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| Autore: |
Giacomo Bo |
Creato: |
05/06/2007 16.58 |
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Giacomo Bo, consulente di salute naturale e terapeuta nel campo del miglioramento e della crescita personale. Fondatore con la moglie Nadia Damilano Bo del progetto Ricerche di vita.
CLICCA QUI per conoscere attività, calendario e pubblicazioni del progetto.
Autore con la moglie dei libri:
- Chi sono io? (Jubal editore 2005)
- Verso una salute globale (Re nudo 2006)
- Salute Naturale (Urra/Apogeo 2008) |
Da Giacomo Bo il
30/06/2007 16.14
IL PIL E LA FELICITÀ PERDUTA
In una società che nel corso dei secoli si è orientata sempre più verso una visione materialistica della vita, non stupisce più di tanto se oggi i parametri con cui si valuta il progresso ed il benessere siano indicatori materiali, come complesse formule matematiche, indici ISTAT e quant’altro.
Tra tutti questi numeri, quello che probabilmente viene preso in maggiore considerazione è il P.I.L., ossia il Prodotto Interno Lordo. Senza fare una noiosa lezione di economia possiamo definire il PIL come la ricchezza materiale prodotta dalle persone. Parliamo quindi di beni materiali, come automobili, case, spazzolini ecc.
La società moderna occidentale vede il suo benessere in funzione di questa variabile. Quando essa cresce, significa che ci sarà maggiore ricchezza per tutti perché verranno prodotti più beni. Quando invece diminuisce, si parla di decrescita nei casi più lievi, di depressione in quelli più gravi, come ad esempio quella negli Stati Uniti del 1929. Quando il PIL diminuisce vuol dire che si produce meno e quindi ci sarà minore ricchezza. Una prima osservazione critica che emerge consiste nel fatto che per produrre più ricchezza non basta produrre più beni, ma occorre anche venderli. Se ad esempio, l’industria automobilistica produce più auto ma queste rimangono invendute nei concessionari, non ci sarà alcuna maggiore ricchezza, quindi anche se il PIL cresce, non è detto che stiamo tutti meglio.
La considerazione più importante però riguarda il fatto che il PIL possa rappresentare veramente un indicatore della qualità della vita. In parole semplici, siamo proprio sicuri che producendo di più staremo meglio? Intanto, produrre una maggior quantità di qualsiasi cosa significa dover lavorare di più; inoltre, in un regime di concorrenza, questa maggior produzione non è detto che si traduca in un maggior guadagno. Ad esempio, una volta i negozi alimentari avevano orari ridotti rispetto ad oggi e chiudevano diversi giorni alla settimana, soprattutto la domenica. Da diversi anni invece molti rimangono aperti tutta la settimana. Ora si sta discutendo se, come già avviene negli Stati Uniti, valga la pena tenere aperto anche di notte, almeno fino alle 24, per consentire alle persone che lavorano di fare la spesa più comodamente. L’ipotesi sottostante è ovviamente sempre la stessa: lavoro di più = produco di più = sono più ricco. Nell’esempio citato questa equazione fallisce e difatti i negozianti non sono oggi più ricchi rispetto al passato ( e quelli americani non sono più ricchi di quelli degli altri Paesi che chiudono prima). Perché? Semplicemente perché siccome la spesa alimentare la devo fare comunque, la farò alle 18 se il negozio chiude alle 19 e alle 23 se il negozio chiude a mezzanotte. Quindi, nel momento in cui i negozi sceglieranno di tenere aperto di notte, non aumenteranno le loro vendite perché ovviamente tutti i negozi si comporteranno allo stesso modo. Invece, aumenteranno i costi, per i dipendenti, i consumi energetici ecc., quindi alla fine ci sarà una perdita di ricchezza.
Lo stesso discorso si potrebbe fare con l’avvento dei telefonini che hanno permesso alle persone di lavorare anche nei “tempi morti” come ad esempio durante i viaggi in treno. Dall’avvento e l’uso dei telefonino, la società non è diventata più ricca, ma semmai più povera perché queste innovazioni tecnologiche costano non poco.
Bisogna inoltre considerare che se per produrre di più occorre lavorare di più, questo significa avere meno tempo libero, e quindi meno tempo per godersi la vita.
Ritorniamo ora alla considerazione generale che se il PIL cresce, significa che sono stati prodotti più beni materiali, quindi ora occorre vendere o consumare tali beni, altrimenti l’economia si inceppa, ossia non viene prodotta ricchezza reale. Ecco quindi gli inviti sempre più pressanti dei mass-media, della pubblicità e dei poteri politici ed economici a “consumare”, attraverso formule sempre più invitanti, come rateizzazioni dei pagamenti, sconti ecc. La conseguenza di ciò è che la gente corre negli ipermercati e compra, compra, compra… cose che per la maggior parte si rivelano superflue, inutili o non necessarie. Grazie a questo, l’economia gira ma noi ci ritroviamo con più beni inutili e meno soldi.
