SIAMO TUTTI POLLI DI ALLEVAMENTO
La lettera aperta insieme alla pubblicazione del testo del monologo di Gaber-Luporini uscì su Re Nudo N° 70 nel novembre 1978.
L’"innamoramento" culturale tra Gaber e Valcarenghi sbocciato dopo il maggio/giugno 1976, si manifestò anche con una presenza assidua di Andrea Valcarenghi agli spettacoli di Gaber, replicati decine e decine di volte sia per "Libertà Obbligatoria" che per "Polli di allevamento".
Questo fu il periodo in cui Gaber in un’intevista a Gad Lerner anni dopo, definì Andrea Valcarenghi un suo punto di riferimento per il suo percorso culturale.
Curiosamente quel periodo così intenso di scambio coincise nel primo periodo del 78 con l’incontro a Poona di Andrea Valcarenghi con Osho e il suo diventare Majid in modo radicale e senza compromessi.
Gaber in un paio di occasioni sorridendo ha ricordato come Andrea, tornando dal viaggio in India nel marzo del ’77, lo cercò al telefono, semplicemente senza spiegare nulla disse a Dalia, la figlia di Gaber, "Sono Majid, cercavo Giorgio".
E lei coprendo la cornetta disse a Gaber "Papà c’è Andrea al telefono che deve essere impazzito, dice di chiamarsi Majid".
Ecco il testo della lettera aperta di Majid Valcarenghi a Gaber.
Con mezzo milione di presenze registrate nella scorsa stagione, Giorgio Gaber col suo nuovo "Polli di allevamento" presenta un recital di rara violenza e durezza di espressione. La rabbia di Gaber colpisce senza addolcimenti i suoi interlocutori di sempre, anche loro vittime di nuove massificazioni. In "Polli di allevamento" gli attimi di dolcezza e di dubbio sono rari. Abbandonato il fioretto, Gaber ha paradossalmente impugnato il martello per picchiare con forza sui modi e le abitudini che hanno portato allo sfascio il movimento dei diversi, di chi stava fuori dal "Palazzo" per affermare che i modi del "Palazzo"sono entrati in noi. La massificazione, i nuovi conformismi dai mille volti sono lo spettro che inquina ogni scelta. Alla moda, il cancro del nostro secolo, non si può sfuggire. Qualsiasi scelta si faccia c'è il rischio di questo inquinamento. E anche chi non sceglie perché condizionato dalla paura della moda è ugualmente vittima di questo cancro. Lo spettacolo di Gaber è non solo un grido d'allarme, ma un bisturi impietoso che scava tra le ferite e le angosce nel nostro cervello e nel nostro cuore, riuscendo così a stimolare ancora, rara eccezione nel panorama teatrale italiano, un pubblico che applaude e fischia con uguale tensione emotiva.
Caro Giorgio, quando mi hai fatto ascoltare la chiusa del tuo nuovo recital "Quando è moda è moda", è stato alla fine di lunghi discorsi e anche silenzi di questa estate milanese. Lo sai che mi è piaciuto subito, molto. Anche sentito poi, alla prova generale dello spettacolo e poi ancora a Bologna quando sono venuto a vederlo dal vivo.
Tu, non ti sei stupito che mi sia piaciuto questo finale contro la moda. Io non mi sono stupito. Credo semplicemente perché entrambi siamo infastiditi dalle mode, forse tu sei più sensibile al fastidio delle mode nuove, io sono ugualmente infastidito anche dalle mode vecchie. Non fa differenza. Sai invece cosa mi ha stupito?
Gli altri. Quelli che parlando con me del tuo spettacolo mi chiedevano o ammiccavano a questo finale come se fosse contro di me. Contro l'Oriente. Quelli che non hanno ancora capito quello che tu ed io andiamo da tempo dicendo e cioè che non importa tanto cosa si faccia ma come lo si fa.
In piena moda "arancione" è nata una nuova moda. Parlare male degli arancioni. Per alcuni sarà "fico" andare a Poona ma per molti di più è molto più fico non andare a Poona. "Lì ci vanno tutti"!
Caro Giorgio, non se ne esce più. Forse a questa moda non hai pensato ancora: quella all'antica, ma che sempre si rinnova, la moda di essere contro tutto ciò che si muove. La moda di essere "contro" solo perchè è qualcosa di nuovo e che fa presa. Ricordi i blue jeans. Dicevano: è una moda. Vero. Però corrispondeva a un bisogno reale, quello di avere dei pantaloni che non si stirano mai e che durano di più degli altri nonostante l'uso e l'abuso.
Moda è comprarne quattro paia, uno elegante, uno slavato, uno a zampa di elefante ecc. Ma il jeans, in sé, scommetto che ce l'hai anche tu. E così per il femminismo, i consultori, i santoni... Quando è moda è merda.
Ma la persona non la cosa. Non è la cosa che fa moda, sono le persone. Quando dici "... E parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti..." credo che attraverso il paradosso arrivi a cogliere il centro di questo problema. Certo, quella sera tu mi hai detto: la moda consuma, trasforma. E io aggiungo deforma, trasfigura, corrode, mangia vivo come il cancro... Ma non mi hai detto che dietro la moda ci sono i bisogni su cui la moda s'innesta, si attacca, cresce e si moltiplica. Se non ci fossero i bisogni reali, non avrebbe probabilmente vita facile la moda. Per i jeans il bisogno reale era un modo più comodo e sportivo di vestirsi, per sostituire la giacca e la piega. Su questo bisogno reale industria, pubblicità, mass media hanno fatto sì che un prodotto povero per chi aveva pochi soldi, assumesse l'immagine di una scelta "chic" fino a far diventare di moda sembrare poveri e trasandati. Ma è certo che l'uso che noi abbiamo fatto dei jeans è diverso da chi è stato spinto dalla moda. Una riprova quindi del nostro "Non importa cosa ma importa come". Così quando dici "Non sono più compagno" io ho sentito un'emozione fortissima perché anch'io tante volte ho sentito usare " alla moda" il termine compagno, usato come un titolo onorifico non diverso dall'Ing. o dal Rag. Tibiletti. Questo è il compagno Tibiletti. Mi veniva da dire scusa, compagno di chi? Nelle nuove generazioni affibbiare il titolo di compagno al primo che incontri è normale come dare del fascista o del qualunquista a chi rifiuta questa moda oscena. Perché è chiaro: o uno è compagno o fascista, o qualunquista. Non si scappa. E invece tu scappi e io scappo.
E di te i più raffinati diranno: "Ho visto lo spettacolo di Gaber, sì adesso è di moda parlare male di tutto..." Ma tu sicuramente lo sai già, l'hai già messo in conto. Così come avrai già messo in conto le accuse dai difensori adesso di nuovo in moda degli operai a cui il discorso del come è ostico, scivola via e ti accuseranno di essere un nichilista.
Sai Giorgio oggi tra gli intellettuali è di moda Ni ...