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Autore: Re Nudo Creato: 05/06/2007 17.37
Mondi a confronto.

Da Re Nudo il 13/06/2010 21.30

lotus birth (nascere con la placenta)Essere testimoni di una nascita, e avere il privilegio di farlo nella consapevolezza di assistere a un evento sacro, è una di quelle esperienze che ti cambia la vita per sempre.
Munay – la nostra prima bimba – è nata in casa con il Lotus Birth 22 mesi fa; nei giorni vissuti con la bimba-placenta, tutti noi siamo rimasti avvolti dal silenzio, tutto era ancora sospeso tra i due mondi, il mondo fuori era solo un opaco riflesso della bellezza presente in casa…
Aver toccato la profondità della vita in questo modo è stato l'inizio di una trasformazione che sta prendendo forma in un progetto chiamato Bambini Nuovi per l'uomo del futuro, un portale online e una Casa editrice dedicata ai bambini.
La crescita come genitori, come individui e come coppia ha creato poi le condizioni per avere un secondo figlio, e arrivare a scoprire che la vita non si ripete mai ed è sempre perfetta nel suo avvicendarsi: così, dopo aver preparato il parto in casa per 9 mesi, ci siamo ritrovati a partorire in ospedale, per una serie di circostanze ancora adesso inspiegabili razionalmente.

A Torino esiste l'unico reparto ospedaliero italiano per effettuare il parto a domicilio, il loro protocollo medico è molto rigido e per una sospetta anomalia del battito cardiaco della bimba, riscontrata durante le contrazioni, siamo stati condotti in ospedale per eseguire i tracciati (tracciati che erano "stranamente" perfetti rispetto alla diagnosi iniziale… risultato però insufficiente, secondo i medici, per consentirci di tornare a casa).



Obbligati a rimanere in ospedale, con un'unica alternativa (cambiare ospedale!), abbiamo iniziato la nostra battaglia, durata un'ora (divisa in due fasi pre e post parto), per ottenere quello che naturalmente dovrebbe essere un diritto per ogni genitore: effettuare – in presenza delle condizioni fisiologiche necessarie – un parto naturale senza ossitocina, monitoraggi, epidurale, episiotomia, antibiotici, lettino della sala parto, spinte manuali, forcipe, aspirazione del muco, clampaggio e recisione del cordone con conseguente estirpazione forzata della placenta… Deva è nata alle 16.56 del 16/12/08 naturalmente, al buio, in una stanzetta del reparto senza l'intervento del personale sanitario, la sua placenta è nata naturalmente alle 17.20 e insieme sono tornate a casa alle 21.00 dello stesso giorno.

Il risultato ottenuto è la conseguenza della passione e dell'amore per la vita, della conoscenza dei meccanismi sottili della procreazione, e della volontà di contribuire all'evoluzione dell'umanità. Ora tutti noi siamo in possesso di un documento firmato da un'azienda sanitaria che crea un precedente che nel tempo cambierà la prassi e i protocolli dei parti negli ospedali – almeno per chi crede che il futuro dell'umanità sia anche legato a come veniamo al mondo…
La lettera, firmata dalla Direzione sanitaria, attesta che un operatore sanitario non può recidere il cordone ombelicale senza il consenso dei genitori e la placenta può essere portata a casa in quanto è di proprietà della famiglia. Esistono relazioni di due studi legali che confermano quanto è accaduto, documentazione che condivideremo – insieme al documento firmato dall'Azienda ospedaliera S.Anna di Torino – con chiunque ne avrà bisogno.

Il nostro desiderio è di creare notizia intorno all'esperienza avuta, divulgarla in ogni canale d'informazione disponibile: essere genitori consapevoli vuol dire intraprendere il delicato compito di genitori, dalla fecondazione in poi, con una nuova visione dell'esistenza, con l'intenzione di spezzare i legami con il passato a ogni livello di vita, per accompagnare i nostri piccoli compagni di viaggio con Amore che non è debolezza, ma Amore che è Forza ed Esempio da seguire.