Arriviamo quindi alle conclusioni: continuare su questa strada di produrre di più per stare bene si dimostra sbagliato, perché non solo non abbiamo bisogno di questo sovrappiù, ma soprattutto perché il prezzo che si paga per tutto ciò è una diminuzione del valore umano della vita. Passare ore e ore in fabbrica o negli uffici per produrre, sacrificando il tempo per la famiglia, i figli, gli affetti, le cose di valore della vita, non produce più felicità e benessere interiore, e difatti ce ne stiamo accorgendo proprio in questi anni, dove il PIL continua a crescere ma non siamo più felici.
Occorre quindi prendere in considerazione un altro indicatore: il F.I.L:, ossia la Felicità Interna Lorda, che misura quanto siamo felici nella nostra vita. PIL e FIL non vanno quasi mai d’accordo, perché per essere più felici abbiamo bisogno di più tempo per noi e per la nostra vita, e questo ovviamente non fa crescere il PIL. L’obbiezione dei materialisti è che l’uomo non è felice se non ha la ricchezza materiale, ed entro un certo limite è vero, perché se non abbiamo nemmeno i soldi per comprare del cibo, dei vestiti, per mandare i figli a scuola ecc, la vita è veramente misera. Però, esiste un limite, e questo limite è rappresentato dai giovani d’oggi che vogliono la Ferrari, il Rolex, il cellulare ultimo modello ecc. o come quella bambina di 8 anni che piangeva perché la mamma non le aveva comprato la dodicesima Barbie.
La ricchezza materiale è utile per garantire la sopravvivenza fisica, senza la quale occorre essere dei mistici eremiti per essere felici comunque. Occorre però sapersi fermare al momento giusto, ed occuparsi di qualcos’altro che non sia grezza materialità, perché l’uomo non vive di sola materia e non è un essere meramente fisico. Quando la vita materiale funziona entro certi limiti, si crea una spazio per dedicarsi a se stessi, alla ricerca interiore e all’introspezione, alla cura degli altri, al vivere gli affetti importanti, al realizzare le proprie mete evolutive. Lo scopo del “fare i soldi” dovrebbe essere proprio questo: emanciparci dall’ansia per le necessità materiali e poterci occupare dei bisogni spirituali. A volte però non occorre avere tanti soldi per godere di questi momenti; questo spazio può apparire tutti i giorni, nei momenti a volte più imprevisti, come quando salta un appuntamento e ci ...
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Da Giacomo Bo il
20/06/2007 19.52
L’Oriente incontra l’Occidente
Nella cultura occidentale lo studio della realtà interiore di un individuo con le sue dinamiche, i suoi problemi ed i riflessi sulla vita quotidiana fu per molto tempo trascurato e sottovalutato: fu Sigmund Freud all’inizio del ‘900 il primo ricercatore a dedicarsi allo studio sistematico della mente e della coscienza, il primo a tentarne una comprensione scientifica e a curarne in qualche modo gli scompensi e le disfunzioni. Nacque così la moderna psicologia.
Nella cultura orientale la situazione è radicalmente opposta; non esiste una “moderna” psicologia perché da millenni si conoscono la mente, l’anima, il corpo e come essi stanno in relazione gli uni con gli altri. Il Buddhismo, l’Induismo, il Taosimo e tutte le altre tradizioni spirituali e religiose, ricercano all’interno dell’uomo il contatto con la divinità, consapevoli che il vero problema sta nell’errata identificazione con la mente e i suoi contenuti.
In modo molto sintetico potremmo dire la meditazione sta all’Oriente come la filosofia prima e la psicologia oggi stanno all’Occidente.
La meditazione si avvicina molto alla filosofia occidentale; la differenza più importante non è nei contenuti ma nei mezzi, nel senso che mentre il filosofo ragiona usando la mente, il meditante medita, ossia fa una pratica per annullare la mente. Questa differenza non è solo estetica, ma produce due persone diverse: l’erudito e il saggio. Il primo dispone di una conoscenza mentale, ossia frutto delle sue elucubrazioni, mentre il secondo ha maturato una saggezza frutto delle sua esperienza. Il primo ha riempito la sua mente di contenuti, il secondo l’ha svuotata e nel silenzio ha percepito la Verità. Esiste una storiella simpatica al riguardo: un giorno un erudito indiano deve attraversare un fiume e chiede un passaggio ad un semplice barcaiolo. Una volta sulla barca, egli domande al barcaiolo: “Conosci i Veda?”. “No”, dice quello. “Allora un quarto della tua vita è andata persa” conclude l’erudito. Dopo un po’ di nuovo chiede:” Conosci lo Yoga?” “No” risponde nuovamente il barcaiolo. “Allora due quarti della tua vita sono andati persi” risponde l’erudito. Mentre la barca prosegue nel suo percorso, egli fa una terza domanda: “Conosci la meditazione?”. E di nuovo il barcaiolo nega. “Allora, tre quarti della tua vita sono andati persi” conclude quello. Ad un certo punto, la barca colpisce una roccia e l’acqua inizia ad entrare velocemente. Il barcaiolo chiede all’erudito: “Sai nuotare?”. “No” risponde quello. “Allora”, dice il barcaiolo, “tutta la tua vita va persa!”.
