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| Autore: |
Piero Verni |
Creato: |
08/06/2007 18.21 |
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
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Da Piero Verni il
26/06/2007 1.19
Ricordando Tiziano in attesa
dell'uscita del suo libro sulla Cambogia
Era stata annunciata per maggio (ma penso
sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria)
l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani
sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato
fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in
altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo
Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate
al suo rapporto con il Tibet.
Tiziano
Terzani e il Tibet La prima volta che
sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo
conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora
rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno
consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era
"solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der
Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui
spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi
in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo
elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si
era all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una
lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella
trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot
e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera
situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così
profondamente la sua esistenza professionale ed umana.
In quel periodo pochi,
pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da
alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava
raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della
comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un
parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e
quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo
martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e
che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di
opinione pubblica e governi.
Più o meno nello
stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a
mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso,
appassionato e riuscito:
La
Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina
Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente
successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte
di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e
impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto
profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al
Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o
ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti
dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo
dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare
poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le
parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a
cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana,
potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita
era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le
ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.
Tra le tante fortune
che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano
Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti
pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e
in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a
Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel, così mi volle incontrare per fare una
chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con
un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se
ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura
tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi
come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento
così insistente, i tagli di luce così puri e tersi. Andammo avanti fino a notte
inoltrata. Lui che chiedeva, io che rispondevo e a mia volta facevo a lui molte
domande. Sorrise quando gli ricordai l'intervista televisiva in cui parlava del
Dalai Lama e gli raccontai che avevo fatto acquistare all'Associazione
Italia-Tibet le ultime copie del suo La Porta Proibita (oggi ristampato da Longanesi e venduto, credo, in decine di migliaia di
copie). Inutile dire che dal Mustang il discorso ben presto si ampliò fino ad
abbracciare l'intero universo tibetano, il maoismo, i rapporti tra la Cina, l'India e il Tibet. Tra
l'altro, ridendo, Tiziano mi disse che si riteneva in qualche modo un "osservatore
privilegiato" dell'universo tibetano che frequentava, "come dire,
quotidianamente", avendo due ragazze tibetane che si prendevano cura della
sua abitazione indiana. Con mia grande gioia a quella prima chiacchierata ne
seguirono molte altre per tutto il periodo in cui Tiziano rimase a Delhi e
anche se non si discuteva solo di Tibet, di sicuro quello era uno dei nostri
argomenti preferiti. Penso di poter dire che il suo interesse per il
"Paese delle ...
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Da Piero Verni il
17/06/2007 19.41
Guardando la scena politica francese da una finestra sull'Oceano Atlantico in Bretagna
Allora una destra guidata da un leader (Nicolas Sarkozy) intelligente, moderno, dinamico ed aperto ha vinto, dopo quelle presidenziali, anche le elezioni legislative e può quindi governare, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all'Assemblea Nazionale, e dimostrare se quella "rupture" di cui tanto si è vantata durante la campagna elettore resterà confinata al ruolo di un suggestivo slogan elettorale o invece segnerà concretamente il tempo della nuova era Sarkozy che oggi inizia in Francia. La sinistra, sconfitta alle presidenziali, annichilita al primo turno delle legislative (su 110 eletti ben 109 erano di destra) è riuscita al secondo turno ad evitare l'umiliazione e a impedire che la "vague blue" della destra diventasse un vero e proprio "tsunami". La notizia migliore che viene da questi quattro turni elettorali succedutisi in meno di due mesi (i due presidenziali e i due legislativi) è la quasi scomparsa di Le Pen e del suo Fronte Nazionale (il minaccioso protagonista delle elezioni presidenziali del 2002 di cui parla