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Author: Piero Verni Created: 08/06/2007 18.21
mondi orientali

Non fermate la Rivoluzione!
By Piero Verni on 13/04/2008 11.38
Pubblico questo interessante articolo di Jamyang Norbu:

C’è un incubo ricorrente, ben noto nella psichiatria clinica, in cui il dormiente picchia un nemico ma non riesce a procurargli alcun danno. Più furiosamente si colpisce il nemico, con pugni o calci, più egli rimane esasperatamente illeso. In tutti gli anni in cui ho lavorato a Dharamsala mi è sembrato di combattere sotto il peso di una frustrazione e di una impotenza senza rimedio, spesso anche inutilmente. Sono certo che altri tibetani in Tibet e in esilio hanno provato gli stessi sentimenti. Ma ora sembra che noi ci stiamo finalmente svegliando da questo lungo incubo e cominciamo a comprendere che ciò che facciamo ha un effetto, questo fa la differenza; che noi possiamo sferrare un colpo - un duro colpo- contro il regime comunista cinese. E che anche se il nostro scopo comune dell’indipendenza del Tibet può non realizzarsi così presto come vorremmo, noi possiamo ora intraprendere dei passi concreti, fare sacrifici se necessario, per accelerare l’agenda della sua realizzazione.

Come si può descrivere adeguatamente tutto quello che è accaduto (e sta accadendo) in Tibet? I media le hanno definite proteste, tumulti, dimostrazioni, disordini, perfino rivolte, termini forse adatti a descrivere un evento isolato ma completamente inadeguati a comprendere il significato della mega-esplosione  del 10 Marzo di quest’anno. Si tratta di una rivoluzione. Niente di meno.

Si consideri l’estensione degli eventi. Nel 1987-89, le proteste furono limitate a Lhasa  e a qualche villaggio e monastero vicini ma quest’anno si sono estese fino alle lontane regioni orientali dell’Amdo e del Kham, all’interno delle province cinesi di Gansu, Sichuan e Qinghai. I nomi di questi aree critiche: Ngaba, Bora, Labrang, Mangra, Ditsa, Yulgan, Tsekhog, Tsoe, Palung, Chentsa, Rebgong, Kyegudo, Dariang, Sershul, Machu, Chigdril, Chone, Luchu, Ngaba, Serthar, Palyul, Tehor, Drango, Barkham, Tridu, Kanze, Lithang, Nyakrong e molti altri, lanciano la sfida. Porterò nella tomba la  visione  dei cavalieri (e ciclisti) di Bora che caricano. Nel Tibet centrale abbiamo avuto proteste e scontri a sakya, Shigatse, Samye, Toelung Dechen, Ratoe, Phenpo, Gaden, Medrogongkar, e altre aree non menzionate nel Tibet occidentale. Anche a Beijing e Lanzhou, in un mare di cinesi ostili, studenti universitari tibetani hanno organizzato coraggiosamente proteste e sit-in. Ovunque i tibetani sono venuti fuori sventolando la vecchia bandiera nazionale, gridando il loro impegno al Rangzen (indipendenza) e la loro devozione al proprio leader, il Dalai Lama. Anche dopo la repressione cinese e gli arresti di massa 30 monaci tibetani hanno protestato nel Jokhang davanti ai giornalisti stranieri condotti in tour di propaganda in città. Qualche giorno dopo, quando è la volta di funzionari governativi stranieri ad essere portati in un tour propagandistico della città, un’altra grande dimostrazione ha avuto luogo a Lhasa, nell’area di Ramoche.

