla volta la propria vera natura.
Ad un certo punto della vita ci si accorge di questo perchè si inizia a sentire un disagio, un’insofferenza alla superficialità e al qualunquismo, alla banalità del quotidiano. Niente più soddisfa e la ricerca del piacere e della distrazione non appaga più.
Si attraversano momenti di crisi, affiorano domande spontanee sul senso della vita e riappare il desiderio di libertà dell’essere.
Queste riflessioni portano sempre più dentro se stessi, fino all’interrogativo fondamentale: “Chi sono Io?”, una domanda che non ha risposta mentale e logica e che richiede un’introspezione fuori dall’ordinario, condotta attraverso il silenzio, la contemplazione, la meditazione.
Colui che è abbastanza determinato ha la possibilità di giungere all’Illuminazione: un istante di completa consapevolezza, un momento di estrema lucidità in cui si interrompe la mediazione della mente ed appare la comprensione diretta della propria vera natura illimitata ed infinita. Allora ogni tensione si scioglie, ogni nevrosi mentale scompare, ogni preoccupazione lascia spazio alla pace e alla serenità interiore, perché nulla al mondo potrà mai più anche solo scalfire la consapevolezza di se stessi.


L’Intensivo di Illuminazione

L’Intensivo di Illuminazione è un ritiro di meditazione di tre giorni in cui il partecipante si dedica completamente a se stesso, alla ricerca dell’Illuminazione.
Grazie ad una potente tecnica di meditazione, abbinata ad un’efficace comunicazione interpersonale, si passa attraverso gli strati più profondi della mente fino a trascendere pensieri, emozioni, sensazioni, giudizi, valori... e a scoprire la propria vera natura infinita ed illimitata, al di là di ogni interpretazione e condizionamento mentale.
Ideato nel 1968 da Charles Berner, ricercatore spirituale di grande valore, l’Intensivo di Illuminazione si è affermato nel mondo con grande successo grazie alla relativa facilità di questo metodo di meditazione e grazie soprattutto ai risultati immediati che ha prodotto in migliaia di persone.
Le sue solide radici in tradizioni millenarie come lo yoga e lo zen, l’approccio moderno della comunicazione, il sostegno del gruppo e la grande esperienza maturata in tutti questi anni, ne fanno uno degli strumenti più efficaci e potenti nel campo del miglioramento personale e della ricerca spirituale. Siamo lieti di presentare questo nuovo Intensivo di Illuminazione e di invitarvi a partecipare, consapevoli che potrà essere per tutti un momento unico e irripetibile per trasformare se stessi e la propria vita.


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Perché meditare?
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 05/10/2007 5.30
Ci si potrebbe chiedere quali benefici l’uomo occidentale possa trarre da una pratica come la meditazione così lontana nel tempo e nello spazio da risultare quasi incomprensibile.

In effetti, le difficoltà che le persone incontrano nel meditare sono notevoli, tanto da scoraggiare la maggior parte di loro. Pochi infatti sono coloro che riescono a proseguire nel tempo e ad ottenere i migliori benefici.

La meditazione, così come è nata ed è stata impostata, non è tanto una pratica, ma uno stile di vita, un modo di vivere fondato sull’introspezione, la riflessione, la contemplazione e appunto la meditazione stessa sugli accadimenti dell’esistenza.
Anche di fronte ad un semplice fiore, l’uomo ne contempla la bellezza e si interroga sui grandi misteri. Pensiamo agli antichi greci, come Platone, Pitagora, Eraclito, e molti altri, che osservando il creato cercavano di comprendere i misteri dell’universo e della vita stessa. Nell’India antica, come in parte ancora oggi, moltitudini di folle seguivano maestri e rishi meditando sui loro insegnamenti e sul loro esempio di vita.

Tutte le culture antiche coltivavano un forte rapporto con il mondo spirituale e, considerate le loro grandi necessità di sopravvivenza fisica, stupisce quanto tempo ed energia dedicassero alla ricerca spirituale.
Forse, è proprio perché comprendevano quanto la vita fosse indeterminabile, precaria, appesa ad un ‘filo’, che si sentivano spinti a svelarne i misteri, o meglio ancora, a trascenderla.


Nella nostra epoca attuale invece non esiste più tale spinta. La vittoria della ragione sui sensi e sul sentire interiore ha letteralmente spento nell’uomo l’ardore per ciò che è trascendente e mistico. La ragione ha via via distrutto ogni incertezza, ogni mistero, ogni elemento soprannaturale, ed ha livellato tutto su un unico piano.