[da Re Nudo N° 08, primavera 2010 - acquista questo numero di Re Nudo]


(di Prabhat Eusebio e Monica Farinella)



Da Re Nudo il 15/02/2010 4.39

milton-erickson.jpgIl geniale mix di presenza e di tecniche comunicative che ha fatto di Erickson il più grande ipnotista e terapeuta dei nostri tempi, qui tratteggiato dalla terapista familiare Lynn Hoffman (nota anche per aver lavorato per il prestigioso Ackerman Institute of Family Therapy di New York)

I racconti didattici di Milton Erickson – le storie che raccontava ai suoi pazienti o a tutti coloro che venivano a raggrupparglisi intorno – sono pieni d'ingegno e di fascino: sono straordinari esempi dell'arte di persuadere.
Si potrebbe addirittura dire che sono troppo belli per essere relegati tra i libri di psichiatria, poiché, anche se concepiti per un fine terapeutico, appartengono a una tradizione molto più ampia: la tradizione americana di arguzia e humor che ha in Mark Twain il suo maggiore rappresentante.

Conobbi per la prima volta le sorprendenti imprese di Erickson quando, nel 1963, iniziai a collaborare al Mental Research Institute di Palo alto. Stavo raccogliendo, insieme a Jan Haley, materiale per il volume Techniques of Family Therapy*. Haley, che aveva registrato ore ed ore di conversazione con Erickson, mi raccontava una storia dopo l'altra su quest'uomo mentre io ascoltavo affascinata. Quella fu parte della mia iniziazione alla terapia familiare, ed ebbe un grosso effetto su di me. Mi sento dunque tanto più lusingata adesso, diciotto anni più tardi, davanti alla richiesta di scrivere la prefazione ai racconti di Erickson raccolti e curati da Sidney Rosen.

È difficile dare un resoconto del lavoro di Erickson, per via del suo strano modo di porsi a metà strada tra il guaritore e il poeta, tra lo scienziato e il bardo. Le trascrizioni dei suoi seminari, per quanto sorprendenti, sono in certa misura insoddisfacenti. La parola scritta è assolutamente inadeguata a trasmettere le pause, i sorrisi, le penetranti occhiate all'insù con cui Erickson penetra nell'altro.

Sidney Rosen ha risolto questo problema, anche se non so bene come abbia fatto. Erickson l'ha scelto, in quanto discepolo, collega e amico, per pubblicare questo volume, e la sua intuizione è stata giusta, come sempre, perché Rosen ha un modo tutto suo di prendere il lettore per mano e di farlo penetrare alla presenza di Erickson, direttamente, senza impedimenti. Una volta, in florida, ho assistito a uno spettacolo di nuoto subacqueo: il pubblico sedeva in un anfiteatro sotterraneo che una lastra di vetro separava da rocce calcaree subacquee dall'altra parte, e l'acqua era così chiara e trasparente che il pesce che nuotava vicino al vetro sembrava fluttuare nell'aria.

La lettura di questo libro ha rappresentato un'esperienza dello stesso tipo, e ciò è forse dovuto alla forza con cui Rosen ci sa trasmettere la sensazione di quel campo relazionale che era il naturale mezzo espressivo di Erickson. Nel primo capoverso del primo capitolo troviamo un'osservazione di Erickson a Rosen circa la natura dell'inconscio. Proprio come Erickson inserisce nei suoi racconti certe sue reminiscenze, episodi della sua vita, pensieri bizzarri, o fatti inconsueti, allo stesso modo Rosen inserisce nel suo commento spunti su tale o tal altro incontro personale con Erickson, associazioni su un dato racconto, notizie su come egli stesso ha utilizzato questi racconti nel lavoro coi propri pazienti, e inoltre fornisce esaurienti spiegazioni delle varie tecniche che troviamo esemplificate nei racconti. È il commento a costituire il campo relazionale nel quale fluttuano questi racconti.

Per di più, sembra quasi che Rosen parli, invece di scrivere, anche qui echeggiando Erickson, e con uno stile discorsivo e per niente tecnico. Questo stile è anche estremamente piano. Che ciò sia fatto deliberatamente o no, Rosen crea una cornice abbastanza neutra da mettere in risalto il colore e la vivezza di ingegno dei vari racconti. Ciò nondimeno, l'effetto totale trascende quello di ogni singolo elemento. A ogni aneddoto è prestata profonda attenzione, cosicché un ipnoterapeuta capace ed esperto, pratico egli stesso delle tecniche di Erickson, ci consegna un libro che è in fondo un racconto didattico di racconti didattici.