Inoltre ci sono state dimostrazioni, proteste, marce, e veglie da parte dei tibetani in esilio e dei loro sostenitori in quasi tutte le maggiori città del mondo. Sono state insolitamente vigorose, anche aggressive. Un tratto comune a questi eventi è stato quello di strappare la bandiera cinese dal pennone dell’ambasciata o consolato per sostituirla con quella nazionale tibetana. Ancora non ho potuto ottenere il video dello straordinario uomo-ragno tibetano che si è arrampicato con velocità e perizia sul muro dell’ambasciata cinese a Vienna e ha tirato giù l’odiata bandiera rossa. E questo ancora continua in Tibet e altrove. Molti tibetani in esilio a New York hanno abbandonato il proprio lavoro e stanno vivendo con i loro risparmi per consentire alle dimostrazioni e alle proteste di continuare. Domenica scorsa era ad un raduno organizzato dall’unico tibetano di Nashville, la capitale del Tennessee. Ero venuto giù dalla montagna in auto con la mia famiglia e gli amici e altri tibetani erano venuti – studenti, monaci e laici – guidando per molte ore dalla Georgia e dal Kentucky.

Era rimarchevole la spontaneità di tutti. È vero, noi avevamo il comune obbiettivo delle olimpiadi di Pechino, ma ovunque i tibetani, a distanza di migliaia di miglia, sembravano operare su un’unica lunghezza d’onda. Alcuni dei nostri più ammirati amici del dharma direbbero che erano all’opera le nostre naturali abilità telepatiche ma Anne Applebaum, studiosa e giornalista vincitrice del premio Pulitzer (Gulag, a History), nel suo articolo del 18 Marzo sul Washington Post, fornisce una spiegazione più prosaica: telefoni cellulari.

Per Applebaum gli eventi in Tibet rappresentano una manifestazione di una più ampia reazione delle “nazioni prigioniere”, uighuri, mongoli, tibetani, che si sollevano contro il dominio tirannico di un potere imperiale vecchio e straniero che ha oppresso a lungo i paesi e le società più piccole che lo circondano. Applebaum include in questa categoria anche nazioni indipendenti come la Corea del Nord e la Birmania, quindi, con grande esatezza, relega Kim Jong Il e la giunta militare birmana al ruolo di dittatori per procura di Beijing. Quasi a conferma della grande teoria della Applebaum, la Reuters riportava, solo pochi giorni fa, la notizia di grandi dimostrazioni avvenute nel Turkestan Orientale (Xinjiang).

Sui fatti del Tibet la Applebaum conclude che se i leader cinesi “…non sono preoccupati dovrebbero esserlo. Dopo tutto gli ultimi due secoli sono pieni di storie di imperi forti e stabili rovesciati dai loro soggetti, indeboliti dai loro stati clienti, travolti dalle aspirazioni nazionali di piccoli paesi subordinati. Perché il 21° secolo dovrebbe essere diverso? Ieri, mentre guardavo un confuso video da cellulare di gas lacrimogeni che rotolavano nelle strade di Lhasa, non potevo evitare di chiedermi quando – forse non in questa decade, in questa generazione o neanche in questo secolo – il Tibet e i suoi monaci avranno la loro vendetta.”

I tibetani, religiosi e laici, non sono un popolo vendicativo, ma non si accorderanno per niente di meno che un Tibet indipendente, ed io ho la sensazione che questo avverrà prima di quanto pensi la Applebaum. Ma Applebaum ha ragione su un punto, che questo è molto più di quanto la maggior parte della gente sia capace di comprendere. La leadership tibetana non sembra averlo compreso affatto.

In un momento così profondamente storico, le azioni del governo in esilio di Dharamsala appaiono incomprensibili ed allarmanti. Il 17 Marzo il Dalai Lama ha convocato i capi delle cinque organizzazioni che si sono unite per creare il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano ed organizzare le varie dimostrazioni in India e nel mondo ed hanno anche organizzato la marcia della pace verso il Tibet. Il Dalai Lama ordina loro di fermare la loro marcia verso il Tibet. Non solo gli organizzatori sono stati costretti a fermare la loro marcia verso il Tibet da tempo pianificata, ma l’ordine di H.H. sembra aver causato la rottura della loro alleanza.