Qual è invece il rapporto tra la meditazione e la psicologia?
Prima di tutto bisogna tracciare a grandi linee la differenza tra la filosofia e la psicologia; mentre la prima sonda i misteri dell’uomo e il suo rapporto con il divino e il cosmo, la psicologia studia la mente umana allo scopo di risolverne i problemi e riportare l’uomo a vivere con successo la propria esistenza.
Quindi, tornando al rapporto tra la meditazione e la psicologia, la prima tenta di trascendere la mente, mentre la seconda cerca di sanarla, guarirla, riportarla al pieno funzionamento. Grazie alla psicologia è possibile recuperare le abilità perdute e vivere con successo l’esistenza. Grazie alla meditazione si comprende che esiste qualcosa al di là della materialità e che la vera pienezza deriva solo dal contatto con il vero Sé, quella connessione con la propria natura infinita ed illimitata.
Il mio intento non è quello di sostenere la superiorità della meditazione rispetto alla psicologia, ma di mostrare che queste sono due strade diverse, che rispecchiano le scelte profonde che la persona fa rispetto alla propria esistenza. Coloro che desiderano avere successo nella vita, è ai moderni approcci terapeutici che devono rivolgersi, anche perché in questi ultimi cinquant’anni si sono sviluppate tecniche straordinarie, in grado di aiutare le persone a risolvere anche i traumi e le ferite più gravi. Invece, coloro che si sentono attratti dal divino, dovrebbero conoscere e praticare la meditazione, perché è solo trascendendo la mente che è possibile conoscere se stessi. Quest’ultima è la riflessione che spinge molti psicologi oggigiorno ad approfondire i propri studi, a conoscere l’Oriente, a sperimentare nuove linee di ricerca non convenzionali. Essi infatti scoprirono che la vera causa del problemi mentali è la mente stessa, la coscienza individuale o “Io”. Esiste però anche il movimento opposto, ossia molti maestri spirituali hanno dovuto conoscere meglio cosa sia la mente per aiutare i propri allievi nella meditazione, in quanto i traumi e i blocchi che si possono accumulare nella vita moderna non hanno paragoni con il passato, per cui se cinquemila anni fa bastava sedersi su un prato e la meditazione appariva spontaneamente, oggi occorrono intense sedute di terapia per avere un breve respiro di sollievo.
La mia esperienza personale e di lavoro con centinaia e centinaia di persone mi conferma questo fatto, ossia che per sostenere un individuo sul proprio percorso di crescita occorrono conoscenze sia psicologiche che spirituali, e dal loro sapiente mescolamento derivano mezzi e strumenti di eccezionale valore.
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > benessere e meditazione
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Da Giacomo Bo il
05/06/2007 2.00
Un passo avanti ed un passo indietro
Introduciamo l’argomento con un interrogativo fondamentale, utile per far luce su molti aspetti del futuro della salute umana: “Lo stato di salute dell’uomo è migliorato o peggiorato nel corso della storia?”
La maggior parte dei ricercatori e degli scienziati moderni concorda nel sostenere che la salute umana sia migliorata nel corso della storia, e a dimostrazione di ciò riportano molti indicatori di malattia e di mortalità in costante diminuzione.
A nostro parere, la situazione generale più che migliorata, appare cambiata: se da un lato è vero che ad esempio il tasso di mortalità infantile è passato dall’oltre il 50% di circa 150 anni fa all’attuale 1-4%, dall’altro lato sono in crescente aumento tra i bambini molte malattie che sino a qualche decennio fa riguardavano solo gli adulti, come il diabete o il tumore.
E’ la tipologia delle malattie ad essere cambiata. Partiamo dalla distinzione di base tra malattie infettive e degenerative. Le prime, come dice il termine, si contraggono per infezione. Ne sono un esempio la lebbra, il colera, il vaiolo, la polmonite. La caratteristica di queste malattie – essendo portate da batteri, virus e in generale da microrganismi di qualche tipo - è quella diffondersi grazie a condizioni igieniche scadenti e trasmettersi per contatto o per vicinanza tra esseri umani e agenti patogeni.
Diversamente, le malattie degenerative non derivano da organismi esterni all’uomo, e quindi non si trasmettono. In parole semplici non si contrarrà mai ad esempio il diabete per contatto con malato. Le cause di queste malattie sono associate alla progressiva degenerazione di determinate cellule.
