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Author: |
Piero Verni |
Created: |
08/06/2007 18.21 |
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
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Trenitalia: marcia indietro sui cani |
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società & politica
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By Piero Verni on
01/10/2008 10.46
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E’ rientrata, speriamo definitivamente, l’assurda, stolta, demenziale ordinanza di Trenitalia di impedire ai cani di taglia medio-grande di salire sui vagoni ferroviari e di consentire a quelli piccoli di poter viaggiare solo all’interno di vere e proprie celle ambulanti con tanto di certificato medico (di validità massimo trimestrale) attestante la condizione igienica dell’animale. Ora va bene che l’attuale gestione di Trenitalia ci ha abituato al peggio ma una norma così stupida e iniqua come quella che era stata ventilata, è difficile da immaginare. Non a caso ha suscitato immediatamente una tale ondata di proteste che ha convinto il governo, che ringrazio vivamente per la sensibilità dimostrata, ad intervenire. E che ha permesso alla benemerita associazione “dogwelcome” (www.dogwelcome.it) di raccogliere on line in poche ore oltre diecimila firme in calce ad una petizione di protesta contro l’ordinanza. Ora sembrerebbe che l’allarme sia rientrato (con gente del genere il condizionale è sempre d’obbligo), ma credo che sia bene rimanere vigili e attenti perché l’inalienabile diritto dei possessori di animali domestici a potersi spostare in compagnia dei loro amici in treno sia garantito. Anzi, viste le drammatiche condizioni igieniche di gran parte delle carrozze di Trenitalia, credo che dovrebbero essere proprio i padroni di cani e gatti a chiedere all’ineffabile amministratore delegato di Trenitalia, tale Vincenzo Soprano, l’assicurazione che viaggiando sui convogli dell’azienda da questo signore amministrata, non siano gli animali -saliti intonsi sul vagone- a essere vittime dell’assalto di parassiti vari. Credo che, per umani ed animali, la condizione igienica di tante carrozze ferroviarie sia veramente intollerabile e vorrei sperare che Trenitalia sia una buona volta obbligata a fornire alla clientela condizioni di viaggio civili. Per il momento abbiamo le seguenti: prezzi da primissimo mondo e servizi da Terzo Mondo (e chiedo scusa a quest’ultimo per averlo tirato in ballo, forse a sproposito, visto che in tanti viaggi in treno fatti in India non ho mai avuto i problemi igienici dei viaggiatori italiani).
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Treni sporchi: non date la colpa ai cani! |
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società & politica
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By Piero Verni on
29/09/2008 10.44
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Divulgo volentieri il comunicato stampa di Dogwelcome sulla recente decisione di Trenitalia di escludere i cani dai luridi treni italiani:

 | "NON DATE LA COLPA AI CANI PER IL DEGRADO NEI VAGONI" - ASSURDA LA DECISIONE DI TRENITALIA
L'“Associazione Dogwelcome per i Diritti di tutti gli Animali e di chi conduce un Animale domestico” condanna con forza la decisione presa dai vertici di Trenitalia. |
“Da inizio ottobre non sarà più possibile per tutti noi che conduciamo uno o più cani oltre i 6 kg di peso usufruire di un importante trasporto pubblico” - dice la presidente, Annalaura Sagramora - “Siamo nuovamente e fortemente discriminati e la cosa è intollerabile, anche viste le pessime condizioni igieniche che da tempo mostrano gli ambienti gestiti da Trenitalia ed il servizio che continua ad essere scadente. Per favore, non date la colpa ai cani.”
Quanto alla dichiarazione dell'amministratore delegato di Trenitalia Vincenzo Soprano, che avrebbe affermato di avere elaborato una norma simile a quella vigente in Spagna, L'Associazione Dogwelcome fa presente che in Spagna (Paese che di certo non è noto per essere amico degli animali) i treni e le stazioni sono molto puliti, i convogli viaggiano in orario, e se vi è un ritardo viene rimborsato all'utente il biglietto. Continua Sagramora: “Crediamo sia opportuno prendere spunto dalla Spagna per queste qualità nell'erogare il servizio, e non per il divieto di accesso dei cani che, peraltro, non vige sulla totalità dei treni spagnoli. Nella maggior parte degli stati UE, al contrario, i viaggiatori con animali al seguito possono viaggiare senza grossi problemi”.
Oltre a rendere cittadini di serie B centinaia di migliaia di persone, la nuova norma sarà un ennesimo, ulteriore incentivo per gli abbandoni causati dall'impossibilità di poter vivere una vita “normale” con un animale in famiglia, nonché un disincentivo alle adozioni, pratica di cui il nostro Paese ha assolutamente bisogno, viste le condizioni dei nostri rifugi.
L'Associazione Dogwelcome ha messo online una petizione diretta a Trenitalia, all'indirizzo http://firmiamo.it/trenitaliadiscriminachiconduceuncane, petizione che in un giorno ha già raggiunto oltre 3000 firme.
Un emblematico estratto dai commenti allegati alle sottoscrizioni della petizione: “In passato ho viaggiato spesso in treno con il mio cane di 22 kg di peso. Poiché il mio cane è bianco, dovevo fargli il bagno appena giunto a destinazione perché all'arrivo era, nei migliori dei casi, GRIGIO !!!”
L'Associazione Dogwelcome (www.dogwelcome.it) chiede anche a tutti gli amici dei cani di recarsi in una stazione Trenitalia con il volantino di protesta scaricabile dal sito dell'associazione e con il proprio cane, farsi fotografare e inviare la foto all'indirizzo info@dogwelcome.it: le fotografie saranno pubblicate in un'apposita sezione che raccoglierà le immagini dei viaggiatori che non potranno più usufruire del servizio a cui hanno diritto.
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Il Dalai Lama cambia politica? |
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società & politica
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By Piero Verni on
25/08/2008 19.52
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La notizia è di quelle destinate a lasciare il segno. In una intervista concessa al quotidiano “Le Monde”, il Dalai Lama ha rivelato che il 18 agosto, nella regione tibetana del Kham, l’esercito cinese avrebbe sparato sulla folla che manifestava pacificamente per la libertà del Tibet, uccidendo 140 persone e ferendone molte altre. A solo pochi giorni dalla fine delle Olimpiadi si tratta di un vero sasso tirato nello stagno della propaganda olimpica di Pechino. Mentre nella capitale si celebrano i fasti della competizione sportiva, alla periferia dell’Impero il massacro dei tibetani continua inesorabile. Altri 140 civili inermi si vanno ad aggiungere alle centinaia di morti dell’insurrezione di Lhasa della scorsa primavera. Forse anche i tetragoni burocrati del Comitato Olimpico Internazionale dovrebbero accorgersi delle macchie di sangue che deturpano le scintillanti facciate della loro cinica retorica riguardo all’intoccabilità dello Sport.
Quasi in concomitanza con l’uscita del quotidiano parigino nelle edicole ieri pomeriggio, l’Ufficio del Dalai Lama rilasciava però una dichiarazione in cui sottolineava come il Dalai Lama fosse stato mal interpretato riguardo al numero preciso delle vittime. Infatti, secondo Tseten Samdup rappresentante in Francia del Dalai Lama, questi avrebbe riportato una notizia che gli era stata fatta pervenire dal Tibet, ma che non aveva avuto comunque modo di poter effettivamente controllare. Claudio Tecchio è il direttore di www.dossiertibet.it, uno dei più interessanti ed aggiornati portali italiani sul Tibet e la Cina Popolare. Il suo sito si avvale delle corrispondenze di un contatto locale, ovviamente clandestino. “Nei territori del Kham da settimane è in vigore la legge marziale” ha dichiarato Tecchio al “Riformista”, “Nonostante questo, si svolgono con una certa continuità manifestazioni anticinesi organizzate per lo più da piccoli gruppi di persone. Proprio in queste ore il nostro corrispondente a Lhasa sta cercando di fornirci notizie più precise sull’episodio denunciato dal Dalai Lama e ricostruirne l’esatta dinamica”.