La sicurezza dell’uomo moderno deriva però più dal fatto di aver escluso tutto ciò che non è spiegabile, piuttosto che l’aver compreso e spiegato ogni cosa.
Il medico ad esempio si rifiuta di accettare guarigioni che non dipendano dai suoi studi, così come lo scienziato non accetta l’esistenza di energie sottili nel corpo umano solo perché non sa misurarle. Questa sicurezza si trasforma in realtà in presunzione, rigidità di pensiero, chiusura verso il nuovo e il diverso, ed è un grave limite per la ricerca.
Il mondo sottile, quello che i bambini sanno così bene cogliere, scompare nell’adulto che diviene di conseguenza freddo e calcolatore. Le emozioni sono considerate delle debolezze, mentre l’autocontrollo è la virtù migliore.

Quando quindi l’uomo occidentale si avvicina alla meditazione, rimane per lo più interdetto perché non può più comprenderla. Non si accorge ad esempio che i bambini per loro natura sanno meditare e contemplare, e grazie a questo sanno vivere la bellezza della vita.

Con tanta buona volontà, egli prova a praticare delle tecniche di meditazione, ma presto si stufa perché ‘non succede nulla’.
Ciò che manca, è in realtà la sua capacità di lasciarsi andare, di vincere la resistenza dell’autocontrollo e provare a lasciare che le cose accadano senza volerle controllare.

Non stiamo qui parlando di ‘credere’ a certe cose, perché la meditazione non è una filosofia né una religione, bensì un modo di vivere la vita, completamente spontaneo e privo di concetti o idee. Semmai tali concetti nascono proprio dalla contemplazione interiore, e sono veri proprio perché spontanei e prodotti dall’interno, invece che assorbiti dall’esterno come di solito accade in ogni sistema spirituale e religioso.
In altre parole, l’uomo impara la bontà, la tolleranza, la compassione, l’altruismo non perché gli vengono insegnati, ma perché li contatta nel centro del suo essere.

Meditare quindi significa ritornare in contatto con il proprio essere, con quella parte interiore che è stata schiacciata dalla ragione e dalla logica del pensiero razionale.
In parole più semplici, meditare vuol dire riappropriarsi di quella ‘umanità’ che il bambino ha perduto come prezzo per potersi inserire nella società degli adulti.

Per l’uomo occidentale meditare è davvero un grande impegno e solo con una forte determinazione sarà possibile avere successo.
Nella mia esperienza di oltre 15 anni di meditazione, attraverso uno straordinario ritiro dal nome Intensivo di Illuminazione, ho sempre osservato quanto sia difficile per la persona che si accosta per la prima volta meditare con una certa continuità.
Non è solo che la mente si distrae in continuazione, ma è soprattutto la mancanza di quella sensibilità, quella capacità interiore di lasciarsi andare, che rende la meditazione davvero impegnativa.
Eppure, nei tre giorni di ritiro, la maggior parte delle persone ce la fanno. Dopo un primo giorno davvero difficile, riescono con grandi sforzi di volontà a lasciarsi andare un poco di più, ed in funzione di questo, la loro meditazione si approfondisce.
Il terzo giorno è il più bello, perché ormai gli ostacoli più grandi sono stati superati e il partecipante medita con profitto.

Alla fine del seminario, è un grande piacere sentire le persone che chiedono come poter continuare a casa a meditare.
E’ la prova che la meditazione è entrata non solo nella loro testa, ma anche nei loro cuori.


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Quale futuro per la nostra umanità
Gocce di Saggezza By Giacomo Bo on 21/09/2007 13.45
In un articolo apparso su un quotidiano nazionale, questo agosto lo scienziato Umberto Veronesi ha esclamato - generando molto stupore - che il futuro dell’umanità sarà bisessuale. Egli difatti sostiene che la specie umana si sta evolvendo verso un ‘modello unico’, dove le differenze tra uomo e donna si attenuano e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Il sesso, grazie anche alla fecondazione artificiale e la clonazione, finirà per perdere il suo fine riproduttivo e rimarrà solo come gesto d’affetto, dunque non sarà più importante se scegliere di praticarlo con un partner dello stesso sesso.

Questo modo di pensare, comune a molti uomini dei tempi moderni tanto da essere divenuto anche una precisa corrente politica e culturale, si basa su alcuni presupposti a mio avviso errati o mal interpretati.