Ancora, obbedendo alle direttive del Primo Ministro Samdhong Rinpoche, il gabinetto ed il parlamento in esilio hanno creato uno speciale “Comitato di Solidarietà” per assumere la guida delle varie campagne ed attività sorte ovunque nel mondo. Sembra che membri del comitato abbiano avvicinato i leader e rappresentanti di questi movimenti ed organizzazioni per indurli a porre fine alle loro attività indipendenti per operare sotto la direzione del comitato stesso. Sembra che il comitato abbia messo in opera una sorta di strategia del “divide et impera”, interpellando separatamente le singole organizzazioni. I rappresentante di un gruppo di attivisti mi ha informato che un portavoce del comitato gli ha comunicato che la situazione in Tibet era così critica da costituire un’”emergenza nazionale”, perciò il governo in esilio aveva il diritto ed il dovere di prendere la guida di ogni attività di tutti i gruppi indipendenti i quali, d’ora in avanti, avrebbero dovuto fare solo ciò che il “Comitato di Solidarietà” avrebbe detto loro di fare. È ironico che le autorità comuniste cinesi stiano usando i medesimi argomenti cinici e stantii della “sicurezza nazionale” per giustificare la loro brutale repressione dei manifestanti tibetani in Tibet. Il governo tibetano dovrebbe comprendere che così sta violando i diritti dei singoli tibetani – in particolare i diritti di assemblea e protesta pacifica. Non può imporre brutalmente la sua volontà ma esso sta usando la coercizione e anche (oso dire) il ricatto emotivo e “spirituale”, sfruttando la devozione della gente verso il Dalai Lama.

Anche il Primo Ministro Samdhong Rimpoche ha partecipato alla politica del “divide et impera” con un discorso tenuto attorno al 20 Marzo. Ne ho ascoltato un estratto su Radio Free Asia martedì 25. Si è profuso in copiosi elogi degli sforzi dei dimostranti in Tibet ma, stranamente, ha cominciato a criticare i manifestanti e gli attivisti in India e in occidente. Si è chiesto, in modo sarcastico, se quelle persone pensavano di poter fare di più di quanto il Dalai Lama aveva fatto, dirigendo le sue critiche in modo particolare al Tibetan Youth Congress. Sebbene non abbia mai nominato l’organizzazione, ha menzionato un’occasione in cui the T.Y.C. aveva organizzato una grande dimostrazione a Delhi contro i cinesi, circa un anno fa, in coincidenza con la presenza del Dalai Lama in città. Rimpoche ha chiesto irritato perché gli organizzatori abbiano scelto proprio il giorno in cui il Dalai Lama si trovava a Delhi. Avevano intenzione di sabotare ciò che il Dalai Lama stava facendo?
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Un’altra TienAnmen
By Piero Verni on 08/10/2007 7.07
(articolo pubblicato in Re Nudo n°100 - ottobre 2007)