Comunque, quale che sia il numero preciso delle vittime, resta il fatto che la chiarificazione sembrerebbe non alterare il tono complessivo dell’intervista in cui, tra l’altro, il Dalai Lama ammette che i suoi emissari, nel corso dei colloqui con esponenti del governo cinese, “si sono trovati di fronte a un muro e che non hanno potuto registrare alcuna apertura”. Parrebbe, il condizionale è d’obbligo, trattarsi dunque di un notevole cambiamento nella politica del Dalai Lama, che solo poche settimane or sono aveva reso pubblico un caloroso messaggio di auguri per l’apertura della kermesse di Pechino. Messaggio in cui, tra l’altro, ricordava di non essere mai stato contrario all’assegnazione delle Olimpiadi 2008 alla Cina Popolare. In molti in queste ore si stanno chiedendo se veramente l’Oceano di Saggezza stia pensando di abbandonare quella politica di concessioni unilaterali che, come ha ammesso lui stesso, non ha prodotto alcun risultato. Secondo Claudio Cardelli, vicepresidente dell’Associazione Italia-Tibet, “Se il Dalai Lama ha deciso di essere il primo a rendere pubblica, e con questi toni decisi, una notizia del genere è possibile sperare che la linea conciliante e improduttiva del dialogo a tutti i costi con il ‘muro’ cinese stia per essere accantonata”. Potrebbe essere che il Dalai Lama sia rimasto impressionato dalla determinazione con cui gran parte del suo popolo ha manifestato in questi ultimi mesi, dentro e fuori il Tibet, contro l’occupazione cinese. La disperazione, la frustrazione e il dolore dei tibetani sono sotto gli occhi di tutti ed hanno ormai raggiunto livelli di guardia. Sembra difficile che possano essere placate da una linea di condotta, certamente elevata e nobile sul piano morale, ma assolutamente fallimentare su quello concreto. E’ palese che si è ormai creato uno scollamento profondo tra la politica del Dalai Lama e settori importanti e significativi della società civile tibetana. Non è da escludere che l’Oceano di Saggezza ritenga di essersi spinto troppo avanti nelle sue aperture senza contropartita. Potrebbe temere che qualcuno, avendo perso la speranza in un cambiamento positivo, possa lasciarsi andare a gesti inconsulti. Infatti è vero che oggi nessuna organizzazione tibetana pensa di rinunciare ai metodi di lotta non violenti, ma è altrettanto vero che la pazienza dei tibetani potrebbe non essere eterna. E se fino ad ora anche le correnti più radicali, quelle che continuano a rivendicare l’indipendenza del Tibet, si sono dimostrate fedeli agli ideali gandhiani, potrebbe non essere più così in futuro. E in quel malaugurato caso sarebbe bene che il Dalai Lama fosse ancora in grado di godere della fiducia di tutto il suo popolo.
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Diario della Marcia sul Tibet 4 (3 fase) |
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società & politica
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By Piero Verni on
11/08/2008 15.48
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Delhi, 09 agosto 2008, Nuova Delhi, ore 12.30 (locali)
Il secondo gruppo di militanti della Tibetan Youth Congress, che ha preso il posto dei sei che nei giorni scorsi erano stati condotti a forza in ospedale, è arrivato al 4° giorno di sciopero della fame e della sete. Le loro condizioni cominciano ad aggravarsi. Ieri, sotto una torrenziale pioggia monsonica, c'è stata una manifestazione molto intensa e toccante seguita da sessione di preghiera e "candle vigil". 150 tibetani sono stati arrestati dalla polizia indiana perché manifestavano davanti all'ambasciata cinese che è stata trasformata in un vero e proprio bunker, completamente circondata da filo spinato e presidiata da tantissimi poliziotti. Oggi tutti i tibetani donano il sangue in solidarietà con i tibetani in Tibet. Il poeta e attivista Tenzin Tsundue è ancora agli arresti nel carcere di Mandi, il suo avvocato spera di poterlo fare rilasciare nei primi giorni della prossima settimana.
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Diario della Marcia sul Tibet -3 (3a fase) |
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società & politica
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By Piero Verni on
06/08/2008 15.18
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Manali, Himachal Pradesh, 5 agosto 2008, ore 13.30 (locali)
Grande tensione tra i profughi tibetani qui in India. Mentre circolano voci voci ricorrenti che Lhasa sarebbe sotto una sorta di stato d'assedio tanto è massiccio il controllo poliziesco in queste ore, non si hanno notizie sicure su quale sia la condizione del poeta e attivista Tenzin Tsundue, arrestato l'altro ieri all'aereoporto di Bhuntar (distretto di Kullu) mentre cercava di unirsi alla settantina di tibetani che volevano entrare in Tibet dallo Spiti. Sembra invece certo che il fermo dei sessanta marciatori avvenuto ieri sia stato trasformato in arresto e siano detenuti o a Manali o a Bhuntar. Tra di loro c'è il lama Shingza Rinpoche, originario dell'Amdo, e attualmente uno dei principali maestri spirituali del monastero di Sera (India meridionale). E' la prima volta nella storia dell'esilio indiano che un lama di tale importanza viene imprigionato e tradotto in carcere. Tutti gli arrestati hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete. C'è un forte malcontento sia tra i tibetani sia tra la popolazione locale dello Spiti (di etnia tibetana) che ha cercato in tutti i modi di convincere la polizia indiana di non arrestare i marciatori. Purtroppo senza successo. Intanto a Delhi si sono aggravate le condizioni di salute dei sei militanti della Tibetan Youth Congress giunti al 9° giorno di sciopero della fame e della sete. E nella capitale indiana stanno convergendo centinaia di profughi sia per rendere omaggio ai digiunatori sia per partecipare alla grande manifestazione indetta per il 7 agosto dalla TYC per l'indipendenza del Tibet e contro i Giochi Olimpici della vergogna. In molti qui sperano in gesti concreti di solidarietà da parte dei sostenitori internazionali della causa tibetana e anche per questo vi chiedo di far circolare queste informazioni il più rapidamente possibile e nel modo più ampio. Io cercherò, nei limiti della mia possibilità di comunicare via telefonino, di tenervi puntualmente informati.
Tabo, Spiti, 4 agosto 2008, ore 13.45 (locali)
Il gruppo di oltre 70 tibetani che cercava di entrare in Tibet clandestinamente attraverso il confine situato nella regione indiana dello Spiti, è stato scoperto pochi minuti fa dalla polizia di Nuova Delhi. Oltre sessanta marciatori sono stati fermati anche se per il momento il numero di poliziotti è ancora limitato. E' confermata la notizia dell'arresto ieri pomeriggio del poeta e attivista tibetano Tenzin Tsundue. Ancora una volta è stato negato ai tibetani il diritto a tornare nella loro terra. Non sappiamo bene cosa potrà succedere nelle prossime ore, se il fermo dei catturati verrà tramutato in arresto e se anche i rimanenti marciatori verranno fermati o arrestati. E' però importante che la notizia di questo nuovo tentativo dei tibetani di entrare in Tibet venga fatto conoscere ai media e all'opinione pubblica internazionale per cui vi prego di diffondere al meglio e al più presto questa notizia e le altre che spero di riuscire ad inviarvi non appena ne avrò la possibilità.
Delhi, 05 agosto 2008, Nuova Delhi, ore 23.06 (locali)
I sei digiunatori della Tibetan Youth Congress sono stati portati adesso in ospedale. Le loro condizioni di salute si erano progressivamente aggravate e da alcune ore erano in immediato pericolo di vita. Appena avrò notizie più precise ve le invierò.
Delhi, 05 agosto 2008, Nuova Delhi, ore 23.30 (locali)
Il ricovero in ospedale dei sei digiunatori della Tibetan Youth Congress è stato fatto forzosamente, contro la volontà degli stessi, dalle forze di polizia indiane che sono intervenute alla tenda di Jantar Mantar dove si trova il presidio della Tibetan Youth Congress. La polizia ha arrestato circa 150 tibetani che si opponevano all'intervento repressivo. La situazione è estremamente tesa anche in vista della manifestazione del 7 agosto e per le notizie relative all'arresto del poeta e attivista Tenzin Tsundue e dei sessanta marciatori bloccati in Spiti tra cui l'importante lama Shingza Rimpoche.
Stefy - corrispondente da Nuova Delhi per: il Blog di Piero Verni (www.olistica.tv); Laogai Research Foundation Italia (www.laogai.it); Giotibet (
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Diario della Marcia sul Tibet -2 (3a fase) |
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società & politica
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By Piero Verni on
24/05/2008 10.47
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Banspatant, Uttarkhand, 23 maggio 2008 (ore 16.30, locali)
"Situazione improvvisamente tesa. Ieri i marciatori erano partiti ed avevano percorso 19 chilometri giungendo nel piccolo villaggio di Banspatan. Ad un certo punto è arrivato un piccolo gruppo di poliziotti che ha iniziato a fare dei controlli. Un video giornalista norvegese che era presente ha iniziato a filmare. A questo punto i funzionari di polizia gli hanno prima intimato di smettere minacciando di confiscargli la telecamera e poi, visto che lui protestava, lo hanno fermato e condotto al commissariato del villaggio di Berinag nel distretto di Pithogar.