Il primo di questi – ed anche il più grave – è che il concepimento di un figlio sia una mera funziona biologica, dove delle cellule si incontrano e si fondono dando origine ad un essere vivente completamente nuovo. In questo meraviglioso processo della natura, l’amore e il legame tra i partner – secondo questi pensatori – non conta nulla, mentre è l’abilità tecnologica e scientifica a produrre il miracolo.

Dal punto di vista psicologico e spirituale della creazione e della maturazione della personalità e dell’individuo nel feto prima e nel bambino poi, l’amore e la relazione tra i genitori e nei suoi confronti è invece fondamentale. Questo amore, che definirei biologico esiste solo in virtù della maternità e della paternità, e nessun genitore acquisito – men che meno una provetta – potrà mai averlo.
Nell’antichità grande importanza veniva data al concepimento, tanto che la coppia si preparava mesi prima con pratiche di purificazione fisica, mentale e spirituale. Tutte le religioni mondali a loro modo danno un valore sacro all’atto amoroso finalizzato alla riproduzione, tanto che ad esempio nella religione induista esso è accompagnato da un vero e proprio sacramento.
Durante il concepimento, le potenti energie sessuali risvegliate dall’accoppiamento confluiscono nei gameti e contribuiscono alla loro fusione, dando uno stampo deciso alla futura formazione della persona. Questo meraviglioso avvenimento è totalmente assente nella procreazione artificiale e nella clonazione, con conseguenze per il momento imprevedibili per la formazione psicologica e spirituale del bambino.

Il secondo assunto a mio avviso errato è che l’attenuazione delle differenze sessuali tra uomo e donna sia un fatto positivo, frutto della conquista sociale delle donne che sono divenute più forti e più ‘maschili’ mentre gli uomini si sono indeboliti, tanto che addirittura a livello biologico la vitalità degli spermatozoi è diminuita del 50%.
Il dato errato consiste nel non prendere in considerazione che tutta la vita nasce sempre da una differenza di polarità. Più l’uomo è maschio e più la donna è femmina, maggiore sarà l’energia sessuale che si sprigionerà tra i due e questo contribuirà alla creazione di una relazione forte e stabile, duratura e produttiva sotto tutti i punti di vista. Non stupisce quindi che oggi oltre il 50% dei matrimoni finiscano entro tre anni, senza parlare del fatto che sempre meno persone desiderino coinvolgersi in relazioni stabili e durature.
L’energia sessuale è alla base di ogni forma di energia o forza, da quella elettrica, magnetica, gravitazionale e così via, e si basa su una polarità, il maschile e il femminile, il positivo e in negativo. L’antica filosofia taoista cinese identifica questa polarità con i termini Yin e Yang e avverte in modo molto chiaro di quali pericoli si incontrino nel momento in cui si attenuano queste due forze.
Le differenze tra i ruoli, quando gestite con maturità e intelligenza, formano le basi di una coppia stabile, di un gruppo di persone, di una società e di una umanità intera.

Il terzo e ultimo assunto errato consiste nella presunzione di questo uomo moderno di potersi muovere nell’universo a suo piacimento, dimenticandosi che esistono leggi fondamentali alle quali non è possibile sottrarsi e che il non rispettarle produrrà delle distorsioni in termini evolutivi il cui prezzo sarà molto alto da pagare.
Come dice bene il dr. Facchini a conclusione dell’articolo: “l’orientamento sessuale è definito sul piano biologico della specie e non può essere messo da parte” che in parole semplici significa che nelle nostre scelte sessuali dobbiamo tenere conto che abbiamo un corpo costruito per determinate funzioni e che la vita si sviluppa si queste.

Sesso, amore e procreazione sono come la radice, il gambo e il fiore da cui un giorno uscirà un seme che porterà avanti la vita.


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> sessualità
> benessere e meditazione

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PIL CONTRO FIL (FELICITÀ INTERNA LORDA)
Gocce di Saggezza By Giacomo Bo on 30/06/2007 16.14
IL PIL E LA FELICITÀ PERDUTA

In una società che nel corso dei secoli si è orientata sempre più verso una visione materialistica della vita, non stupisce più di tanto se oggi i parametri con cui si valuta il progresso ed il benessere siano indicatori materiali, come complesse formule matematiche, indici ISTAT e quant’altro.