Mentre sto scrivendo queste righe (3 ottobre 2007), la salma del giornalista giapponese Kenji Nagai fa il suo mesto ritorno all’aereoporto Narita di Tokyo per essere presa in consegna dalla famiglia. Il 28 settembre una pallottola sparatagli a bruciapelo da un soldato birmano, aveva letteralmente spappolato il cuore del cinquantenne video-cronista della APF News che stava filmando e fotografando la brutale repressione di una manifestazione di protesta nei pressi della Sule Pagoda di Rangoon (Yangoon).
Kenjii Nagai è una delle decine, forse centinaia, di vittime di due settimane di manifestazioni e cortei contro la giunta militare che governa da decenni con pugno di ferro la Repubblica di Myanmar (l’antica Birmania così ribattezzata dai generali in segno tangibile di rottura con il passato coloniale della regione). Paese di 55 milioni di abitanti, nella quasi totalità buddisti, la Birmania è una delle nazioni più povere dell’Asia. Gran parte della popolazione vive in condizioni economiche drammatiche con l’equivalente di meno di 50 centesimi di euro al giorno e le politiche governative l’hanno tenuta sigillata dal resto del mondo e impermeabile al miracolo economico di cui beneficiano da decenni grandi e piccole nazioni dell’area. Lo stesso turismo è soggetto ad una disciplina piuttosto stretta che ne regola severamente i flussi.
Dopo una lunga serie di guerre, nel 1886 la Birmania venne definitivamente conquistata dall’Inghilterra ed entrò a far parte dell’India britannica. Nel 1937 ne uscì e, dopo essere stato uno dei principali teatri bellici della seconda guerra mondiale (invasa dai giapponesi nel 1942 e riconquistata dagli Alleati nel 1945 con l’aiuto determinante del movimento di resistenza antifascista AFPFL guidato da Aung San, che sarà poi assassinato nel luglio 1947 da rivali politici), la Birmania diventerà una repubblica indipendente il 4 gennaio 1948.
Per poco più di una decina di anni ebbe una serie di governi democratici, nonostante fortissime tensioni interne causate in particolare dalle richieste di sempre maggiori autonomie da parte delle numerose minoranze interne. E nel 1961 fu proprio un birmano, U Thant, a diventare il primo segretario generale non occidentale dell’ONU. Ma nel 1962 un colpo di stato militare guidato dal generale Ne Win sciolse il governo e si insediò al potere instaurando un regime dittatoriale e marxista che, in nome di una fantomatica “via birmana al socialismo”, produsse danni terribili al tessuto economico e sociale della nazione. Collettivizzazioni e nazionalizzazioni, abolizione del libero scambio, messa fuori legge dei partiti politici si accompagnarono a feroci ondate di repressioni politiche e fecero calare sulla Birmania le ombre di una cupa notte autoritaria. Nel 1988 dopo una serie di rivolte studentesche a cui aveva aderito gran parte della popolazione inclusa l’ influente e numerosa (circa 600.000 persone) comunità monastica, Ne Win fu costretto a dimettersi e gli subentrò il generale Saw Maung. Questi promise libere elezioni che, per la prima volta dopo oltre vent’anni, si tennero nel 1990 e videro una forte affermazione della LND (Lega Nazionale per la Democrazia), il movimento guidato da Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San. Con 392 seggi su 485 era ampiamente in grado di governare il paese ma i militari non accettarono il verdetto delle urne e diedero vita ad un altro golpe, dichiarando nullo il risultato elettorale e procedendo a una massiccia ondata di arresti che portò in carcere i principali esponenti politici, in primis Aung San Suu Kyi, che venne poi insignita nel 1991 del Premio Nobel per la Pace ed è oggi unanimemente considerata l’esponente principale dell’opposizione al regime.