Dopo alcune ore, visto che il reporter non tornava al campo, Tenzin Tsundue e Lobsang Yeshi sono andati a vedere cosa stesse succedendo. Ma neanche loro sono ritornati. Questa mattina due dirigenti delle 5 ONG sono, a loro volta, andati a controllare la situazione ma non hanno fatto ancora ritorno al campo. Non si capisce bene cosa stia succedendo. Probabilmente tutto si risolverà nelle prossime ore ma è comunque una situazione poco chiara. Fate circolare più che potete la notizia. Io, compatibilmente con gli enormi problemi di comunicazione che ho, cercherò di tenervi tempestivamente aggiornati".
Seraghat, Uttarkhand, 19 maggio 2008 (ore 20.00, locali)
Anche oggi Karma ha difficoltà per le comunciazioni via SMS; mi ha quindi telefonato per dirmi che:
"I marciatori sono ancora fermi a Seraghat e gli organizzatori continuano a dialogare con la polizia perché non frapponga ostacoli alla continuazione della 'Marcia Verso il Tibet'. La richiesta è che sia permesso di continuare almeno fino al passo Darchu-la passando per un territorio in cui non vi sono restrizioni di circolazione e non sono richiesti particolari permessi di ingresso; dopo il passo inizia una 'restricted area' dove per entrare si deve avere uno speciale permesso. Adesso dobbiamo riuscire a strappare alla polizia il consenso a partire da qui, poi una volta arrivati a questa 'restricted area', vedremo il da farsi. Se ho ben compreso dovrebbe distare poco più di un centinaio di chilometri. Comunque l'intenzione degli organizzatori e di tutti i partecipanti alla 'Marcia' è quella di raggiungere il confine ed entrare in Tibet. Come ho già scritto ieri, costi quel che costi. Ritengo che non sarà facile. In ogni caso l'atteggiamento dei poliziotti non è ostile. Sono disponibili al dialogo e mi pare vogliano evitare in tutti i modi un'azione di forza con fermi ed arresti. Hanno però intensificato i controlli dei documenti. Io devo scendere ad Almora per telefonare e incontro diversi posti di blocco. La mia impressione è che si aspettino l'arrivo di altri marciatori (tibetani ma anche occidentali) e non gradiscano affatto l'idea. Sto cercando di trovare il modo per comunicare con qualche telefono portatile ma non sembra essere per nulla facile. Spero di trovare una soluzione al più presto anche perché fra qualche chilometro termina la strada asfaltata e la 'Marcia' dovrà inoltrarsi nelle foreste himalayane e quindi non avrò più la possibilità di trovare cabine o posti telefonici."
Seraghat, Uttarkhand, 19 maggio 2008 (ore 24.00, locali)
Come temuto, nell'area montana in cui si trova adesso la Marcia Verso il Tibet, i telefoni portatili hanno molti problemi di ricezione quindi oggi Karma non è stata in grado di inviarmi SMS ma ha solo potuto telefonarmi da una cabina pochi minuti fa, ecco in sintesi quanto mi ha detto:
"I marciatori sono fermi nell'area di Seraghat perché pochi chilometri più avanti c'è un ingente schieramento di polizia intenzionato a bloccare la Marcia; da diverse ore i dirigenti delle 5 ONG stanno trattando con la polizia perché consenta alla Marcia di proseguire. Io sono arrivata ieri mattina e ho trovato la gente che avevo lasciato poche settimane fa, altrettanto determinata ad andare avanti ed entrare in Tibet. Costi quel che costi. Sono in molti ad essersi lasciati dietro le spalle quel poco che avevano ed ora sono pronti anche a sacrificare le loro vite per libertà del Tibet. L'altro ieri c'è stato un violento temporale che ha causato non pochi problemi logistici ma adesso il tempo è tornato abbastanza sereno e fresco. Certo si dovrà cominciare a pensare a come affrontare le violente piogge monsoniche che fra poche settimane cominceranno a devastare queste regioni dell'India. Ma a questo si penserà in un secondo momento. Adesso l'importante è convincere la polizia a levare il blocco e lasciare passare i marciatori. Compatibilmente con le possibilità di comunicazione vi terrò informati di quanto accadrà."
Karma C. (corrispondente dalla "Marcia Verso il Tibet" per: Il Blog di Piero Verni (www.olistica.tv); Dossier Tibet (www.dossiertibet.it); Associazione Italia-Tibet (www.italiatibet.org); Il Sentiero del Tibet (www.ilsentierodeltibet.it); Giotibet (www.giotibet.com); Laogai Research Foundation Italia (www.laogai.org)
P.S.: è possibile aiutare il Tibetan People's Uprising Movement facendo una donazione a partire da questa pagina web: www.tibetanuprising.org
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > Diritti umani (free Tibet)
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La Marcia Verso il Tibet riprende! |
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società & politica
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By Piero Verni on
28/04/2008 9.57
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Riprendiamo a pubblicare gli aggiornamenti sulla "Marcia verso il Tibet" dalla nostra corrispondente Karma C.
Nuova Delhi, 18 aprile 2008 (ore 22.00, locali)
Questa mattina alle nove, circa 120 marciatori si sono radunati nel cortile del Gurudwara (tempio della religione Sik) di Majnukatilla, il quartiere tibetano di Delhi, per cantare l´inno tibetano. Il morale dei marciatori è alle stelle e sono tutti felici ed eccitati all´idea che dopo più di un mese stia per ripartire la "Marcia Verso il Tibet". Si tratterà della terza fase della "Marcia". La prima si è conclusa il 14 marzo scorso quando l´iniziale gruppo di 100 marciatori venne arrestato nella cittadina di Dhera (Himachal Pradesh). La seconda fase è iniziata il 16 marzo a Dhera, nel momento in cui il secondo gruppo di marciatori si mise in cammino fino alla cittadina di Ahmedpur (Punjab) dove il 23 marzo venne annunciato che la "Marcia Verso il Tibet" si sarebbe fermata per circa un mese. E domani inizierà a Delhi la terza fase. Alle 10 di mattina i marciatori si riuniranno a Raj Ghat (il luogo in cui sono custodite le ceneri di Gandhi) per pregare e rendere omaggio al Mahatma. Subito dopo i responsabili delle 5 NGO´s che organizzano la "Marcia" terranno una breve conferenza stampa per annunciare ufficialmente l´inizio della terza fase e la nuova partenza. Per quanto riguarda ieri, la Tibetan Youth Congress ha organizzato la protesta contro la sfilata della torcia olimpica a Delhi. 403 militanti della TYC, tra cui una ragazza di non ancora diciotto anni, sono stati arrestati. Sono stati prelevati dalla polizia in varie parti di Nuova Delhi e rinchiusi in differenti stazioni di polizia. In quella di Mayapuri, su 86 imprigionati, un ragazzo ed una ragazza hanno riportato fratture multiple agli arti mentre 3 ragazze sono state picchiate. Il Tibetan Solidarity Committee ha organizzato la sfilata di una torcia della libertà, alternativa a quella ufficiale che ha riscosso un enorme successo.
Karma C. (corrispondente dalla "Marcia Verso il Tibet" per: Il Blog di Piero Verni (www.olistica.tv); Dossier Tibet (www.dossiertibet.it); Associazione Italia-Tibet (www.italiatibet.org); Il Sentiero del Tibet (www.ilsentierodeltibet.it); Giotibet (www.giotibet.com); Laogai Research Foundation Italia (www.laogai.org)
P.S.: è possibile aiutare il Tibetan People's Uprising Movement facendo una donazione a partire da questa pagina web: www.tibetanuprising.org
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > Diritti umani (free Tibet): Cinesi ammazzano tibetani
Leggi i blog di Olistica.tv: > Il blog di Piero Verni: Il Tibet, il satyagraha e l'insurrezione del Dalai Lama in Italia
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Ma non era inutile manifestare? |
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società & politica
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By Piero Verni on
26/04/2008 9.24
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Ma non era inutile manifestare? Allora diamo un’occhiata ai fatti.
A metà gennaio 2008, sull’edizione telematica della rivista Nouvel Observateur, uno sconsolato Dalai Lama era costretto ad ammettere che i contatti tra i suoi inviati e i rappresentanti di Pechino erano finiti su di un binario morto. Aveva infatti rivelato che nel luglio 2007 l’ultimo infruttuoso incontro tra diplomatici tibetani e cinesi si era concluso con la seguente frase di uno di questi ultimi: “Non esiste alcun problema tibetano”.
