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Autore: Re Nudo Creato: 05/06/2007 17.37
Mondi a confronto.

Da Re Nudo il 15/02/2010 4.39

milton-erickson.jpgIl geniale mix di presenza e di tecniche comunicative che ha fatto di Erickson il più grande ipnotista e terapeuta dei nostri tempi, qui tratteggiato dalla terapista familiare Lynn Hoffman (nota anche per aver lavorato per il prestigioso Ackerman Institute of Family Therapy di New York)

I racconti didattici di Milton Erickson – le storie che raccontava ai suoi pazienti o a tutti coloro che venivano a raggrupparglisi intorno – sono pieni d'ingegno e di fascino: sono straordinari esempi dell'arte di persuadere.
Si potrebbe addirittura dire che sono troppo belli per essere relegati tra i libri di psichiatria, poiché, anche se concepiti per un fine terapeutico, appartengono a una tradizione molto più ampia: la tradizione americana di arguzia e humor che ha in Mark Twain il suo maggiore rappresentante.

Conobbi per la prima volta le sorprendenti imprese di Erickson quando, nel 1963, iniziai a collaborare al Mental Research Institute di Palo alto. Stavo raccogliendo, insieme a Jan Haley, materiale per il volume Techniques of Family Therapy*. Haley, che aveva registrato ore ed ore di conversazione con Erickson, mi raccontava una storia dopo l'altra su quest'uomo mentre io ascoltavo affascinata. Quella fu parte della mia iniziazione alla terapia familiare, ed ebbe un grosso effetto su di me. Mi sento dunque tanto più lusingata adesso, diciotto anni più tardi, davanti alla richiesta di scrivere la prefazione ai racconti di Erickson raccolti e curati da Sidney Rosen.

È difficile dare un resoconto del lavoro di Erickson, per via del suo strano modo di porsi a metà strada tra il guaritore e il poeta, tra lo scienziato e il bardo. Le trascrizioni dei suoi seminari, per quanto sorprendenti, sono in certa misura insoddisfacenti. La parola scritta è assolutamente inadeguata a trasmettere le pause, i sorrisi, le penetranti occhiate all'insù con cui Erickson penetra nell'altro.

Sidney Rosen ha risolto questo problema, anche se non so bene come abbia fatto. Erickson l'ha scelto, in quanto discepolo, collega e amico, per pubblicare questo volume, e la sua intuizione è stata giusta, come sempre, perché Rosen ha un modo tutto suo di prendere il lettore per mano e di farlo penetrare alla presenza di Erickson, direttamente, senza impedimenti. Una volta, in florida, ho assistito a uno spettacolo di nuoto subacqueo: il pubblico sedeva in un anfiteatro sotterraneo che una lastra di vetro separava da rocce calcaree subacquee dall'altra parte, e l'acqua era così chiara e trasparente che il pesce che nuotava vicino al vetro sembrava fluttuare nell'aria.

La lettura di questo libro ha rappresentato un'esperienza dello stesso tipo, e ciò è forse dovuto alla forza con cui Rosen ci sa trasmettere la sensazione di quel campo relazionale che era il naturale mezzo espressivo di Erickson. Nel primo capoverso del primo capitolo troviamo un'osservazione di Erickson a Rosen circa la natura dell'inconscio. Proprio come Erickson inserisce nei suoi racconti certe sue reminiscenze, episodi della sua vita, pensieri bizzarri, o fatti inconsueti, allo stesso modo Rosen inserisce nel suo commento spunti su tale o tal altro incontro personale con Erickson, associazioni su un dato racconto, notizie su come egli stesso ha utilizzato questi racconti nel lavoro coi propri pazienti, e inoltre fornisce esaurienti spiegazioni delle varie tecniche che troviamo esemplificate nei racconti. È il commento a costituire il campo relazionale nel quale fluttuano questi racconti.

Per di più, sembra quasi che Rosen parli, invece di scrivere, anche qui echeggiando Erickson, e con uno stile discorsivo e per niente tecnico. Questo stile è anche estremamente piano. Che ciò sia fatto deliberatamente o no, Rosen crea una cornice abbastanza neutra da mettere in risalto il colore e la vivezza di ingegno dei vari racconti. Ciò nondimeno, l'effetto totale trascende quello di ogni singolo elemento. A ogni aneddoto è prestata profonda attenzione, cosicché un ipnoterapeuta capace ed esperto, pratico egli stesso delle tecniche di Erickson, ci consegna un libro che è in fondo un racconto didattico di racconti didattici.