Il 24 aprile del 1992 diviene capo di stato il generale Than Shwe l’uomo forte della giunta spesso definito una sorta di ibrido, metà Pol Pot e metà Pinochet. La vita per la popolazione è sempre più difficile ma il regime si compiace di una serie di misure demagogiche. Come si è già detto, in un sussulto di retorica anti imperialistica l’antico nome di Birmania (Burma in inglese) viene cambiato in quello di Myanmar. Si costruisce, nei pressi dell’antica Yangoon, la nuova capitale Naypyidaw (letteralmente “la sede dei sovrani”) e, soprattutto, si rinsaldano gli storici legami politici ed economici con la Cina comunista che diviene il grande protettore della nuova Birmania e della sua giunta di militari golpisti. Ma nemmeno questo, riesce a migliorare la qualità della vita della popolazione che patisce la guida di uno dei regimi più inetti, rapaci e corrotti dell’intero sud est asiatico. E mentre una serie di monsoni più violenti del solito si abbatte su ampie zone del paese devastandole senza che alcun aiuto venga dal governo centrale, su Internet circolano le immagini clandestine dello sfarzoso e opulento matrimonio della figlia del generale satrapo Than Shwe.
E quando negli scorsi mesi l’aumento del combustibile si riverbera sui costi facendo lievitare all’improvviso i prezzi di tutti i generi di prima necessità, verso la fine di agosto cominciano le proteste.
“Inizialmente le piccole, spontanee, manifestazioni erano guidate da sparuti gruppi di militanti dell’opposizione democratica ancora a piede libero e coinvolgevano poche centinaia di residenti a Rangoon” ci spiega Claudio Tecchio, coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, che sta seguendo da vicino quanto succede in Birmania, “La svolta si è verificata dopo l’aggressione subita da un gruppo di monaci che si erano uniti alla popolazione per manifestare contro il carovita. Alcuni religiosi avevano infatti subito un vero e proprio pestaggio ed il loro abate aveva prontamente chiesto le scuse ufficiali ai responsabili dell’aggressione.
Scuse tardive e nuove minacce hanno quindi scatenato l’ira della locale comunità monastica che ha preso d’assalto, tra gli applausi della popolazione, i mezzi militari con i quali i gerarchi erano giunti alla pagoda. Da quel momento la protesta si è estesa a tutti i principali monasteri e la comunità monastica ha assunto la direzione politica del movimento organizzando imponenti manifestazioni in tutte le città birmane. Si è persino costituita una Alleanza di Tutti i Monaci Buddisti Birmani con lo scopo dichiarato di coordinare la protesta e delegittimare alcuni religiosi collaborazionisti che si arrogavano il diritto di parlare a nome del Shanga [la comunità monastica] birmano”.
Il resto lo abbiamo visto sugli schermi televisivi e letto sulle prime pagine di tutti i giornali delle ultime due settimane di settembre. Le immagini delle migliaia di monaci che sfilano nelle loro tuniche color zafferano con donne e uomini che fanno ala ai cortei tenendosi per mano. Le macchie bianche dei vestiti delle monache. Le bandiere arcobaleno simbolo del Buddismo, l’immensa folla di centinaia di migliaia di persone che manifestano il loro sdegno nei confronti del regime. L’atmosfera festosa dei primi giorni della protesta, quando ancora i militari non si facevano vedere troppo per le strade e sembrava che tutto potesse procedere in una dimensione pacifica e civile. E poi la tragedia, la violenza, la strage. Un copione che su scala numericamente molto più ampia avevamo già visto nei giorni della primavera cinese a Tien Anmen. I militari scatenati che picchiano, sparano, bastonano, uccidono. Che si avventano sulla gente che fugge, sui monaci che pregano, sulle donne che urlano disperate il loro terrore. E sul giornalista Kenjii Nagai, colpevole solo di esercitare il suo diritto/dovere di cronaca. E infine il buio della censura. Niente più immagini di quanto succede in Birmania. Niente più fotografie, filmati, stampa, video amatoriali dei turisti. L’ordine regna a Rangoon e in tutta la Birmania, è la parola d’ordine dei generali omicidi e nessuno deve permettersi di mettere il naso in cose che non lo riguardano.
E alle critiche della comunità internazionale, delle organizzazioni per i diritti civili (come al solito Amnesty International in prima fila), dei governi, si risponde, come è ormai prassi rituale in occasioni del genere, di non interferire negli affari interni altrui. E comunque, per quanto riguarda i governi, si è trattato -ça va sans dire- di reazioni di facciata, di sdegni formali, di rimproveri che lasceranno il tempo che trovano. Sì, certo oggi è il momento delle critiche, dei richiami, degli inviati dell’ONU che, come ha fatto in questi giorni Ibrahim Gambari, si recano in Birmania, incontrano Aung San Suu Kyi e rimbrottano Than Shwe per quanto successo. Ma sono solo parole. E’ un film già visto tante altre volte, per esempio a TienAnMen. E ai giorni dello sdegno seguiranno ben presto quelli della real politik, degli affari, degli imperativi economici, del “tanto se non commerciamo noi lo faranno altri”. Un copione già letto, appunto. Parlavamo dell’inviato dell’ONU. Ma cosa avrebbe potuto fare il povero Ibrahim Gambari, quando i generali birmani sapevano benissimo che parlava a nome dell’ONU. L’ONU! Quel sepolcro imbiancato che in tutta la sua lunga e dispendiosa vita non è stato mai in grado di fermare una guerra, un massacro, un genocidio (Do you remember Ruanda?). L’ONU, nel cui consiglio di sicurezza siede un modello di democrazia come la Repubblica ...
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Ricordando Tiziano Terzani
By Piero Verni on 26/06/2007 1.19

Ricordando Tiziano in attesa dell'uscita del suo libro sulla Cambogia


Era stata annunciata per maggio (ma penso sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria) l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate al suo rapporto con il Tibet.