Vorrei adesso dare un'idea di come il commento fluisce e penetra fra i vari racconti, prendendo come esempio la prima parte del terzo capitolo, “Abbiate fiducia nell'inconscio” [vedi articolo MMM – Meditazione, Metacomunicazione, Magia a pag. 9, ndr]. Questo capitolo si apre con un breve aneddoto su quando, una volta Erickson dovette improvvisare un discorso. Erickson dice a se stesso che non ha bisogno di prepararsi, perché ha fiducia nella miniera di idee e di esperienze accumulate nel corso degli anni. Rosen sottolinea questo tema della fiducia nelle forze immagazzinate nell'inconscio, e poi riporta un breve raccontino, “Neve leggera”, splendido nella sua semplicità, che parla di un ricordo infantile e del ricordo di quando quel ricordo era stato generato. Questo racconto è seguito da altri due sullo stesso tema. L'ultimo riguarda il ritardo nel parlare di Erickson bambino, che a quattro anni ancora non parlava; a tutti colori che se ne mostravano preoccupati, sua madre diceva: !Quando verrà il momento, parlerà”. Rosen interviene brevemente per dire che questo è un buon racconto da utilizzare con quei pazienti che stanno appena imparando a entrare in trance.

Splendido è il racconto successivo. È intitolato: “Come si grattano i maiali”, e racconta di quando Erickson, che da giovane vendeva libri per pagarsi gli studi, stava tentando di venderne alcuni a un burbero vecchio contadino. L'uomo non possedeva alcun libro, e gli disse di togliersi dai piedi. Erickson, senza pensarci, raccolse un pezzo di legno e cominciò a grattare la schiena dei maiali cui il contadino stava dando da mangiare. Il contadino cambiò idea e acconsentì a comprare i libri di Erickson, perché, come disse, “Tu sei uno che sa come si gratta un maiale”.
Segue poi il commento di Rosen sul racconto, e successivamente il ricordo della prima volta in cui lo udì, cioè dopo che aveva chiesto ad Erickson perché lo avesse scelto per scrivere la prefazione al suo Hypnotherapy**. Dopo aver spiegato quali fossero le qualità di Rosen che gli av ...
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Da Re Nudo il 27/10/2009 22.19

(di Luigi De Marchi)

amore-de-marchi.jpg


Sono stato io stesso il pioniere italiano della "coppia aperta" (45 anni fa pubblicai per la Laterza, Sesso e civiltà) quindi, provo grande simpatia e rispetto per l’amico Carlo Consiglio e per le molte argomentazioni biologiche e antropologiche a favore del superamento della gelosia e
della ossessività amorosa da lui presentate in questa sua opera documentata e godibilissima.
Per parte mia, invece, ho avuto un percorso esperienziale ed emozionale che mi ha portato ad una conclusione ben diversa, anche se, beninteso, essa non pretende di essere da tutti condivisa e rivendica il diritto di ciascuno non solo alle opinioni ma anche ai comportamenti più congeniali in questo campo.
Ebbene la mia conclusione, su questo scabroso tema, è che tanto i nemici quanto i fautori della "coppia aperta" restano, ciascuno a suo modo, prigionieri dell’illusione di poter ignorare o negare l’intrinseca contraddittorietà dei nostri bisogni: una contraddittorietà, a mio parere, evidente in ogni sfera della nostra esperienza. Prendiamo ed esempio il bisogno di avventura e il bisogno di sicurezza: in ogni campo, la soddisfazione del primo riduce la soddisfazione del secondo. Così, in campo lavorativo, che intraprende la carriera burocratica ottiene il massimo di sicurezza sacrificando quasi totalmente la sua indipendenza decisionale; chi fa l’imprenditore o il libero professionista cerca la massima indipendenza personale e decisionale e deve rinunciare a gran parte della sua sicurezza. E anche il matrimonio monogamico può essere visto come un mezzo per acquistare sicurezza affettiva od economica rinunciando alla propria libertà sessuale. Ma nella vita di coppia si annida un’altra e più fondamentale contraddizione, e cioè quella tra la parabola potenzialmente ascendente del desiderio e della passione. Questa conflittualità tendenziale tra affettività e desiderio è stata acutamente descritta nel film di Polansky "Luna di Fiele". E’ la storia di due amanti che, dopo aver invano tentato ogni variante più o meno perversa per ravvivare la loro passione declinante, alla fine sembrano trovare il modo per perpetuare il loro legame affettivo solo in una escalation di crudeltà e di reciproco massacro.