Il 4 gennaio di quest’anno, cinque Organizzazioni Non Governative (ONG) tibetane lanciavano il “the Tibetan People’s Uprising Movement”, che riapriva con forza la battaglia per la liberazione del Tibet. organizzando la “Marcia Verso il Tibet” che sarebbe partita da Dharamsala, il 10 marzo. Da subito questa iniziativa incontrò il favore di un crescente numero di tibetani dell’esilio e suscitò grandi attese in Tibet. Tutti ritenevano che l’imminente apertura dei Giochi Olimpici fornisse un palcoscenico privilegiato per contestare il governo della Repubblica Popolare Cinese.
Tra gennaio e marzo, la preparazione della “Marcia Verso il Tibet” galvanizzò anche un buon numero di organizzazioni di sostegno al Tibet e di amici internazionali della causa tibetana. Per la prima volta, dopo tanto tempo, una ventata d’aria fresca e di entusiasmo attraversava un mondo che in termini di fiducia e attivismo aveva pesantemente risentito dell’annoso immobilismo del Governo tibetano in esilio (GTE).
Il 10 marzo la “Marcia Verso il Tibet” parte da Dharamsala e cattura immediatamente una straordinaria attenzione dei mass media di tutto il mondo. Le autorità tibetane assistono in silenzio al dispiegarsi di questa iniziativa che non vedono di buon occhio, timorose che possa irritare Pechino e vanificare del tutto anche quel poco che rimane di contatti con la Cina. Sempre il 10 marzo i monaci dei monasteri di Lhasa iniziano a manifestare contro la presenza cinese in Tibet venendo brutalmente repressi dagli squadroni della Polizia Armata.
L’11 e il 12 marzo, mentre in India continua la “Marcia Verso il Tibet”ed iniziano a diffondersi voci di un imminente intervento della polizia indiana per bloccarla, a Lhasa monaci di quasi tutti i monasteri scendono in piazza in un crescendo di proteste che iniziano ad allargarsi alla popolazione civile. La polizia interviene duramente caricando e, secondo alcuni testimoni oculari, sparando. Alla fine tutti i principali luoghi di culto della capitale tibetana vengono circondati e sigillati da un duplice cordone di sicurezza in modo che nessuno possa entrare o uscire.
La mattina del 13 marzo, gendarmi di Nuova Delhi arrestano tutti i marciatori, il poeta e noto attivista Tenzin Tsundu, più tre dirigenti delle organizzazioni responsabili della Marcia. La notizia ha un eco giornalistico eccezionale e suscita una profonda emozione ovunque. Mai, negli ultimi anni, la situazione tibetana aveva ottenuto un tale risalto.
Il 14 marzo a Dharamsala il professor Samdong Rinpoche, primo ministro del GTE, chiede ufficialmente che la “Marcia Verso il Tibet” termini per non violare le leggi indiane. Le cinque ONG non ascoltano questa richiesta e decidono di andare avanti con un altro contingente di marciatori. Tra l’altro, fanno notare come la loro iniziativa si collochi all’interno di una cornice rigorosamente non violenta sia per quanto riguarda i fini sia i mezzi e si richiami esplicitamente alla gandhiana “Marcia del Sale”. Infatti tra di loro le foto del mahatma sono numerose quanto quelle del Dalai Lama. Gli arresti, la resistenza passiva dei marciatori, la volontà di proseguire con altri volontari, la diffusione delle immagini attraverso centinaia di servizi televisivi... tutto questo provoca un vero e proprio “tsunami” di simpatia verso l’iniziativa e le cinque ONG sono sommerse da migliaia di messaggi di solidarietà che le esortano inoltre a non mollare.
Nelle stesse ore a Lhasa scoppia la collera dei tibetani e la città insorge. Migliaia di persone prendono possesso delle piazze della capitale e si scagliano contro tutti i simboli del dominio cinese sul Tetto del Mondo. Decine e decine di negozi dei coloni hui, paradigma dello sfruttamento coloniale, dell’emarginazione economica, dell’arroganza del potere, fanno le spese della frustrazione, dell’esasperazione, della disperazione, della rabbia accumulate dai tibetani in quasi sessant’anni di oppressione: sono distrutti o dati alle fiamme. Per molte ore gli insorti sono padroni di vaste aree di Lhasa. La Polizia Armata è costretta sulla difensiva e non ha il coraggio di avventurarsi nelle zone degli incidenti più gravi. Le immagini riprese dalle telecamere dei poliziotti e da quelle che controllano ogni crocevia della città, fanno il giro del mondo. Il Tibet, e quanto avviene a Lhasa e/o in India, è al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale.
Il 15 marzo riprende, dal villaggio indiano di Dehra, la nuova fase della “Marcia Verso il Tibet” mentre a Lhasa continuano gli scontri e le manifestazioni. Dal tardo pomeriggio la Polizia Armata e l’esercito cominciano a ristabilire il controllo sulla città grazie a decine di autoblindo e numerosi carri armati. Viene lanciato un minaccioso ultimatum a chi resiste ancora. Dovrà arrendersi entro la mezzanotte del 17. Chi non lo farà sarà trattato “senza misericordia”.
Nei giorni seguenti a Lhasa si spengono i principali focolai della rivolta, ma insorgono decine e decine di località del Kham e dell’Amdo, oggi incorporate nelle province cinesi del Quingai, del Sechuan e del Gansu. A migliaia i tibetani scéndono in piazza sventolando la loro bandiera nazionale, chiedendo libertà e indipendenza. A Bora (area del Kham incorporata nel Gansu), un gruppo di uomini a cavallo entra nel villaggio, occupa la stazione di polizia, ammaina la bandiera rossa e la sostituisce con quella tibetana. E’ casualmente presente un cineoperatore che riprende tutto e quelle immagini hanno una copertura mediatica inimmaginabile.
La seconda metà di marzo e le prime settimane di aprile sono un incubo per il governo di Pechino, preso alla sprovvista da questo crescendo di problemi. Non solo da quanto succede in Tibet. Anche in India (dove la “Marcia” continua e i tibetani manifestano ovunque tentando in più occasioni di dare l’assalto all’ambasciata cinese di Nuova Delhi) e nelle principali città del mondo in cui si susseguono cortei, fiaccolate, comizi a favore della causa tibetana. A Vienna, un manifestante riesce a issare la bandiera del Tibet indipendente su di un balcone della legazione diplomatica (dopo aver strappato quella cinese). Ma soprattutto, per la prima volta nella sua storia, Pechino si trova a subire pressioni autentiche da parte di governi, parlamenti, uomini politici esteri che gli chiedono con una determinazione inusuale, di aprire al più presto negoziati con il Dalai Lama. Infine inizia la via crucis della povera fiaccola olimpica costretta a sfilare tra imponenti misure di sicurezza e, soprattutto a Londra e Parigi, duramente contestata da vaste folle che reclamano la libertà del Tibet (e degli altri territori occupati dalla Cina) oltre che il rispetto dei diritti umani, politici e sindacali.
Il governo cinese risponde con la repressione dura e attaccando violentemente il Dalai Lama definito “serpente dal morso velenoso”, “lupo travestito da monaco”, “reazionario mercante di schiavi” e accusato di essere l’ispiratore delle rivolte in Tibet. Per settimane questa è la posizione ufficiale di Pechino ma oggi, 25 aprile 2008, l’agenzia ufficiale “Nuova Cina” parla di imminente ripresa dei colloqui tra un inviato del Dalai Lama ed esponenti governativi cinesi.
Vedremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni quale sarà l’effettiva portata di questa decisione. Se si tratterà, come mi sembra probabile, solo di un gesto propagandistico dettato dalla pressione internazionale e dal timore di un’ulteriore esplosione di Lhasa quando la fiaccola olimpica transiterà per il Tibet e la sua capitale (19, 20, 21 giugno), oppure se tutto quello che è successo ha in qualche modo incrinato le monolitiche chiusure degli autocrati di Pechino. Se ha prodotto una sia pur minima breccia in quella “muraglia” di alterigia, durezza, sicumera, arroganza, che da sempre li caratterizza.
Però una cosa è certa. Si trattasse anche solo di un gesto diversivo, di un espediente per riordinare le idee e uscire senza ulteriori ammaccamenti da quella che sempre pi ...