Vorrei adesso dare un'idea di come il commento fluisce e penetra fra i vari racconti, prendendo come esempio la prima parte del terzo capitolo, “Abbiate fiducia nell'inconscio” [vedi articolo MMM – Meditazione, Metacomunicazione, Magia a pag. 9, ndr]. Questo capitolo si apre con un breve aneddoto su quando, una volta Erickson dovette improvvisare un discorso. Erickson dice a se stesso che non ha bisogno di prepararsi, perché ha fiducia nella miniera di idee e di esperienze accumulate nel corso degli anni. Rosen sottolinea questo tema della fiducia nelle forze immagazzinate nell'inconscio, e poi riporta un breve raccontino, “Neve leggera”, splendido nella sua semplicità, che parla di un ricordo infantile e del ricordo di quando quel ricordo era stato generato. Questo racconto è seguito da altri due sullo stesso tema. L'ultimo riguarda il ritardo nel parlare di Erickson bambino, che a quattro anni ancora non parlava; a tutti colori che se ne mostravano preoccupati, sua madre diceva: !Quando verrà il momento, parlerà”. Rosen interviene brevemente per dire che questo è un buon racconto da utilizzare con quei pazienti che stanno appena imparando a entrare in trance.

Splendido è il racconto successivo. È intitolato: “Come si grattano i maiali”, e racconta di quando Erickson, che da giovane vendeva libri per pagarsi gli studi, stava tentando di venderne alcuni a un burbero vecchio contadino. L'uomo non possedeva alcun libro, e gli disse di togliersi dai piedi. Erickson, senza pensarci, raccolse un pezzo di legno e cominciò a grattare la schiena dei maiali cui il contadino stava dando da mangiare. Il contadino cambiò idea e acconsentì a comprare i libri di Erickson, perché, come disse, “Tu sei uno che sa come si gratta un maiale”.
Segue poi il commento di Rosen sul racconto, e successivamente il ricordo della prima volta in cui lo udì, cioè dopo che aveva chiesto ad Erickson perché lo avesse scelto per scrivere la prefazione al suo Hypnotherapy**. Dopo aver spiegato quali fossero le qualità di Rosen che gli av ...
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Da Re Nudo il 27/10/2009 22.19

(di Luigi De Marchi)

amore-de-marchi.jpg


Sono stato io stesso il pioniere italiano della "coppia aperta" (45 anni fa pubblicai per la Laterza, Sesso e civiltà) quindi, provo grande simpatia e rispetto per l’amico Carlo Consiglio e per le molte argomentazioni biologiche e antropologiche a favore del superamento della gelosia e
della ossessività amorosa da lui presentate in questa sua opera documentata e godibilissima.
Per parte mia, invece, ho avuto un percorso esperienziale ed emozionale che mi ha portato ad una conclusione ben diversa, anche se, beninteso, essa non pretende di essere da tutti condivisa e rivendica il diritto di ciascuno non solo alle opinioni ma anche ai comportamenti più congeniali in questo campo.
Ebbene la mia conclusione, su questo scabroso tema, è che tanto i nemici quanto i fautori della "coppia aperta" restano, ciascuno a suo modo, prigionieri dell’illusione di poter ignorare o negare l’intrinseca contraddittorietà dei nostri bisogni: una contraddittorietà, a mio parere, evidente in ogni sfera della nostra esperienza. Prendiamo ed esempio il bisogno di avventura e il bisogno di sicurezza: in ogni campo, la soddisfazione del primo riduce la soddisfazione del secondo. Così, in campo lavorativo, che intraprende la carriera burocratica ottiene il massimo di sicurezza sacrificando quasi totalmente la sua indipendenza decisionale; chi fa l’imprenditore o il libero professionista cerca la massima indipendenza personale e decisionale e deve rinunciare a gran parte della sua sicurezza. E anche il matrimonio monogamico può essere visto come un mezzo per acquistare sicurezza affettiva od economica rinunciando alla propria libertà sessuale. Ma nella vita di coppia si annida un’altra e più fondamentale contraddizione, e cioè quella tra la parabola potenzialmente ascendente del desiderio e della passione. Questa conflittualità tendenziale tra affettività e desiderio è stata acutamente descritta nel film di Polansky "Luna di Fiele". E’ la storia di due amanti che, dopo aver invano tentato ogni variante più o meno perversa per ravvivare la loro passione declinante, alla fine sembrano trovare il modo per perpetuare il loro legame affettivo solo in una escalation di crudeltà e di reciproco massacro.