Tra tutti questi numeri, quello che probabilmente viene preso in maggiore considerazione è il P.I.L., ossia il Prodotto Interno Lordo. Senza fare una noiosa lezione di economia possiamo definire il PIL come la ricchezza materiale prodotta dalle persone. Parliamo quindi di beni materiali, come automobili, case, spazzolini ecc.

La società moderna occidentale vede il suo benessere in funzione di questa variabile. Quando essa cresce, significa che ci sarà maggiore ricchezza per tutti perché verranno prodotti più beni. Quando invece diminuisce, si parla di decrescita nei casi più lievi, di depressione in quelli più gravi, come ad esempio quella negli Stati Uniti del 1929. Quando il PIL diminuisce vuol dire che si produce meno e quindi ci sarà minore ricchezza.
Una prima osservazione critica che emerge consiste nel fatto che per produrre più ricchezza non basta produrre più beni, ma occorre anche venderli. Se ad esempio, l’industria automobilistica produce più auto ma queste rimangono invendute nei concessionari, non ci sarà alcuna maggiore ricchezza, quindi anche se il PIL cresce, non è detto che stiamo tutti meglio.

La considerazione più importante però riguarda il fatto che il PIL possa rappresentare veramente un indicatore della qualità della vita. In parole semplici, siamo proprio sicuri che producendo di più staremo meglio? Intanto, produrre una maggior quantità di qualsiasi cosa significa dover lavorare di più; inoltre, in un regime di concorrenza, questa maggior produzione non è detto che si traduca in un maggior guadagno. Ad esempio, una volta i negozi alimentari avevano orari ridotti rispetto ad oggi e chiudevano diversi giorni alla settimana, soprattutto la domenica. Da diversi anni invece molti rimangono aperti tutta la settimana. Ora si sta discutendo se, come già avviene negli Stati Uniti, valga la pena tenere aperto anche di notte, almeno fino alle 24, per consentire alle persone che lavorano di fare la spesa più comodamente. L’ipotesi sottostante è ovviamente sempre la stessa: lavoro di più = produco di più = sono più ricco.
Nell’esempio citato questa equazione fallisce e difatti i negozianti non sono oggi più ricchi rispetto al passato ( e quelli americani non sono più ricchi di quelli degli altri Paesi che chiudono prima). Perché? Semplicemente perché siccome la spesa alimentare la devo fare comunque, la farò alle 18 se il negozio chiude alle 19 e alle 23 se il negozio chiude a mezzanotte. Quindi, nel momento in cui i negozi sceglieranno di tenere aperto di notte, non aumenteranno le loro vendite perché ovviamente tutti i negozi si comporteranno allo stesso modo. Invece, aumenteranno i costi, per i dipendenti, i consumi energetici ecc., quindi alla fine ci sarà una perdita di ricchezza.

Lo stesso discorso si potrebbe fare con l’avvento dei telefonini che hanno permesso alle persone di lavorare anche nei “tempi morti” come ad esempio durante i viaggi in treno. Dall’avvento e l’uso dei telefonino, la società non è diventata più ricca, ma semmai più povera perché queste innovazioni tecnologiche costano non poco.

Bisogna inoltre considerare che se per produrre di più occorre lavorare di più, questo significa avere meno tempo libero, e quindi meno tempo per godersi la vita.

Ritorniamo ora alla considerazione generale che se il PIL cresce, significa che sono stati prodotti più beni materiali, quindi ora occorre vendere o consumare tali beni, altrimenti l’economia si inceppa, ossia non viene prodotta ricchezza reale. Ecco quindi gli inviti sempre più pressanti dei mass-media, della pubblicità e dei poteri politici ed economici a “consumare”, attraverso formule sempre più invitanti, come rateizzazioni dei pagamenti, sconti ecc.
La conseguenza di ciò è che la gente corre negli ipermercati e compra, compra, compra… cose che per la maggior parte si rivelano superflue, inutili o non necessarie.
Grazie a questo, l’economia gira ma noi ci ritroviamo con più beni inutili e meno soldi.

Arriviamo quindi alle conclusioni: continuare su questa strada di produrre di più per stare bene si dimostra sbagliato, perché non solo non abbiamo bisogno di questo sovrappiù, ma soprattutto perché il prezzo che si paga per tutto ciò è una diminuzione del valore umano della vita. Passare ore e ore in fabbrica o negli uffici per produrre, sacrificando il tempo per la famiglia, i figli, gli affetti, le cose di valore della vita, non produce più felicità e benessere interiore, e difatti ce ne stiamo accorgendo proprio in questi anni, dove il PIL continua a crescere ma non siamo più felici.