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Non fermate la Rivoluzione! |
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mondi orientali
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By Piero Verni on
13/04/2008 11.38
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Pubblico questo interessante articolo di Jamyang Norbu:
C’è un incubo ricorrente, ben noto nella psichiatria clinica, in cui il dormiente picchia un nemico ma non riesce a procurargli alcun danno. Più furiosamente si colpisce il nemico, con pugni o calci, più egli rimane esasperatamente illeso. In tutti gli anni in cui ho lavorato a Dharamsala mi è sembrato di combattere sotto il peso di una frustrazione e di una impotenza senza rimedio, spesso anche inutilmente. Sono certo che altri tibetani in Tibet e in esilio hanno provato gli stessi sentimenti. Ma ora sembra che noi ci stiamo finalmente svegliando da questo lungo incubo e cominciamo a comprendere che ciò che facciamo ha un effetto, questo fa la differenza; che noi possiamo sferrare un colpo - un duro colpo- contro il regime comunista cinese. E che anche se il nostro scopo comune dell’indipendenza del Tibet può non realizzarsi così presto come vorremmo, noi possiamo ora intraprendere dei passi concreti, fare sacrifici se necessario, per accelerare l’agenda della sua realizzazione. Come si può descrivere adeguatamente tutto quello che è accaduto (e sta accadendo) in Tibet? I media le hanno definite proteste, tumulti, dimostrazioni, disordini, perfino rivolte, termini forse adatti a descrivere un evento isolato ma completamente inadeguati a comprendere il significato della mega-esplosione del 10 Marzo di quest’anno. Si tratta di una rivoluzione. Niente di meno. Si consideri l’estensione degli eventi. Nel 1987-89, le proteste furono limitate a Lhasa e a qualche villaggio e monastero vicini ma quest’anno si sono estese fino alle lontane regioni orientali dell’Amdo e del Kham, all’interno delle province cinesi di Gansu, Sichuan e Qinghai. I nomi di questi aree critiche: Ngaba, Bora, Labrang, Mangra, Ditsa, Yulgan, Tsekhog, Tsoe, Palung, Chentsa, Rebgong, Kyegudo, Dariang, Sershul, Machu, Chigdril, Chone, Luchu, Ngaba, Serthar, Palyul, Tehor, Drango, Barkham, Tridu, Kanze, Lithang, Nyakrong e molti altri, lanciano la sfida. Porterò nella tomba la visione dei cavalieri (e ciclisti) di Bora che caricano. Nel Tibet centrale abbiamo avuto proteste e scontri a sakya, Shigatse, Samye, Toelung Dechen, Ratoe, Phenpo, Gaden, Medrogongkar, e altre aree non menzionate nel Tibet occidentale. Anche a Beijing e Lanzhou, in un mare di cinesi ostili, studenti universitari tibetani hanno organizzato coraggiosamente proteste e sit-in. Ovunque i tibetani sono venuti fuori sventolando la vecchia bandiera nazionale, gridando il loro impegno al Rangzen (indipendenza) e la loro devozione al proprio leader, il Dalai Lama. Anche dopo la repressione cinese e gli arresti di massa 30 monaci tibetani hanno protestato nel Jokhang davanti ai giornalisti stranieri condotti in tour di propaganda in città. Qualche giorno dopo, quando è la volta di funzionari governativi stranieri ad essere portati in un tour propagandistico della città, un’altra grande dimostrazione ha avuto luogo a Lhasa, nell’area di Ramoche. Inoltre ci sono state dimostrazioni, proteste, marce, e veglie da parte dei tibetani in esilio e dei loro sostenitori in quasi tutte le maggiori città del mondo. Sono state insolitamente vigorose, anche aggressive. Un tratto comune a questi eventi è stato quello di strappare la bandiera cinese dal pennone dell’ambasciata o consolato per sostituirla con quella nazionale tibetana. Ancora non ho potuto ottenere il video dello straordinario uomo-ragno tibetano che si è arrampicato con velocità e perizia sul muro dell’ambasciata cinese a Vienna e ha tirato giù l’odiata bandiera rossa. E questo ancora continua in Tibet e altrove. Molti tibetani in esilio a New York hanno abbandonato il proprio lavoro e stanno vivendo con i loro risparmi per consentire alle dimostrazioni e alle proteste di continuare. Domenica scorsa era ad un raduno organizzato dall’unico tibetano di Nashville, la capitale del Tennessee. Ero venuto giù dalla montagna in auto con la mia famiglia e gli amici e altri tibetani erano venuti – studenti, monaci e laici – guidando per molte ore dalla Georgia e dal Kentucky. Era rimarchevole la spontaneità di tutti. È vero, noi avevamo il comune obbiettivo delle olimpiadi di Pechino, ma ovunque i tibetani, a distanza di migliaia di miglia, sembravano operare su un’unica lunghezza d’onda. Alcuni dei nostri più ammirati amici del dharma direbbero che erano all’opera le nostre naturali abilità telepatiche ma Anne Applebaum, studiosa e giornalista vincitrice del premio Pulitzer (Gulag, a History), nel suo articolo del 18 Marzo sul Washington Post, fornisce una spiegazione più prosaica: telefoni cellulari. Per Applebaum gli eventi in Tibet rappresentano una manifestazione di una più ampia reazione delle “nazioni prigioniere”, uighuri, mongoli, tibetani, che si sollevano contro il dominio tirannico di un potere imperiale vecchio e straniero che ha oppresso a lungo i paesi e le società più piccole che lo circondano. Applebaum include in questa categoria anche nazioni indipendenti come la Corea del Nord e la Birmania, quindi, con grande esatezza, relega Kim Jong Il e la giunta militare birmana al ruolo di dittatori per procura di Beijing. Quasi a conferma della grande teoria della Applebaum, la Reuters riportava, solo pochi giorni fa, la notizia di grandi dimostrazioni avvenute nel Turkestan Orientale (Xinjiang). Sui fatti del Tibet la Applebaum conclude che se i leader cinesi “…non sono preoccupati dovrebbero esserlo. Dopo tutto gli ultimi due secoli sono pieni di storie di imperi forti e stabili rovesciati dai loro soggetti, indeboliti dai loro stati clienti, travolti dalle aspirazioni nazionali di piccoli paesi subordinati. Perché il 21° secolo dovrebbe essere diverso? Ieri, mentre guardavo un confuso video da cellulare di gas lacrimogeni che rotolavano nelle strade di Lhasa, non potevo evitare di chiedermi quando – forse non in questa decade, in questa generazione o neanche in questo secolo – il Tibet e i suoi monaci avranno la loro vendetta.” I tibetani, religiosi e laici, non sono un popolo vendicativo, ma non si accorderanno per niente di meno che un Tibet indipendente, ed io ho la sensazione che questo avverrà prima di quanto pensi la Applebaum. Ma Applebaum ha ragione su un punto, che questo è molto più di quanto la maggior parte della gente sia capace di comprendere. La leadership tibetana non sembra averlo compreso affatto. In un momento così profondamente storico, le azioni del governo in esilio di Dharamsala appaiono incomprensibili ed allarmanti. Il 17 Marzo il Dalai Lama ha convocato i capi delle cinque organizzazioni che si sono unite per creare il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano ed organizzare le varie dimostrazioni in India e nel mondo ed hanno anche organizzato la marcia della pace verso il Tibet. Il Dalai Lama ordina loro di fermare la loro marcia verso il Tibet. Non solo gli organizzatori sono stati costretti a fermare la loro marcia verso il Tibet da tempo pianificata, ma l’ordine di H.H. sembra aver causato la rottura della loro alleanza. Ancora, obbedendo alle direttive del Primo Ministro Samdhong Rinpoche, il gabinetto ed il parlamento in esilio hanno creato uno speciale “Comitato di Solidarietà” per assumere la guida delle varie campagne ed attività sorte ovunque nel mondo. Sembra che membri del comitato abbiano avvicinato i leader e rappresentanti di questi movimenti ed organizzazioni per indurli a porre fine alle loro attività indipendenti per operare sotto la direzione del comitato stesso. Sembra che il comitato abbia messo in opera una sorta di strategia del “divide et impera”, interpellando separatamente le singole organizzazioni. I rappresentante di un gruppo di attivisti mi ha informato che un portavoce del comitato gli ha comunicato che la situazione in Tibet era così critica da costituire un’”emergenza nazionale”, perciò il governo in esilio aveva il diritto ed il dovere di prendere la guida di ogni attività di tutti i gruppi indipendenti i quali, d’ora in avanti, avrebbero dovuto fare solo ciò che il “Comitato di Solidarietà” avrebbe detto loro di fare. È ironico che le autorità comuniste cinesi stiano usando i medesimi argomenti cinici e stantii della “sicurezza nazionale” per giustificare la loro brutale repressione dei manifestanti tibetani in Tibet. Il governo tibetano dovrebbe comprendere che così sta violando i diritti dei singoli tibetani – in particolare i diritti di assemblea e protesta pacifica. Non può imporre brutalmente la sua volontà ma esso sta usando la coercizione e anche (oso dire) il ricatto emotivo e “spirituale”, sfruttando la devozione della gente verso il Dalai Lama. Anche il Primo Ministro Samdhong Rimpoche ha ...