l'articolo che scrissi per "Re Nudo" cinque anni or sono e che alcuni amici mi hanno chiesto di ripubblicare in questo Blog); i voti che questo demagogo razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio sono finalmente tornati nelle più presentabili case da cui erano arrivati e il Fronte Nazionale, dopo essere sceso sotto il 10% alle presidenziali, non è riuscito a mandare nemmeno un deputato nel nuovo parlamento francese. Il numero attualmente in edicola de "Le Nouvel Observateur" giustamente titola: "La fin des années Le Pen". Quindi, adieu monsieur Le Pen, non rimpiangeremo la vostra retorica, il vostro antisemitismo, il vostro odio per ogni "diverso". Rimane solo il dispiacere che l'uscita di scena di questo personaggio non sia stata opera di una sinistra in grado di comprendere come la risposta sbagliata rappresentata dal voto lepenista poggiasse in larga misura su un disagio reale ed effettivo di tanti ceti popolari che sceglievano Le Pen come estrema protesta nei confronti di un mondo politico sempre più distante dai loro problemi. Chi invece è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale del Fronte Nazionale è stata la destra di Sarkozy e lo ha fatto senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza rincorrere Le Pen sul terreno della retorica e della demagogia. Il FN è stato sconfitto da una destra che ha saputo riconoscere i motivi che spingevano milioni di francesi, non razzisti, non fascisti, non antisemiti, a protestare turandosi il naso e votando l'impresentabile Le Pen; una destra che ha avuto l'intelligenza di nominare, su un totale di quindici ministri, ben sette donne e di affidare loro i principali dicasteri (interni, giustizia, agricoltura) e una di queste donne, Rachida Dati, è figlia di immigrati magrebini nata e cresciuta nei più degradati quartieri della periferia parigina; una destra che ha dato il ministero degli esteri al socialista Bernard Kouchner, fondatore dell'organizzazione Medici Senza Frontiere ed uno dei personaggi più impegnati sul fronte della solidarietà internazionale (e spiace veramente che, ricorrendo a riflessi pavloviani da Terza Internazionale, il Partito Socialista abbia espulso Kouchner reo di aver accettato la nomina a ministro). Non nascondo che seguo con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente lo avrei votato. Vedremo se a questo inizio promettente seguirà un'azione di governo positiva, dinamica, concreta come la sua campagna elettorale. Non ci metterei la mano sul fuoco ma confesso che ci spero. E ancor più spero che questa sconfitta non umiliante possa servire al Partito Socialista per rifondarsi, per tornare ad essere quella forza propulsiva, vivace e stimolante che era all'inizio dell'era Mitterand nei primissimi anni '80. Ritengo che all'interno del PS ci siano le energie, le intelligenze, le potenzialità per rispondere creativamente alla sfida posta dalla "vague bleu" di Sarkò e dar vita ad un confronto serrato tra due distinte proposte politiche che non potrà fare che bene alla Francia.
P.V.
Sinistra al caviale e sinistra auspicabile (Re Nudo, maggio 2002)
Cominciamo con un’ovvietà (anche se il buon
Ronald Laing ci metteva sempre in guardia sulla pericolosità dell’Ovvio). Le Pen è un personaggio spregevole. Un politico che porta avanti una visione del mondo xenofoba, rozza, “tranchant”, che fa apparire i leader di destra che governano l’Italia, quasi dei bravi ragazzi. Le Pen, lo si è ricordato innumerevoli volte in queste ultime settimane, ha potuto dire che l’Olocausto ebraico è stato un fatto incidentale della storia del secolo scorso. O anche, che crede fermamente nell’ineguaglianza delle razze umane. Eppure, un personaggio del genere, è riuscito ad andare al ballottaggio alle elezioni presidenziali francesi e prendere, nonostante un fronte repubblicano che ha unito tutti (nel voto e nella campagna antifascista) dall’estrema sinistra alla destra moderata, quasi il 20% dei voti. Vale a dire che, pur nel clima da “Union sacrèè” portato avanti in Francia senza incrinature, in modo particolare nel sistema mediatico, Le Pen ha raccolto quasi sei milioni di voti. Vale a dire che circa un francese su cinque ha inviato un segnale inquietante all’establishment politico. A me sembra che l’enormità di questo dato numerico sia stata estremamente sottovalutata, quasi cancellata, dalla schiacciante vittoria di Chirac. Invece credo che quel 18% ottenuto nelle condizioni che ricordavo prima, sia un dato angosciante e rappresenti un problema che è destinato a durare molto al di là del risultato di maggio. Ritengo che quanto accaduto nelle scorse settimane, non sia soltanto una storia francese ma riguardi da vicino tutta l’Europa in particolare noi italiani da sempre “cugini” storici dei francesi. Mi pare inoltre che la corsa all’Eliseo abbia soprattutto messo in evidenza una drammatica situazione della “sinistra”. Una situazione forse ancora più drammatica culturalmente che politicamente. Certo la sinistra francese è stata esclusa, per la prima volta da non so quanti anni, dal ballottaggio. Il suo candidato, l’ex primo ministro Jospin, si è addirittura ritirato dalla vita politica e non è andato nemmeno a votare al secondo turno. E, “last but not least” è stata costretta a votare in massa l’odiato Chirac per paura di Le Pen. Situazione poco invidiabile riassunta magistralmente dal cartello che portava una dimostrante durante il corteo del 1 maggio, “Preferisco scoparmi controvoglia Chirac piuttosto che farmi stuprare da Le Pen”. Ma se la “gauche plurielle” sta male sotto il profilo politico, sotto quello culturale, almeno a mio avviso, sta anche peggio. L’impressione che mi da è quella di non essere “psicologicamente” attrezzata a comprendere le dimensioni della crisi epocale che sta scuotendo le società europee. Crisi epocale che si accentuerà ancor più nei prossimi anni. Di fronte a problemi immensi come quelli rappresentati dalla migrazione di decine di milioni di persone dal cosiddetto Terzo Mondo, dal passaggio all’economia globale, dalla convivenza di etnie e civiltà diversissime tra loro, dall’ingresso di antropologie profondamente segnate dalla dimensione spirituale -o addirittura dall’identificazione di religione e st ...
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