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Tibet
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IL BLOG DI PIERO VERNI
Author: Piero Verni Created: 08/06/2007 18.21
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.

Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”.
E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.

Mao, la barbarie dal volto disumano
recensioni By Piero Verni on 17/07/2007 14.28
«Mao Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo».
Comincia così, senza se e senza ma, uno dei libri più stimolanti, anticonformisti, sconvolgenti di questo inizio di millennio, "Mao la storia sconosciuta" (Milano 2006), la biografia che la scrittrice cinese Jung Chang (autrice anni or sono dello splendido "Cigni Selvatici", ultima edizione Milano 2005) ha dato alle stampe con l’aiuto del marito, lo storico britannico Jon Halliday. E’ un lavoro monumentale, quasi mille pagine di cui circa cento di note, che fa letteralmente a pezzi uno dei più inossidabili miti positivi del ‘900, quello di Mao, appunto. In effetti, per essere onesti, più che una di una biografia dovremmo parlare di una autentica ed appassionata requisitoria che viviseziona l’esistenza politica e privata del “Grande Timoniere” fornendo al lettore un quadro agghiacciante del massimo protagonista della storia cinese degli ultimi secoli. Un uomo più abile e cinico che intelligente, brutale, opportunista, preda di una inestinguibile sete di potere per ottenere il quale fu disposto a tutto. Requisitoria dunque e quindi per definizione non imparziale, però circostanziata, precisa, attenta anche ai minimi particolari (da qui l’incredibile mole delle note). Un lavoro ciclopico che è stato unanimemente apprezzato dalla critica internazionale che non ha lesinato lodi. “Un lavoro magistrale” secondo il New York Times, “Una lettura fondamentale” per The Observer, “Un libro sconvolgente” nella definizione di “The Times”, “La biografia politica più poderosa, convincente e rivelatrice dei nostri tempi”, recita l’entusiastica recensione del Daily Mail. E qui mi fermo ma potrei continuare a lungo nelle citazioni.
Nonostante il numero delle pagine è un libro che, per quanti sono interessati alla storia della Cina contemporanea ed ai rapporti tra il movimento comunista cinese e quello sovietico, si legge di un fiato. A me ha catturato come il migliore dei thriller che pagina dopo pagina ti avvince e non si lascia mollare se non dopo averlo terminato. La Cina degli anni ’10 e ’20 del secolo scorso, la nascita dei primi nuclei rivoluzionari, la Lunga Marcia, le relazioni pericolose tra Partito Comunista Cinese e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, la resistenza all’invasione giapponese, la guerra civile, la vittoria di Mao e i primi anni di governo comunista, il Grande Balzo in Avanti, la Rivoluzione Culturale, l’affaire Lin Biao... tutto viene raccontato, spiegato, svelato senza alcuna pesantezza narrativa ma con lo stile lieve e riuscito che Jung Chang già aveva regalato ai suoi lettori con "Cigni Selvatici".
Certo non a tutti la lunga, drammatica, terribile storia che i due autori raccontano in questo nuovo testo era poi così sconosciuta. Quanti avevano già letto alcune testimonianze critiche, in modo particolare quelle di Jean Pasqualini ("Prisoner of Mao", London, 1975), di Simon Leys ("Gli abiti nuovi del presidente Mao", Milano 1977), di Tiziano Terzani ("La porta proibita", Milano 1984), di Jasper Becker ( La Rivoluzione della fame, Milano, 1998), di Jean-Luc Domenach ("Chine: l’archipel oublié", Paris 1992), di Li Zhisui ("The Private Life of Chairman Mao", London 1994), di Palden Gyatso ("Il Fuoco sotto la neve", Milano 1997) e lo stesso "Cigni Selvatici", avevano già compreso che il vero Mao era ben diverso dall’icona che una insistente vulgata avevo diffuso in occidente nei dintorni del ‘68 e che è sopravvissuta alla sua morte, alla caduta della “Banda dei Quattro”, all’arrivo di Deng Tsiao Ping, al massacro di TienAnMen, alla selvaggia trasformazione economica della Cina. Purtroppo però i testi di cui sopra, così come le testimonianze dirette dei pochi che erano riusciti a fuggire dalla Cina maoista (dissidenti di vario genere, tibetani, uighuri, mongoli), erano rimasti appannaggio di ristrette minoranze. Per la gente comune, soprattutto -ma non solo- in Italia, il mito di Mao è ancora lì, vivo e vegeto. Mao il grande riformatore. Mao che ha ridato unità alla Cina. Mao che ha sfamato il suo popolo. Mao il demiurgo. Mao che condivide con i suoi compagni le fatiche e gli stenti della Grande Marcia. Mao sostenitore dei diritti dell’ Altra Metà del Cielo. Mao strenuo difensore della dignità nazionale cinese. Mao il Grande Timoniere. E chi più ne ha più ne metta.
Del lungo brivido rivoluzionario che attraversò il corpo dell’occidente nei lontani anni ’60, tante cose positive sono state dimenticate o al massimo sono conservate gelosamente nello scrigno della memoria degli ormai brizzolati esponenti di quella antica stagione (a cui appartiene anche chi scrive). Invece l’idea che il buon vecchio Mao fosse, magari con qualche ruvidezza di troppo, fondamentalmente migliore e diverso da tutti gli altri leader carismatici delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane testardamente diffusa. Se posso citare un’esperienza personale: mi ricordo quando ad una trasmissione di Radio Popolare di Milano in cui ero stato invitato a parlare della questione del Tibet ed avevo esposto la situazione in cui versava il Paese delle Nevi e le violenze subite dai tibetani a causa dell’occupazione da parte della Cina Popolare, il centralino della radio fu sommerso da una valanga di telefonate in cui gli ascoltatori si rifiutavano di credere che la Cina maoista avesse potuto macchiarsi dei crimini che avevo denunciato. Quasi tutti ritenevano possibile che Deng e il nuovo (per allora) gruppo dirigente cinese potesse star attuando una dura repressione in Tibet ma Mao no. Lui non lo avrebbe mai fatto. Né in Tibet né altrove. E il bello, si fa per dire, è che quell’opinione veniva, e tuttora viene condivisa, anche da molta gente moderata e non certo di sinistra. L’idea che in Cina la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista sia stato un cambiamento positivo per il popolo cinese è ancora profondamente radicata nell’opinione pubblica. Ma adesso è arrivato questo nuovo libro che ci spiega per filo e per segno come, al contrario, il prevalere di Mao all’interno del Partito Comunista Cinese e la conquista dello Stato da parte di quest’ultimo sia stata, per la Cina contemporanea, una vera catastrofe pagata con l’incredibile cifra di circa 70 milioni di morti.