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Paris Brule? (la fiaccola fra Parigi e Tibet) |
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società & politica
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By Piero Verni on
08/04/2008 16.24
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Quella che nelle intenzioni di Pechino doveva essere una giornata gloriosa per il regime, una vetrina dei suoi successi commerciali e politici, un successo propagandistico senza precedenti (in barba a tutti quelli che ci propinano in continuazione la lezioncina retorica dello sport che non deve essere politicizzato), si è trasformata qui a Parigi nella più nera delle <i>débâcles</i>. La torcia olimpica costretta a sfilare tra due ali di cellulari di poliziotti in una Parigi in stato d’assedio, due volte spenta e fatta salire su un pullman per proteggerla dalla collera dei manifestanti pro Tibet e dei militanti di <i>Reporter Sans Frontières</i> (RSF). Quello che era stato previsto come il momento principale dell’evento, la cerimonia all’Hôtel de Ville alla presenza dell’ambasciatore cinese, del sindaco di Parigi e di vari notabili del carrozzone olimpico, annullato perché i consiglieri comunali ecologisti avevano esposto alle finestre del Municipio una bandiera tibetana e il drappo nero con le cinque manette al posto dei cerchi olimpici di RSF. La torcia definitivamente spenta e fatta arrivare sul pullman alla sede del <i>Comité National Olympique et Sportif Français</i> (CNOSF), nei pressi dello stadio di Charléty per un’ultima, frettolosa cerimonia di commiato. Come scrive questa mattina (8 aprile) il quotidiano <i>Liberation</i>, “La tappa parigina della torcia olimpica è stata un vero fiasco (per gli organizzatori) e una grande vittoria per tutti gli oppositori del regime di Pechino”. Ma vediamo come è andata la giornata di ieri momento per momento.ore 07,30: Parigi è bianca sotto un velo di neve caduta nella notte ma si è alzato un vento gelido e in cielo le nuvole già cominciano a scompattarsi facendo apparire larghe chiazze di blu che lasciano ben sperare nella clemenza del tempo. ore 08,30: Lascio il mio albergo per andare a fare colazione alla <i>Coupole</i> e vedo che tutti chioschi dei giornali di Boulevard du Montparnasse hanno esposto il numero odierno del quotidiano <i>Liberation</i> che ha l’intera prima pagina occupata dal disegno delle cinque “manette olimpiche” e una grande scritta, “Libérez les JO” (Liberate i giochi olimpici). Mi sembra un buon segno. In Francia la cultura di sinistra, anche di quella più radicale, si è spesa molto nella polemica contro Pechino, soprattutto dopo le manifestazioni in Tibet dei giorni scorsi a cui, proprio <i>Liberation</i> ha dedicato ampio spazio.ore 10,30: Prendo un taxi per andare alla Esplanade du Trocadéro dove è previsto il principale concentramento della manifestazione contro la torcia olimpica. Chiedo alla tassista di passare il più possibile vicino alla Torre Eiffel perché voglio dare un’occhiata al luogo da dove avrà inizio il percorso della torcia. Ci siamo da poco lasciati alle spalle il quartiere di Montparnasse e già alla fine di Boulevard Raspail si inziano a vedere colonne di cellulari di CRS e centinaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa. Man mano che il taxi si avvicina alla Torre Eiffel, Parigi assume sempre più l’aspetto di una città in stato d’assedio. All’altezza della Torre tutte le strade sono bloccate e transennate. Nessuno può avvicinarsi se non facendo un tortuoso percorso obbligato. Fermo il taxi e scendo per andare a vedere cosa succede, tanto il Trocadéro è dall’altra parte della Senna e basta attraversare un ponte per raggiungerlo. Mi incammino seguendo le indicazioni dei gendarmi e comincio a vedere gruppi di cinesi, per lo più giovani, che stanno arrivando. Molti portano la bandiera rossa della Repubblica Popolare e qualcuno l’ha anche pitturata sulla faccia. Per lo più danno l’impressione di essere distratti e annoiati. Sembrano più “cammellati” dalla loro ambasciata che venuti per intima convinzione. Con le dovute eccezioni, ovviamente. Sotto la Torre Eiffell sventolano altre bandiere rosse e un gruppo folclorico percuote tamburi al cui suono danzano un paio di dragoni dal manto giallo. Al limitare meridionale del Campo di Marte (il grande Parco situato tra la Torre Eiffel e l’<i>Ecole Militaire</i>, un piccolo gruppo di militanti pro Tibet viene spintonato e bruscamente allontanato da una decina di CRS manganello alla mano. ore 11,00: Mi incammino alla volta dell’Esplanade du Trocadéro e la cosa si rivela complicatissima. Tutti i ponti che portano sulla riva destra della Senna sono sbarrati e presidiati da CRS. In realtà l’intero lungosenna è una interminabile fila di poliziotti. Finalmente, riesco a trovare un ponte non sbarrato e ad attraversare il fiume. Ma anche dall’altra parte la situazione non cambia molto. Ovunque divieti e CRS che sbarrano la strada. La scalinata che porta al Trocadéro è completamente chiusa e presidiata da decine di reparti di polizia già con gli scudi ai piedi e il casco alla cintura. Altro percorso tortuoso ed obbligato (in salita per di più) e finalmente riesco a mettere piede sulla sospirata Esplanade.ore 12,00: Sudato (quando il sole si fa largo tra le nuvole e il vento scema, la temperatura sale bruscamente), arrivo finalmente a destinazione. Il colpo d’occhio, come si suol dire, è notevole. Un mare di bandiere (moltissime tibetane, ma anche quelle celesti con la mezzaluna bianca del Turkestan orientale e qualcuna perfino del Vietnam del sud dal momento che la comunità dei profughi vietnamiti ha aderito alla manifestazione), striscioni (tra i quali spicca quello blu con ideogrammi oro del Partito Democratico Cinese) e tanta gente. Tremila, forse quattromila persone. Numerosi i tibetani ma quello che mi colpisce sono i giovani parigini. Veramente tanti, per lo più liceali. Decisi, entusiasti a gridare a muso duro, <i>Libérez le Tibet</i> e <i>Sarkò boycott</i>. Sarà il quarantennale del ’68, qui ricordato da tutti i giornali e da un’alluvione di libri, ma sembrano scene da “maggio francese pro Tibet”. ore 12,30: Dal limitare dell’Esplanade, oltre non possiamo andare nemmeno noi giornalisti bloccati dal muro di poliziotti, riusciamo a intravedere un movimento sotto la Torre Eiffel che ci indica che la torcia è partita. Arriva subito una telefonata per dirci che un piccolo gruppo di tibetani che tentava di avvicinarsi alla torcia è stato caricato dalla polizia. Qui al Trocadéro iniziano i discorsi di vari esponenti politici e dei rappresentanti delle comunità (tibetana, uigura, vietnamita e taiwanese) che hanno indetto la manifestazione. ore 12,45: Ci giungono notizie che lungo il percorso della torcia sono cominciati gli attacchi di piccoli “commando” di manifestanti anti Pechino. Un gruppo più consistente è riuscito ad avvicinarsi al percorso subito dopo la Torre Eiffel ed è stato caricato dai CRS. Militanti di RSF che distribuivano bandierine con le “cinque manette olimpiche” sono stati fermati dalla polizia.ore 13,00: Lungo il percorso della torcia inizia il caos. Nonostante l’ingente (si parla di quasi quattromila poliziotti) spiegamento, le forze dell’ordine non riescono a garantire un ordinato procedere della torcia. E’ un continuo succedersi di assalti, cariche, arresti. Fermata e interrogata anche Mireille Ferri, vicepresidente Verde del Consiglio Regionale dell’Ile de France. Si stava dirigendo verso la torcia munita di un estintore! Alla fine della giornata si conteranno una trentina di fermi.ore 13,09: Qui al Trocadéro arriva la notizia che in seguito ai numerosi incidenti, la fiamma è stata spenta dagli organizzatori e fatta salire su un pullman insieme ai tedofori. Il percorso a piedi è interrotto. L’entusiasmo è ovviamente alle stelle. Le grida e gli slogan ritmati (soprattutto <i>Libérez le Tibet</i>) impediscono di sentire la voce degli oratori che continuano ad alternarsi sul palco.ore 13,30: il tedoforo tennista Arnaud di Pasquale attende invano il passaggio della torcia rimasta blindata dentro il pullman che prosegue circondato da centinaia di CRS a piedi e sui mezzi.ore 13,40: Un enorme drappo nero con le ormai famosissime “manette olimpiche” viene esposto al primo piano della Torre Eiffel da militanti di RSF. Approfittando di un attimo di distrazione dei gendarmi di guardia, tre uomini hanno scalato l’edificio ed esposto il drappo. Poi si sono incatenati per rendere più difficile la rimozione del drappo da parte dei pompieri.