Ma, al di là dell’immaginario artistico, ciascuno di noi ha vissuto questa contraddizione: sentire che il desiderio per il nostro compagno o la nostra compagna è calato rispetto alla stagione dell’innamoramento, mentre il nostro attaccamento affettivo non è calato affatto, e magari si è molto rafforzato. A questa contraddizione di fondo, tanto i paladini del matrimonio tradizionale quanto quelli della libertà poligamica hanno tentato di rispondere privilegiando il rapporto affettivo, gli uni reprimendo, gli altri legittimando il bisogno di varietà e novità sessuale. Ma tra i tradizionalisti e i “novatori” la differenza è assai minore di quanto appaia a prima vista: gli uni e gli altri sacrificano la totalità dell’esperienza amorosa sull’altare della stabilità affettiva col partner. Intendiamoci, è un’operazione perfettamente legittima, purché si sia coscienti del fatto che si tratta di un compromesso, e non si pretenda, come gli uni e gli altri fanno, di trasformarlo in un modello di perfezione e in una ricetta di felicità. Del resto, anche nella tradizione la repressione, almeno per l’uomo, non era affatto totale come si voleva dare a credere. Anche dopo il matrimonio l’uomo poteva avere tutti i rapporti che voleva con le "donnine allegre" purché non commettesse l’errore, fatale e ridicolo, di innamorarsi. E anche la cosiddetta rivoluzione sessuale del ‘68 aveva inconsapevolmente adottato la stessa ricetta (Sex Without Love, "Sesso senza Amore!" proclamavano i manifesti di quegli anni), anche per le donne.

Ma non è così facile perché mentre per gli uomini, proprio in quanto educati dall’etica maschilista ad una sistematica dissociazione tra sesso e sentimento, possono meglio accettare e gustare l’esperienza poligamica, la donna ha conservato (forse per la maggior repressione) una profonda unità e consonanza tra sesso e amore, talché se una donna ama desidera e se desidera ama, lontana anni luce dalla schizofrenia maschile così bene descritta da Freud con la celebre e tragica battuta: "Gli uomini amano le donne che non desiderano e desiderano le donne che non amano"…

INTRODUZIONE
Perché "amore con più partner", e non "sesso con più partner"?
Perché qui si parla soprattutto di relazioni durature, impegnate e responsabili, e quindi amorose. Non si parla, o si parla solo marginalmente, di relazioni sessuali occasionali. Nella nostra società si tende a pensare che prima viene l’amore, e poi il sesso. Nella nostra società il sesso è considerato un peccato, che però viene scusato, o anche giustificato, se il sesso è accompagnato dall’amore. Allora il sesso non precedere l’amore, altrimenti sarebbe ingiustificato. In tutti i romanzi, in tutti i film, i protagonisti prima si amano, poi fanno sesso. Eppure spesso è vero il contrario: facendo il sesso, nasce l’amore. Infatti l’eccitazione sessuale causa la secrezione di ossitocina, la quale causa l’innamoramento. In questo caso, l’amore e il sesso sono due aspetti della stessa realtà. In questo senso, l’attività sessuale è un’attività spirituale, perché produce l’amore, che è un sentimento e quindi un’attività dello spirito. Fare il sesso con la persona amata dà grandissimo piacere, e fare il sesso con più persone amate e ricettive può dare un piacere ancora più grande.
Anche Easton & Liszt (1997) pensano che fare il sesso sia un’attività spirituale: "Un momento di perfetta com ...
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Da Re Nudo il 02/09/2009 13.53


E’ in uscita il libro di Guido Viale Prove di un mondo diverso, itinerari di lavoro dentro la crisi, per le edizioni NDA. Abbiamo chiesto all’autore di presentare il suo lavoro per i lettori di Re Nudo.