Dopo che Deng Xiao-ping, eliminata la “Banda dei Quattro” e installatosi saldamente ai vertici politici della Repubblica Popolare Cinese, aveva dato un quadro molto realistico di cosa fosse stata la cosiddetta Rivoluzione Culturale (che sensatamente Jung Chang e Jon Halliday preferiscono chiamare la Grande Purga) e quali guasti avesse prodotto, in diversi cominciarono a domandarsi come fosse stato possibile che Mao, così saggio e lungimirante, avesse potuto consentire che la Cina cadesse preda di una tale deriva ideologica, politica, sociale. A pochi però venne da pensare che forse le cose erano molto meno contraddittorie di quanto non apparissero. Vale a dire che il “vero” Mao, quello in carne ed ossa, quello al di là del mito (di cui siamo debitori innanzitutto all’anima candida dello scrittore americano Edgar Snow, il principale agiografo occidentale di Mao che scrisse il bestseller "Stella Rossa sulla Cina" -ultima edizione italiana Torino 2000- e poi ad una lunga serie di epigoni di cui sarebbe troppo lungo fare i nomi) fosse proprio quell’apprendista stregone che non aveva esitato ad evocare i demoni del fanatismo, della violenza, della frenesia palingenetica in masse enormi di giovani e giovanissimi cinesi per poi scatenarle cinicamente contro quel Partito Comunista che aveva avuto il torto di cercare di liberarsi dal peso della sua tutela e stava tentando di emarginarlo. Questo e non altro infatti fu la Rivoluzione Culturale, una devastante Grande Purga con la quale Mao e i suoi alleati dell’epoca (la moglie Jiang Qing, il segretario Chen Boda, il capo dell’esercito Lin Biao, il fedelissimo Chou En lai) attaccarono e colpirono senza misericordia i loro avversari all’interno del Partito Comunista Cinese, spesso eliminandoli fisicamente, gettando l’intera Cina in un indescrivibile caos grazie al quale però rius ...
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Ricordando Tiziano Terzani
mondi orientali By Piero Verni on 26/06/2007 1.19