Occorre quindi prendere in considerazione un altro indicatore: il F.I.L:, ossia la Felicità Interna Lorda, che misura quanto siamo felici nella nostra vita.
PIL e FIL non vanno quasi mai d’accordo, perché per essere più felici abbiamo bisogno di più tempo per noi e per la nostra vita, e questo ovviamente non fa crescere il PIL.
L’obbiezione dei materialisti è che l’uomo non è felice se non ha la ricchezza materiale, ed entro un certo limite è vero, perché se non abbiamo nemmeno i soldi per comprare del cibo, dei vestiti, per mandare i figli a scuola ecc, la vita è veramente misera.
Però, esiste un limite, e questo limite è rappresentato dai giovani d’oggi che vogliono la Ferrari, il Rolex, il cellulare ultimo modello ecc. o come quella bambina di 8 anni che piangeva perché la mamma non le aveva comprato la dodicesima Barbie.

La ricchezza materiale è utile per garantire la sopravvivenza fisica, senza la quale occorre essere dei mistici eremiti per essere felici comunque. Occorre però sapersi fermare al momento giusto, ed occuparsi di qualcos’altro che non sia grezza materialità, perché l’uomo non vive di sola materia e non è un essere meramente fisico.
Quando la vita materiale funziona entro certi limiti, si crea una spazio per dedicarsi a se stessi, alla ricerca interiore e all’introspezione, alla cura degli altri, al vivere gli affetti importanti, al realizzare le proprie mete evolutive. Lo scopo del “fare i soldi” dovrebbe essere proprio questo: emanciparci dall’ansia per le necessità materiali e poterci occupare dei bisogni spirituali.
A volte però non occorre avere tanti soldi per godere di questi momenti; questo spazio può apparire tutti i giorni, nei momenti a volte più imprevisti, come quando salta un appuntamento e ci ritroviamo con due ore libere. Cosa facciamo allora? Ci dedichiamo a noi stessi oppure “riempiamo” con altra materialità?
Scopriamo così che non è né facile né scontato che se abbiamo del tempo libero ci occuperemo di noi stessi e della nostra interiorità. La maggior parte delle persone investe il proprio tempo libero in altro modo.
Però, se vogliamo veramente stare meglio, dobbiamo abbandonare definitivamente l’idea che la ricchezza materiale possa darci questa agognata felicità, e dobbiamo impegnarci seriamente lungo un percorso di crescita e di miglioramento personale.

Vorrei concludere con una citazione importante: viene da Robert Kennedy, fratello del famoso JFK presidente degli Stati Uniti, durante un’assemblea di economistia a Detroit nel maggio 1967.

“Il nostro Pil è il più antico del mondo.
Ma conteggia anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette
e le corse delle ambulanza che raccolgono i feriti sulle autostrade.
Conteggia la distruzione delle nostre foreste
e la scomparsa della nostra natura.
Conteggia il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti nucleari.
Il Pil, invece, non conteggia la salute dei nostri bambini,
la qualità della loro istruzione,
la gioia dei loro occhi.
Non prevede la bellezza della loro poesia
o la saldezza dei nostri matrimoni.
Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità,
la nostra intelligenza, la nostra saggezza.
Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta.”


 

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Meditazione, filosofia e psicologia
Meditazione e Ricerca Spirituale By Giacomo Bo on 20/06/2007 19.52

L’Oriente incontra l’Occidente



Nella cultura occidentale lo studio della realtà interiore di un individuo con le sue dinamiche, i suoi problemi ed i riflessi sulla vita quotidiana fu per molto tempo trascurato e sottovalutato: fu Sigmund Freud all’inizio del ‘900 il primo ricercatore a dedicarsi allo studio sistematico della mente e della coscienza, il primo a tentarne una comprensione scientifica e a curarne in qualche modo gli scompensi e le disfunzioni. Nacque così la moderna psicologia.

Nella cultura orientale la situazione è radicalmente opposta; non esiste una “moderna” psicologia perché da millenni si conoscono la mente, l’anima, il corpo e come essi stanno in relazione gli uni con gli altri. Il Buddhismo, l’Induismo, il Taosimo e tutte le altre tradizioni spirituali e religiose, ricercano all’interno dell’uomo il contatto con la divinità, consapevoli che il vero problema sta nell’errata identificazione con la mente e i suoi contenuti.

