Da Re Nudo il
16/11/2007 18.16
Secondo un insegnamento antico, del quale sussistono tracce in molti sistemi di ieri e di oggi, l’uomo nel pieno senso della parola è composto di quattro corpi. Nel linguaggio figurato di certi insegnamenti orientali, il primo è la carrozza (corpo), il secondo è il cavallo, il terzo è il cocchiere (pensiero) e il quarto è il Padrone (Io, coscienza, volontà).
(G.I.Gurdjieff)
DOVE VAI?
HAI UN PROGETTO?
COSA VUOI?
Di norma è sempre stato chiesto ai tuoi cavalli o al tuo cocchiere “Cosa vuoi?”; mai così direttamente a te.
COSA VUOI?
...
Senti come emozioni e pensieri cercano di rispondere per te?
Essi hanno tanti desideri: i cavalli fuori dalla stalla sono sottoposti a molti stimoli e il cocchiere desidera continuamente qualcosa...
Ovviamente certe emozioni possono volere qualcosa che altre non vogliono, mentre certe forme mentali possono avere desideri contrastanti con altre forme mentali, così come certe emozioni possono opporsi a certi pensieri e viceversa.
Da qui l'impossibilità delle persone di realizzare i propri obbiettivi, se non per caso o per tramite di una lotta interiore che chiamano “volontà”.
Ma TU cosa vuoi?
Devi dare una direzione. Altrimenti, appena bisognerà spostare la carrozza, cocchiere e cavalli senza un ordine preciso cominceranno a seguire le solite vecchie vie, nei soliti vecchi modi, con i soliti vecchi risultati.
DEVI DARE UNA DIREZIONE.
Ma dare una direzione significa avere dei desideri e TU, in quanto padrone della carrozza sembri non avere desideri. Infatti la cosiddetta illuminazione spirituale in realtà è il vivere in questo stato, in questo livello causale, essere il padrone della carrozza. Ne consegue che chi vive in questo stato è consapevole che
Nemmeno con una pioggia di monete d'oro si consegue la sazietà dei desideri: chi conosce che la soddisfazione dei desideri ha breve sapore e porta dolore, costui è un saggio.
(Buddha)
La mia insistenza dunque a chiederti cosa desideri TU, padrone della carrozza, appare come una contraddizione, come un non sense, appare come contraria alla tua natura illuminata di Colui che osserva.
Appare... ma non è così. Facciamo chiarezza.
In italiano il termine desiderio viene dal latino sidus/sideris (“costellazione”, poi singola stella), preceduto da “de”, che indica una privazione. In pratica desiderio significa “mancanza di stelle” e quindi disorientamento, mancanza di una direzione. Col tempo il “non vedere le stelle in cielo” e quindi la sensazione di smarrimento e quindi il de/sidereo è diventato il termine che indica un moto dell'animo tendente ad attuare o possedere ciò che appaga un bisogno.
Il Buddha prima citato fa però notare che il segreto della felicità sta nell'accettarsi così come si è, rinunciando ai desideri, la cui consapevolezza rende infelici non meno della loro realizzazione. In quanto ogni desiderio soddisfatto porta a maturarne un altro ancora più grande.
In definitiva il “misticismo” partendo da questa premessa nega i desideri.
Ma un saggio detto tantrico va oltre, specificando che “Fuggire dal fuoco non significa esserne liberi”. Bisogna dunque imparare ad usare il fuoco per esserne i padroni.
E tu, padrone della carrozza, devi imparare ad usare il desiderio.
Uno dei poteri “spirituali” più ambiti che motivano i ricercatori esoterici è il potere della “manifestazione”, ovvero l'arte di realizzare i propri desideri. A prescindere dai titoli che i divulgatori dei vari metodi affibbiano alle loro pratiche, si tratta di Magia.
Troverete persino gente che scrive del XVI secolo come se la Magia fosse una sopravvivenza medioevale, e la scienza la novità venuta a spazzarla via. Coloro che hanno studiato l'epoca sono più informati. Si praticava pochissima magia nel Medio Evo: XVI e XVII secolo rappresentano l'apice della magia. La seria pratica magica e la seria pratica scientifica sono gemelle.
(Clive Staples Lewis)
| Maghi, streghe e stregoni non sono differenti da coach di PNL, ipnotisti ericksoniani, m ...
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Da Re Nudo il
19/10/2007 6.23
di Prembodhi dr. Mario Montano
Le carte
dei Tarocchi sono
visibilmente delle icone, cioè delle immagini - della stessa natura delle immagini sacre e degli
idoli. Partecipano dunque del mondo psichico e immaginale e rimandano in questo alle due culture che si sono
contrapposte nei secoli - quella della religione monoteista e quella della
magia naturale - tutte e due grandi produttrici di icone, dalle icone dei santi
a quelle dei segni zodiacali.
Nei Tarocchi queste immagini sono chiamate Arcani. ‘Arcano’ è ciò che è riposto nell’’Arca’, in
greco ‘custodia’. Sono dunque immagini da custodire, da trattare con cura, da salvare dal diluvio e
tramandare ai posteri.
Perché? Cosa vi è stato
riposto con cura? Quali messaggi rivelano? Da quali mondi provengono? Chi è’
che ha ‘inventato’ i Tarocchi? Dal Settecento ai giorni nostri queste domande
hanno stimolato una varietà di studiosi, storici, esoteristi a produrre
un’abbondanza di ipotesi.
Ma i Tarocchi sono anche
ostentatamente delle carte
da gioco - lo
stesso nome ‘Tarot’, ‘tarocco’, ‘tarock’, è stato dato in Francia Italia e
Germania fino a molto recentemente ad un vero e proprio gioco di carte giocato
alle fiere paesane.
I Tarocchi sono dunque la
sintesi ardita di due mondi - il mondo della religione-magia da un lato e
quello del ludico, del gioco, dall’altro - come si vede semplicemente
osservando la struttura del mazzo: ventidue ‘Arcani Maggiori’ dalle immagini
intense e dai nomi altisonanti (Il Matto, Il Mago, La Morte…) più cinquantasei
‘Arcani Minori’ che ricalcano le tradizionali carte da gioco (l’Asso di
Bastoni, il Due di Spade, il Tre di Coppe…).
Di certo
i Tarocchi fanno la loro comparsa in Europa durante il XV secolo e c’è chi dice
che provengano dall’India o dalla Cina, chi dalla Spagna dove sarebbero stati
introdotti durante l’occupazione araba; c’è chi li dice diffusi dagli zingari,
chi importati dai Crociati; chi parla di una loro ricostruzione intorno al XIII
secolo ad opera di cabalisti spagnoli. Ma aldilà del problema della loro
origine storica ciò che più importa è la loro corrispondenza coi simboli delle
cosmogonie e mitologie più antiche di tutti i popoli, il loro affondare le
radici nelle profondità senza tempo dell’inconscio collettivo. (1)
Opus diaboli
‘E proprio per via di
questa natura ludica, di gioco, che i Tarocchi vengono subito
condannati dalla Chiesa come un vizio - il vizio del gioco! Per non dire poi
che i sistemi simbolici, quello dei Tarocchi come quello dello Zodiaco,
sembrano riproporre un pantheon di Dei e questo non piace al monoteismo
dominante.
Nei “Sermones de Ludo cum Aliis” del 1480, uno dei primissimi testi che
documenta con figure l’esistenza in Italia del gioco dei Tarocchi, l’autore, un
anonimo predicatore domenicano, li definisce “opus diaboli”. |
< ...
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