guido viale Il mio libro affronta il problema della conversione ecologica del sistema economico e produttivo, partendo ovviamente dalla situazione italiana, ma con un occhio di riguardo per la dimensione globale, nel contesto creato dalla crisi economica, ambientale e culturale in corso. Tre i punti di questo libro che meritano una riflessione.
Il primo è un approccio storico all’attuale crisi, riconnessa direttamente agli eventi degli oltre sessant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale e, in particolare, all’esplosione planetaria del movimento del ’68, di oltre quarant’anni fa: “Per una consolidata convenzione, il periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni ’70 viene contrassegnata dagli economisti con l’espressione “i trenta gloriosi” (sottinteso: anni)… Applicando uno schematismo analogo, il periodo che ci separa dalla metà degli anni ’70 dovrebbe meritarsi il titolo di “i trenta vergognosi”.
In mezzo, a segnare lo spartiacque tra di esse, c’è “il Sessantotto”… il Sessantotto è stato il primo movimento globale della storia; ma soprattutto la critica pratica dei modelli di vita e di consumo proposti o imposti dall’onda vincente dello “sviluppo economico” e delle sue priorità: quelle promosse dal dirigismo occidentale e quelle realizzate dalla pianificazione sovietica.
Non è quindi difficile leggere “i trenta vergognosi” come reazione globale alle aspirazioni e alle aspettative create dal Sessantotto: una reazione a volte violenta; più spesso sottotraccia; e capace di piegare suo vantaggio larga parte delle conoscenze e delle competenze sociali e culturali che il Sessantotto aveva sviluppato. Lo strumento vincente di quella reazione – l’ideologia della fine di tutte le ideologie, che ha poi preso il nome di “pensiero unico”, cioè il liberismo – si è alimentato e al tempo stesso ha attinto la sua forza dalle debolezze culturali che il Sessantotto aveva mostrato. I tratti costitutivi del Sessantotto a livello globale erano stati soprattutto uno spirito di rivolta e una temperie antiautoritaria: nella scuola e nelle università, nelle fabbriche e negli uffici, nei laboratori di ricerca e negli ospedali, nei tribunali e nelle libere professioni; fin dentro le carceri e le strutture militari di polizie ed eserciti: il tentativo di disarticolare le linee del comando gerarchico – e non solo quelle del sistema di fabbrica – attraverso la messa in questione del proprio ruolo e dei propri compiti.
La reazione del pensiero unico e del suo assolutismo liberista avrebbe affidato questo stesso obiettivo non al lavorio consapevole dei collettivi che si formavano nelle squadre, nelle aule, nei reparti, nelle assemblee di quartiere, di caseggiato, di categoria, ma ai meccanismi anonimi e automatici – o presunti tali – del mercato e della competizione: il massimo della affermazione e della realizzazione di ciascuno sarebbe stata garantita non dall’azione consapevole di individui collegati tra loro da legami di solidarietà liberamente costruiti, ma dal meccanismo eminentemente selettivo, e per questo “meritocratico”, della competizione a tutti i livelli”.

Il secondo punto è costituito dall’esplicitazione delle caratteristiche degli indirizzi e degli interventi che concorrono a costituire il programma della riconversione ecologica: “Tutte le misure indicate – le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, l’educazione permanente, ecc. - sono l’esatto contrario delle “grandi opere” e delle produzioni di massa fordiste – come quelle dell’industria automobilistica - a cui i governi vorrebbero affidare le speranze di una “ripresa”. Le misure indicate richiedono tutte un diverso tipo di regia: sono interventi distribuiti e diffusi sul territorio, altamente differenziati, legati alla specificità degli ambienti e dei contesti sociali; per essere efficaci richiedono sì risorse cognitive specialistiche – ormai largamente diffuse in segmenti specifici di ogni comunità – ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali: conoscenze che solo chi vive e opera al loro interno può avere. Tutti gli interventi indicati richiedono informazioni e tecnologie disponibili a livello globale, ma sono tanto più efficaci quanto più sanno adeguarsi alla dimensione locale della produzione e del consumo. Si tratta di misure che riportano l’attenzione sul territorio, sulle sue esigenze, sulla sua salvaguardia, sulla sua autonomia; e che concorrono a promuovere legami sociali, affezione per il patrimonio naturale ed edilizio, per l’eredità storica, per la culturale locale, per la cooperazione e la condivisione di beni e obiettivi comuni. Inoltre corrispondono meglio anche ai caratteri di flessibilità, diffusione territoriale, adattamento e inventiva nelle applicazioni”.

Il terzo punto è costituito dalle forme di consultazione. partecipazione e deliberazione – già sperimentate in alcuni contesti di queste “Prove” - che vengono proposte per promuovere la riconversione ambientale: “L’efficacia della riconversione ambientale richiede contributi - alla progettazione, alla gestione degli interventi, al controllo dei processi – inediti; fondati sulla partecipazione di tutte le componenti potenzialmente interessate al cambiamento: l’associazionismo civico e ambientalista, le organizzazioni di base dei lavoratori, i centri sociali e i movimenti che hanno animato il panorama dello scorso decennio, le associazioni dei migranti; ma anche gli esponenti più impegnati della amministrazioni locali – soprattutto dei centri piccoli e medi – che sono spesso l’ultimo residuo istituzionale di autonomia dallo strapotere degli apparati statali e dei grandi gruppi economici e finanziari; il mondo della formazione e della ricerca e l’imprenditoria, attiva o potenziale, interessata a intraprendere nei settori orientati alla sostenibilità. Tutte queste componenti sono indispensabili: non si riconverte l’economia senza imprese e imprenditoria – pubblica, privata o sociale – né senza avallo e coinvolgimento dei governi locali, né senza i saperi e l’impegno che solo gli strumenti partecipativi possono attivare. Questo non significa mettere da parte la conflittualità tra le divers ...
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