Tiziano Terzani e il Tibet

La prima volta che sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era "solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si era  all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così profondamente la sua esistenza professionale ed umana.

In quel periodo pochi, pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di opinione pubblica e governi.

Più o meno nello stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso, appassionato e riuscito: La Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana, potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.

Tra le tante fortune che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel,  così mi volle incontrare per fare una chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento così insistente, i tagli di luce così puri e tersi. Andammo avanti fino a notte inoltrata. Lui che chiedeva, io che rispondevo e a mia volta facevo a lui molte domande. Sorrise quando gli ricordai l'intervista televisiva in cui parlava del Dalai Lama e gli raccontai che avevo fatto acquistare all'Associazione Italia-Tibet le ultime copie del suo La Porta Proibita (oggi ristampato da Longanesi e venduto, credo, in decine di migliaia di copie). Inutile dire che dal Mustang il discorso ben presto si ampliò fino ad abbracciare l'intero universo tibetano, il maoismo, i rapporti tra la Cina, l'India e il Tibet. Tra l'altro, ridendo, Tiziano mi disse che si riteneva in qualche modo un "osservatore privilegiato" dell'universo tibetano che frequentava, "come dire, quotidianamente", avendo due ragazze tibetane che si prendevano cura della sua abitazione indiana. Con mia grande gioia a quella prima chiacchierata ne seguirono molte altre per tutto il periodo in cui Tiziano rimase a Delhi e anche se non si discuteva solo di Tibet, di sicuro quello era uno dei nostri argomenti preferiti. Penso di poter dire che il suo interesse per il "Paese delle Nevi" era attraversato da una particolare forma di simpatia. Forse sarebbe esagerato dire che lo amasse ma certo ne parlava sempre con grande tenerezza. Gli piaceva frequentare i tibetani. Ad esempio era felicissimo quando ai nostri incontri partecipava anche mia moglie Karma, a cui non si stancava mai di chiedere notizie sulla sua condizione di profuga tibetana. In particolare gli piaceva nei tibetani quel sapere essere fedeli alle proprie radici senza chiudersi in una dimensione reazionaria. "Non hanno bisogno di recinti, che poi sono prigioni per chi li alza," mi diceva spesso, "per essere fedeli a loro stessi". Così come lo intrigava -e ammiccava sornione quando ne parlava- quel sottofondo di magia, superstizione e mistero che secondo lui, "... c'è nel fondo dell'anima di ogni tibetano". E la cosa lo divertiva, lui così profondamente laico ma proprio per questo in grado di accettare anche e soprattutto i punti di vista e i comportamenti tanto distanti dal suo.

Spesso parlava degli elementi di contatto e delle differenze esistenti tra la Cina e il Tibet. E una delle cose a favore di quest'ultimo era, secondo lui, la gran facilità che hanno i tibetani di sorridere. "Quello che mi colpisce di questa gente", mi confidò una sera, "è quanto siano pronti alla risata. Nonostante tutto quello che hanno passato e che stanno passando è raro che un tibetano, mentre stai parlando con lui, non sia pronto ad esplodere in una fragorosa risata. I cinesi invece non ridono quasi mai e quando lo fanno è come se ne provassero vergogna."  Quello che invece proprio non sopportava del mondo tibetano era la cucina. "Eh, qui invece la vincono i cinesi. I tibetani hanno pochi piatti e non sono mai granché appetibili. A cominciare da quelle terribili palline di tsampa [farina d'orzo abbrustolita elemento tipico della cucina tibetana, N.d.C.] che mangiano con il tè... che è pure salato! Vuoi mettere con la raffinatezza della cucina cinese. E che dico cinese! E' una cucina di un continente immenso dove ogni regione ha ...

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