Ricordando Tiziano in attesa dell'uscita del suo libro sulla Cambogia


Era stata annunciata per maggio (ma penso sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria) l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate al suo rapporto con il Tibet.


Tiziano Terzani e il Tibet

La prima volta che sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era "solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si era  all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così profondamente la sua esistenza professionale ed umana.

In quel periodo pochi, pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di opinione pubblica e governi.

Più o meno nello stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso, appassionato e riuscito: La Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana, potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.

Tra le tante fortune che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel,  così mi volle incontrare per fare una chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento così insistente, i tagli di luce così puri e tersi. Andammo avanti fino a notte inoltrata. Lui che chiedeva, io che rispondevo e a mia volta facevo a lui molte domande. Sorrise quando gli ricordai l'intervista televisiva in cui parlava del Dalai Lama e gli raccontai che avevo fatto acquistare all'Associazione Italia-Tibet le ultime copie del suo La Porta Proibita (oggi ristampato da Longanesi e venduto, credo, in decine di migliaia di copie). Inutile dire che dal Mustang il discorso ben presto si ampliò fino ad abbracciare l'intero universo tibetano, il maoismo, i rapporti tra la Cina, l'India e il Tibet. Tra l'altro, ridendo, Tiziano mi disse che si riteneva in qualche modo un "osservatore privilegiato" dell'universo tibetano che frequentava, "come dire, quotidianamente", avendo due ragazze tibetane che si prendevano cura della sua abitazione indiana. Con mia grande gioia a quella prima chiacchierata ne seguirono molte altre per tutto il periodo in cui Tiziano rimase a Delhi e anche se non si discuteva solo di Tibet, di sicuro quello era uno dei nostri argomenti preferiti. Penso di poter dire che il suo interesse per il "Paese delle Nevi" era attraversato da una particolare forma di simpatia. Forse sarebbe esagerato dire che lo amasse ma certo ne parlava sempre con grande tenerezza. Gli piaceva frequentare i tibetani. Ad esempio era felicissimo quando ai nostri incontri partecipava anche mia moglie Karma, a cui non si stancava mai di chiedere notizie sulla sua condizione di profuga tibetana. In particolare gli piaceva nei tibetani quel sapere essere fedeli alle proprie radici senza chiudersi in una dimensione reazionaria. "Non hanno bisogno di recinti, che poi sono prigioni per chi li alza," mi diceva spesso, "per essere fedeli a loro stessi". Così come lo intrigava -e ammiccava sornione quando ne parlava- quel sottofondo di magia, superstizione e mistero che secondo lui, "... c'è nel fondo dell'anima di ogni tibetano". E la cosa lo divertiva, lui così profondamente laico ma proprio per questo in grado di accettare anche e soprattutto i punti di vista e i comportamenti tanto distanti dal suo.

Spesso parlava degli elementi di contatto e delle differenze esistenti tra la Cina e il Tibet. E una delle cose a favore di quest'ultimo era, secondo lui, la gran facilità che hanno i tibetani di sorridere. "Quello che mi colpisce di questa gente", mi confidò una sera, "è quanto siano pronti alla risata. Nonostante tutto quello che hanno passato e che stanno passando è raro che un tibetano, mentre stai parlando con lui, non sia pronto ad esplodere in una fragorosa risata. I cinesi invece non ridono quasi mai e quando lo fanno è come se ne provassero vergogna."  Quello che invece proprio non sopportava del mondo tibetano era la cucina. "Eh, qui invece la vincono i cinesi. I tibetani hanno pochi piatti e non sono mai granché appetibili. A cominciare da quelle terribili palline di tsampa [farina d'orzo abbrustolita elemento tipico della cucina tibetana, N.d.C.] che mangiano con il tè... che è pure salato! Vuoi mettere con la raffinatezza della cucina cinese. E che dico cinese! E' una cucina di un continente immenso dove ogni regione ha ...