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Diario della Marcia sul Tibet -9 |
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società & politica
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By Piero Verni on
26/03/2008 19.36
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Dal Punjab verso Delhi, 25 marzo 2008 (ore 12.30, locali)
Allora la prima parte della "Marcia Verso il Tibet" è terminata ieri. Oggi prosegue sotto una nuova forma e con nuovi contenuti verso Delhi, guidata dal "Comitato di Solidarietà". Le cinque NGO organizzatrici dicono che la "Marcia Verso il Tibet" è solamente sospesa per un mese e che poi riprenderà. Spero con tutte le mie forze che sia vero. Ritengo che molto dipenderà anche dal sostegno internazionale, chiaro ed esplicito, che arriverà loro dalla comunità tibetana e dai gruppi di sostegno al Tibet. Penso che si tratti della più importante iniziativa mai messa in piedi dai tibetani e sarebbe una tragedia che non riprendesse fra un mese più determinata e decisa di prima. Il mio compito è quindi terminato e torno a Delhi tra pochi minuti. Vorrei inviare un sentito ringraziamento a tutti i siti e i gruppi a nome dei quali ho inviato questi mie brevi corrispondenze e che mi hanno consentito di seguire questa prima parte della "Marcia Verso il Tibet". Grazie veramente di cuore a tutti. Pö Gyalo!
Ahmedpur, Punjab, 25 marzo 2008 (ore 07.00, locali)
E' ripartita la "Marcia" in direzione di Delhi, guidata dal "Comitato di Solidarietà" (Tibetan Solidariety Committee). I marciatori hanno ricevuto le notizie degli ulteriori scontri in Tibet avvenuti nella regione dell'Amdo (ora Sichuan) e delle manifestazioni di Katmandu brutalmente represse dalla polizia nepalese e sono più che mai decisi ad arrivare prima a Delhi e poi riprendere la "Marcia" verso il Tibet.
Ahmedpur, Punjab, 24 marzo 2008 (ore 20.00, locali)
E' arrivata adesso la notizia che tutti gli arrestati del primo gruppo di marciatori sono stati rilasciati in anticipo tranne Tenzin Tsundue, Lobsang Yeshi e Tenzin Choeying, i tre leader della "Marcia".
Ahmedpur, Punjab, 24 marzo 2008 (ore 15.30, locali)
E' arrivato il presidente del Parlamento tibetano in esilio che ha spiegato le ragioni alla base della decisione del Governo tibetano in esilio di dare vita ad un "Comitato di Solidarietà" (il nuovo nome dell'Emergency Committee) costituito da sette membri tra esponenti del Kashag e del Parlamento. I marciatori avevano espresso la volontà di continuare la "Marcia" fino a Nuova Delhi o, almeno, di tenere il primo e il secondo gruppo di marciatori uniti e disponibili a mettere in pratica qualsiasi azione che possa venire programmata dal "Comitato di Solidarietà". Alla fine è stato annunciato che la "Marcia" continuerà fino a Delhi sotto la direzione del "Comitato di Solidarietà" con i nuovi slogan stabiliti dal "Comitato di Solidarietà" stesso, vale a dire: 1) rilascio immediato di tutti i tibetani arrestati in Tibet; 2) stop alle torture a cui sono sottoposti i tibetani detenuti nelle carceri cinesi; 3) possibilità di assistenza medica e di un trattamento umano per gli arrestati; 4) invio di una missione indipendente in Tibet per accertare come sia ora la situazione e come si siano svolti i fatti.
Ahmedpur, Punjab, 24 marzo 2008 (ore 09.30, locali)
I marciatori stanno attendendo l'arrivo del Presidente del Parlamento tibetano in esilio che dovrà spiegare loro i programmi e gli obiettivi dell'Emergency Committee che sembra siano focalizzati sulla situazione in Tibet. Qui tutti stanno discutendo animatamente delle scelte politiche da fare e sono consapevoli di avere molte domande da rivolgere al presidente del Parlamento tibetano in esilio.
Ahmedpur, Punjab, 23 marzo 2008 (ore 20.30, locali)
Alle 21,00 di questa sera Shingza Rinpoche, del monastero di Sera je, è venuto a trovare i marciatori al campo di Ahmedpur dove ci troviamo da ieri. Il religioso ha chiesto ai marciatori di continuare la loro "Marcia Verso il Tibet" proprio a causa delle gravissima situazione in cui si trova il Tibet. Un rappresentante del comitato organizzatore ha poi spiegato i motivi che hanno portato alla sospensione per un mese della "Marcia". Tutti i marciatori presenti hanno ascoltato con molta attenzione entrambi gli interventi.
Punjab, 23 marzo 2008 (ore 09.30, locali)
Purtroppo le voci che circolavano ieri si sono dimostrate vere. Questa mattina alle 08,30 i presidenti della Tibetan Women Associations e del Democratic Party of Tibet hanno radunato i marciatori e spiegato loro che il Dalai Lama in persona aveva chiesto agli organizzatori di fermare la "Marcia" alla luce di quanto successo in Tibet. Ai marciatori è stato comunicato che dopo una lunga serie di incontri tra i dirigenti delle cinque organizzazioni non governative responsabili della "Marcia Verso il Tibet" e i rappresentanti di un "Emergency Committee" formato dal governo tibetano in esilio, è stato deciso di sospendere la "Marcia" almeno per un mese e di unirsi all' "Emergency Committee" per vedere se effettivamente questo organismo potrà funzionare e in che modo. Unanimamente i marciatori, che non hanno accolto bene la notizia, hanno richiesto l'immediata presenza qui al campo dove siamo di uno o più rappresentanti dell'"Emergency Committee" per poterci parlare. E' stato anche spiegato che ci sono state forti pressioni del governo indiano sul Dalai Lama perché usasse tutta la sua influenza per fermare la "Marcia Verso il Tibet". Come potete immaginare la situazione è molto complessa. Vedremo cosa accadrà se e quando i rappresentanti dell'"Emergency Committee" arriveranno al campo.
In Punjab verso Delhi, 22 marzo 2008 (ore 23.30, locali)
La "Marcia Verso il Tibet" si è accampata per la seconda notte consecutiva in Punjab. C'è però una strana situazione. Le voci di un arresto prematuro della "Marcia" si sono ormai diffuse e diversi marciatori cominciano a sospettare che il Dalai Lama voglia che si fermino. Ma in parecchi mi hanno detto che se anche questo fosse vero loro, che hanno dato via tutto quanto avevano e che sono pronti a donare la vita per liberare il Tibet, non torneranno indietro, non si fermeranno. Ma, ripeto, si tratta di voci che circolano tra i marciatori, di ufficiale non è stato ancora comunicato nulla. Certo sarebbe una tragedia per questa gente così motivata e ispirata se questa iniziativa dovesse naufragare nel nulla. Io credo che in questo momento tutte le organizzazioni di sostegno al Tibet che appoggiano e credono in questa "Marcia Verso il Tibet" non dovrebbero lasciare soli questi marciatori e scrivere al Kashag di non ostacolare la loro lotta. Peraltro qui ha suscitato un incredibile entusiasmo la notizia che l'altro gruppo di 300 marciatori, tibetani e non tibetani che si è mosso l'altro ieri da Siliguri (Bengala Occidentale), dopo aver raggiunto la regione di Darjeeling domani varcherà il confine dello stato indiano del Sikkim e cercherà di entrare nei prossimi giorni in Tibet attraverso il passo Nathula.