Se osserviamo separatamente i parametri di crescita di queste due categorie di patologie, notiamo immediatamente che mentre le malattie infettive sono diminuite drasticamente nel corso degli ultimi cento anni, quelle degenerative stanno sempre più crescendo. La diminuzione delle prime è sostanzialmente dovuta al costante e progressivo miglioramento delle condizioni igieniche; i bambini di una volta giocavano nello sporco e con facilità si infettavano, come ancora succede nei paesi del terzo mondo. Allo stesso modo, una ferita poteva infettarsi senza possibilità di guarigione. Oggi invece i pavimenti, i bagni, le cucine e in generale tutto l’ambiente sono estremamente puliti, grazie a detersivi potenti e a strumenti di pulizia molto efficaci. Tutto ciò ha permesso un notevole passo avanti.
Dobbiamo tuttavia chiederci come mai le malattie degenerative siano invece in aumento. Esse non dipendono dalle condizioni igieniche e quindi la loro causa va ricercata altrove. Perché le cellule degenerano? Esse sono costruite per durare a lungo e in passato funzionavano discretamente bene, perché dunque oggi si degenerano prima? Perché ad esempio ci si ammala sempre prima di tumori, di diabete, di osteoporosi, di colesterolo...?
Secondo la scienza medica le ragioni per cui i geni degenerano sono ancora per lo più sconosciute. In realtà la risposta è sotto i nostri occhi, ma la verità è che non vogliamo vederla. Qualsiasi cellula, per funzionare adeguatamente, richiede un ambiente circostante sano e in perfetto equilibrio simbiotico con essa. Quando le condizioni peggiorano, iniziano le difficoltà e se il peggioramento prosegue, alla fine la cellula si ritroverà nell’impossibilità di funzionare e degenererà.
La principale causa di degenerazione è quindi rappresentata dall’intossicazione dell’ambiente intracellulare ed extracellulare; la maggior parte delle cellule ricevono nutrimento dal sangue, ma con esso possono giungere una miriade di tossine e veleni pericolosissimi, provenienti dall’ambiente esterno. Solo per dare un dato sconvolgente, alcuni studi scientifici hanno stimato in circa 12Kg la quantità di tossine chimiche ingerite in un anno da un essere umano, tra pesticidi, concimi, additivi alimentari e così via. E’ evidente che tale enorme quantità di veleni sarà molto difficile da smaltire e inquinerà l’organismo.
Oltre al cibo industriale sono fonti di inquinamento del corpo anche l’aria che si respira, l’acqua che si beve, i materiali sintetici con cui ci vestiamo e che utilizziamo in casa, microparticelle rilasciate dai metalli pesanti, l’elettrosmog, le radiazioni...
Tutto ciò contribuisce a creare un ambiente sempre più tossico ed ostile alla vita umana. Il corpo cede progressivamente sotto il peso dell’intossicazione e le cellule degenerano perché non possono svolgere il proprio lavoro.
Così, ad esempio, il fegato che è uno degli organi-filtro più importanti, è costretto ad un super-lavoro per smaltire gli eccessi di zuccheri raffinati, grassi saturi, alcol, residui di metalli pesanti, additivi chimici, medicinali e via dicendo e con gli anni si indebolisce e poi si ammala, compromettendo lo stato generale di salute e dando il via a complicazioni sempre più serie. Lo stesso discorso vale ovviamente per tutti gli organi importanti, come i reni, l’intestino, il cuore, i polmoni…
Rispetto a cento anni fa, il livello di intossicazione ambientale è aumentato considerevolmente. Si tratta di un vero e proprio passo indietro perché le condizioni complessive del pianeta stanno peggiorando giorno dopo giorno. Se con la tecnologia stiamo sconfiggendo i virus e i batteri, dall’altro lato la stessa tecnologia sta inquinando il pianeta e indebolendo ogni forma di vita, compreso l’uomo. I dati più tristi che confermano gli effetti del deterioramento dell’ambiente e dello stile di vita ci vengono dai bambini, più puri e sensibili all’inquinamento, che si ammalano sempre più spesso proprio delle malattie che una volta colpivano solo gli adulti e gli anziani, il cui corpo affaticato cedeva sotto il passo dell’età. Vedere oggi un bambino malato di diabete è invece un segno allarmante che non deve essere messo da parte, ma al contrario preso in attenta considerazione quale segnale di una direzione sbagliata per la società moderna.
Le soluzioni sono abbastanza evidenti, sempre che si abbia il coraggio di guardare nella direzione giusta. Occorre cioè fare un passo avanti che è in realtà un passo indietro, ossia, riconoscere i propri errori e recuperare quanto di buono e saggio il nostro passato può i ...
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