Ma, al di là dell’immaginario artistico, ciascuno di noi ha vissuto questa contraddizione: sentire che il desiderio per il nostro compagno o la nostra compagna è calato rispetto alla stagione dell’innamoramento, mentre il nostro attaccamento affettivo non è calato affatto, e magari si è molto rafforzato. A questa contraddizione di fondo, tanto i paladini del matrimonio tradizionale quanto quelli della libertà poligamica hanno tentato di rispondere privilegiando il rapporto affettivo, gli uni reprimendo, gli altri legittimando il bisogno di varietà e novità sessuale. Ma tra i tradizionalisti e i “novatori” la differenza è assai minore di quanto appaia a prima vista: gli uni e gli altri sacrificano la totalità dell’esperienza amorosa sull’altare della stabilità affettiva col partner. Intendiamoci, è un’operazione perfettamente legittima, purché si sia coscienti del fatto che si tratta di un compromesso, e non si pretenda, come gli uni e gli altri fanno, di trasformarlo in un modello di perfezione e in una ricetta di felicità. Del resto, anche nella tradizione la repressione, almeno per l’uomo, non era affatto totale come si voleva dare a credere. Anche dopo il matrimonio l’uomo poteva avere tutti i rapporti che voleva con le "donnine allegre" purché non commettesse l’errore, fatale e ridicolo, di innamorarsi. E anche la cosiddetta rivoluzione sessuale del ‘68 aveva inconsapevolmente adottato la stessa ricetta (Sex Without Love, "Sesso senza Amore!" proclamavano i manifesti di quegli anni), anche per le donne.

Ma non è così facile perché mentre per gli uomini, proprio in quanto educati dall’etica maschilista ad una sistematica dissociazione tra sesso e sentimento, possono meglio accettare e gustare l’esperienza poligamica, la donna ha conservato (forse per la maggior repressione) una profonda unità e consonanza tra sesso e amore, talché se una donna ama desidera e se desidera ama, lontana anni luce dalla schizofrenia maschile così bene descritta da Freud con la celebre e tragica battuta: "Gli uomini amano le donne che non desiderano e desiderano le donne che non amano"…

INTRODUZIONE
Perché "amore con più partner", e non "sesso con più partner"?
Perché qui si parla soprattutto di relazioni durature, impegnate e responsabili, e quindi amorose. Non si parla, o si parla solo marginalmente, di relazioni sessuali occasionali. Nella nostra società si tende a pensare che prima viene l’amore, e poi il sesso. Nella nostra società il sesso è considerato un peccato, che però viene scusato, o anche giustificato, se il sesso è accompagnato dall’amore. Allora il sesso non precedere l’amore, altrimenti sarebbe ingiustificato. In tutti i romanzi, in tutti i film, i protagonisti prima si amano, poi fanno sesso. Eppure spesso è vero il contrario: facendo il sesso, nasce l’amore. Infatti l’eccitazione sessuale causa la secrezione di ossitocina, la quale causa l’innamoramento. In questo caso, l’amore e il sesso sono due aspetti della stessa realtà. In questo senso, l’attività sessuale è un’attività spirituale, perché produce l’amore, che è un sentimento e quindi un’attività dello spirito. Fare il sesso con la persona amata dà grandissimo piacere, e fare il sesso con più persone amate e ricettive può dare un piacere ancora più grande.
Anche Easton & Liszt (1997) pensano che fare il sesso sia un’attività spirituale: "Un momento di perfetta com ...
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