In Punjab verso Delhi 22 marzo 2008 (ore 15.15, locali)
La "Marcia" procede il suo cammino in Punjab puntando verso Delhi. L'entusiasmo è il solito ma stanno iniziando a circolare voci non confermate che il governo tibetano in esilio e lo stesso Dalai Lama stiano facendo fortissime pressioni sulle cinque organizzazioni politiche responsabili della "Marcia" perché vi pongano fine e inizino a lavorare in una sorta di "unità di crisi" creata dal governo tibetano a Dharamsala sotto il diretto controllo di Sandhong Rinpoche. Sempre secondo queste voci, ripeto ...
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Diario della Marcia sul Tibet -8 |
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società & politica
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By Piero Verni on
23/03/2008 11.12
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Bharat Ghar, Punjab, 21 marzo 2008 (ore 22.00, locali)
Cinque marciatori tibetani si sono rasati la testa per solidarietà con il massacro di monaci e monache avvenuto a Lhasa. Ci è stato detto che hanno fatto lo stesso, nel luogo di detenzione dove si trovano, anche il poeta attivista Tenzin Tsundue, Lobsang Yeshi, coordinatore della "Marcia Verso il Tibet" e Tenzin Choeying presidente della sezione indiana di Students for Free Tibet. Questo pomeriggio hanno raggiunto i marciatori due uomini e due donne rilasciati in anticipo dal luogo di detenzione del primo gurppo di marciatori. Alle 20,15 sono venuti qui a Bharat Ghar per unirsi alla "Marcia", diciotto monaci del monastero di Sera je (India del sud). Poco fa altri tre marciatori hanno deciso di rasarsi il capo in segno di protesta. L'atmosfera è molto carica anche se cominciano a circolare voci di pressioni molto forti del governo tibetano in esilio e dello stesso Dalai Lama per indurre gli organizzatori a sospendere la "Marcia" in favore di iniziative congiunte con una sorta di unità di crisi messa in piedi nei giorni scorsi dallo stesso governo tibetano in esilio. Ove fosse confermata, non si tratterebbe certo di una buona notizia per i marciatori che sono veramente intenzionati ad andare avanti e arrivare in Tibet. Comunque vedremo nelle prossime ore se non nei prossimi minuti.
Bharat Ghar, Punjab, 21 marzo 2008 (ore 15.30, locali)
Ieri i marciatori hanno raggiunto il villaggio di Bharat Ghar, dopo aver percorso altri 15 chilometri. Questa mattina è arrivata la notizia che la "Marcia Verso il Tibet" si sarebbe fermata per un giorno per dare modo ai marciatori di concedersi un po' di riposo. Già ieri aveva rallentato rispetto al normale avendo avanzato solo di 15 chilometri e alcuni marciatori con cui ho parlato mi hanno detto che preferirebbero camminare più velocemente, magari facendo anche 25-30 chilometri in modo che se ci saranno altri stop imposti dalla polizia sarebbero comunque più vicini al Tibet. Il morale è molto alto e tutti vogliono assolutamente andare avanti però qualcuno si comincia a chiedere i motivi di questa sosta non prevista.
Punjab, 20 marzo 2008 (ore 06.15, locali)
La "Marcia Verso il Tibet" è ripresa in Punjab e sembra che anche oggi non ci dovrebbero essere problemi con la polizia. I marciatori sono determinati e gli organizzatori anche a procedere con questa iniziativa che tanto entusiasmo sta suscitando tra i tibetani e i loro sostenitori internazionali. Con gioia i marciatori hanno accolto la notizia che ieri sei donne e quattro marciatori anziani facenti parte del gruppo arrestato a Dehra, sono stati rilasciati per motivi umanitari e non hanno dovuto scontare per intero la condanna a 14 giorni di detenzione.
Baddal, Punjab, 19 marzo 2008 (ore 16.30, locali)
La "Marcia Verso il Tibet" ha raggiunto il villaggio di Baddal senza trovare alcun ostacolo da parte della polizia. Anzi, un sub ispettore e quattro agenti scortano i marciatori con il compito di proteggerli se si presentasse l'eventualità di contestazioni. Hanno detto che, a causa della incredibile copertura mediatica internazionale, il Governo indiano non vuole che si verifichino incidenti di sorta. Quindi rinnovo l'appello a tutti i sostenitori del Tibet a tenere più che mai desta l'attenzione su questa "Marcia" e su quello che significa per la causa tibetana. Siamo a circa una trentina di chilometri dopo il confine e tutto sta procedendo bene, passeremo qui la notte.
Naya Nangal, 19 marzo 2008 (ore, 12.00, locali)
Questa mattina alle 8 la "Marcia Verso il Tibet" è ripresa. Siamo in Punjab e speriamo che le autorità di questo stato ci creino meno problemi di quelle dell'Himachal Pradesh. Uno dei marciatori, un monaco, si è sentito male e ieri è stato ricoverato in un ospedale locale dove gli hanno riscontrato gravi problemi di fegato e quindi è stato rimandato a curarsi a Dharamsala. la "Marcia" dunque prosegue con occhi ed orecchi sintonizzati su quanto sta accadendo in Tibet e nel mondo.
Naya Nangal, 18 marzo 2008 (ore 16.00, locali)
Alle due di oggi pomeriggio una delegazione di parlamentari del Parlamento Tibetano in esilio è venuta qui a visitare i marciatori. Lo speaker del Parlamento tibetano in esilio, Mr. Karma Chophel, ha detto che attraverso i parlamentari il Governo tibetano in esilio portava i propri ringraziamenti ai marciatori per la loro coraggiosa iniziativa. Karma Chophel ha anche aggiunto che a causa della drammatica situazione in Tibet, il Governo tibetano e le organizzazioni non governative dovrebbero mettere da parte le loro differenze politiche sul problema dell'indipendenza o dell'autonomia e concentrare i loro sforzi su quanto sta accadendo in Tibet e procedere uniti. Da domani l'intero parlamento tibetano inizierà a Delhi uno sciopero della fame e Karma Chophel si è detto convinto che alcuni parlamentari indiani si uniranno a questo sciopero della fame. Verrà anche lanciato un appello ad aderire allo sciopero ai parlamentari del mondo. Qui tra i Naya Nangal marciatori, soprattutto quelli che hanno parenti a Lhasa, c'è una grandissima preoccupazione per l'ordine di sparare ad altezza d'uomo contro qualsiasi assembramento, emesso dal governo di Pechino. E' ovvio che, nonostante la fatica di ieri notte si faccia sentire, la determinazione dei marciatori è sempre più rafforzata da quanto sta accadendo in Tibet.
Naya Nangal, 18 marzo 2008 (ore 11.00, locali)
Ieri notte la situazione si è improvvisamente aggravata. Alle 22,20 il sovraintendente di polizia del distretto di Una ha chiamato al telefono Chimi Yungdrung minacciando di arrestare lui e tutti i marciatori se la "Marcia" non avesse lasciato lo stato dell'Himachal Pradesh entro le 10 di oggi. Quindi i marciatori, in un clima di grande tensione, hanno dovuto muoversi immediatamente e, di notte, hanno percorso ben 28 chilometri raggiungendo esausti il confine tra l'Himachal Pradesh con il Punjab verso le 8 di questa mattina fermandosi solo per rifocillarsi con una tazza di tè in un chail shop lungo la strada. Adesso, esausti, si sono accampati nel villaggio di Naya Nangal, due chilometri e mezzo oltre il confine, dove contano di fermarsi a riposare fino a domani. Non si conoscono le intenzioni della polizia del Punjab. Certo questo insieme di posizioni contraddittorie dimostra chiaramente l'imbarazzo e l'indecisione delle autorità indiane, sia a livello locale sia nazionale, di fronte alla "Marcia Verso il Tibet" e all'entusiasmo che sta suscitando tra i tibetani e tra i loro sostenitori internazionali. E' dunque importantissimo mantenere l'attenzione internazionale su questa "Marcia" e premere sulle autorità indiane perché ne consentano lo svolgimento. Rimanete sintonizzati.
Sarah, pressi di Bhera Village, 17 marzo 2008 (ore 18.30, locali)
La "Marcia Verso il Tibet" ha raggiunto il piccolo villaggio di Sarah che si trova a soli 25 chilometri dal confine dell'Himachal Pradesh. I marciatori sono galvanizzati dalle notizie delle centinaia manifestazioni pro Tibet che si stanno tenendo in ogni parte del mondo ma anche molto preoccupati dalle notizie di quanto sta succedendo in Tibet. Nel corso di una telefonata in diretta con una manifestazione in Amdo hanno ascoltato slogans che intimavano alle autorità cinesi di rilasciare immediatamente il Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lam ...
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