In modo molto sintetico potremmo dire la meditazione sta all’Oriente come la filosofia prima e la psicologia oggi stanno all’Occidente.

La meditazione si avvicina molto alla filosofia occidentale; la differenza più importante non è nei contenuti ma nei mezzi, nel senso che mentre il filosofo ragiona usando la mente, il meditante medita, ossia fa una pratica per annullare la mente. Questa differenza non è solo estetica, ma produce due persone diverse: l’erudito e il saggio. Il primo dispone di una conoscenza mentale, ossia frutto delle sue elucubrazioni, mentre il secondo ha maturato una saggezza frutto delle sua esperienza. Il primo ha riempito la sua mente di contenuti, il secondo l’ha svuotata e nel silenzio ha percepito la Verità.
Esiste una storiella simpatica al riguardo: un giorno un erudito indiano deve attraversare un fiume e chiede un passaggio ad un semplice barcaiolo. Una volta sulla barca, egli domande al barcaiolo: “Conosci i Veda?”. “No”, dice quello. “Allora un quarto della tua vita è andata persa” conclude l’erudito.
Dopo un po’ di nuovo chiede:” Conosci lo Yoga?” “No” risponde nuovamente il barcaiolo. “Allora due quarti della tua vita sono andati persi” risponde l’erudito.
Mentre la barca prosegue nel suo percorso, egli fa una terza domanda: “Conosci la meditazione?”. E di nuovo il barcaiolo nega. “Allora, tre quarti della tua vita sono andati persi” conclude quello.
Ad un certo punto, la barca colpisce una roccia e l’acqua inizia ad entrare velocemente. Il barcaiolo chiede all’erudito: “Sai nuotare?”. “No” risponde quello. “Allora”, dice il barcaiolo, “tutta la tua vita va persa!”.

Qual è invece il rapporto tra la meditazione e la psicologia?

Prima di tutto bisogna tracciare a grandi linee la differenza tra la filosofia e la psicologia; mentre la prima sonda i misteri dell’uomo e il suo rapporto con il divino e il cosmo, la psicologia studia la mente umana allo scopo di risolverne i problemi e riportare l’uomo a vivere con successo la propria esistenza.

Quindi, tornando al rapporto tra la meditazione e la psicologia, la prima tenta di trascendere la mente, mentre la seconda cerca di sanarla, guarirla, riportarla al pieno funzionamento.
Grazie alla psicologia è possibile recuperare le abilità perdute e vivere con successo l’esistenza.
Grazie alla meditazione si comprende che esiste qualcosa al di là della materialità e che la vera pienezza deriva solo dal contatto con il vero Sé, quella connessione con la propria natura infinita ed illimitata.

Il mio intento non è quello di sostenere la superiorità della meditazione rispetto alla psicologia, ma di mostrare che queste sono due strade diverse, che rispecchiano le scelte profonde che la persona fa rispetto alla propria esistenza.
Coloro che desiderano avere successo nella vita, è ai moderni approcci terapeutici che devono rivolgersi, anche perché in questi ultimi cinquant’anni si sono sviluppate tecniche straordinarie, in grado di aiutare le persone a risolvere anche i traumi e le ferite più gravi.
Invece, coloro che si sentono attratti dal divino, dovrebbero conoscere e praticare la meditazione, perché è solo trascendendo la mente che è possibile conoscere se stessi.
Quest’ultima è la riflessione che spinge molti psicologi oggigiorno ad approfondire i propri studi, a conoscere l’Oriente, a sperimentare nuove linee di ricerca non convenzionali. Essi infatti scoprirono che la vera causa del problemi mentali è la mente stessa, la coscienza individuale o “Io”.
Esiste però anche il movimento opposto, ossia molti maestri spirituali hanno dovuto conoscere meglio cosa sia la mente per aiutare i propri allievi nella meditazione, in quanto i traumi e i blocchi che si possono accumulare nella vita moderna non hanno paragoni con il passato, per cui se cinquemila anni fa bastava sedersi su un prato e la meditazione appariva spontaneamente, oggi occorrono intense sedute di terapia per avere un breve respiro di sollievo.

La mia esperienza personale e di lavoro con centinaia e centinaia di persone mi conferma questo fatto, ossia che per sostenere un individuo sul proprio percorso di crescita occorrono conoscenze sia psicologiche che spirituali, e dal loro sapiente mescolamento derivano mezzi e strumenti di eccezionale valore.


Per approfondire:

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