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Guardando la scena politica francese da...
società & politica By Piero Verni on 17/06/2007 19.41

Guardando la scena politica francese da una finestra sull'Oceano Atlantico in Bretagna


Allora una destra guidata da un leader (Nicolas Sarkozy) intelligente, moderno, dinamico ed aperto ha vinto, dopo quelle presidenziali, anche le elezioni legislative e può quindi governare, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all'Assemblea Nazionale, e dimostrare se quella "rupture" di cui tanto si è vantata durante la campagna elettore resterà confinata al ruolo di un suggestivo slogan elettorale o invece segnerà concretamente il tempo della nuova era Sarkozy che oggi inizia in Francia.
La sinistra, sconfitta alle presidenziali, annichilita al primo turno delle legislative (su 110 eletti ben 109 erano di destra) è riuscita al secondo turno ad evitare l'umiliazione e a impedire che la "vague blue" della destra diventasse un vero e proprio "tsunami".
La notizia migliore che viene da questi quattro turni elettorali succedutisi in meno di due mesi (i due presidenziali e i due legislativi) è la quasi scomparsa di Le Pen e del suo Fronte Nazionale (il minaccioso protagonista delle elezioni presidenziali del 2002 di cui parla l'articolo che scrissi per "Re Nudo" cinque anni or sono e che alcuni amici mi hanno chiesto di ripubblicare in questo Blog); i voti che questo demagogo razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio sono finalmente tornati nelle più presentabili case da cui erano arrivati e il Fronte Nazionale, dopo essere sceso sotto il 10% alle presidenziali, non è riuscito a mandare nemmeno un deputato nel nuovo parlamento francese.
Il numero attualmente in edicola de "Le Nouvel Observateur" giustamente titola: "La fin des années Le Pen". Quindi, adieu monsieur Le Pen, non rimpiangeremo la vostra retorica, il vostro antisemitismo, il vostro odio per ogni "diverso". Rimane solo il dispiacere che l'uscita di scena di questo personaggio non sia stata opera di una sinistra in grado di comprendere come la risposta sbagliata rappresentata dal voto lepenista poggiasse in larga misura su un disagio reale ed effettivo di tanti ceti popolari che sceglievano Le Pen come estrema protesta nei confronti di un mondo politico sempre più distante dai loro problemi.
Chi invece è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale del Fronte Nazionale è stata la destra di Sarkozy e lo ha fatto senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza rincorrere Le Pen sul terreno della retorica e della demagogia. Il FN è stato sconfitto da una destra che ha saputo riconoscere i motivi che spingevano milioni di francesi, non razzisti, non fascisti, non antisemiti, a protestare turandosi il naso e votando l'impresentabile Le Pen; una destra che ha avuto l'intelligenza di nominare, su un totale di quindici ministri, ben sette donne e di affidare loro i principali dicasteri (interni, giustizia, agricoltura) e una di queste donne, Rachida Dati, è figlia di immigrati magrebini nata e cresciuta nei più degradati quartieri della periferia parigina; una destra che ha dato il ministero degli esteri al socialista Bernard Kouchner, fondatore dell'organizzazione Medici Senza Frontiere ed uno dei personaggi più impegnati sul fronte della solidarietà internazionale (e spiace veramente che, ricorrendo a riflessi pavloviani da Terza Internazionale, il Partito Socialista abbia espulso Kouchner reo di aver accettato la nomina a ministro). Non nascondo che seguo con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente lo avrei votato. Vedremo se a questo inizio promettente seguirà un'azione di governo positiva, dinamica, concreta come la sua campagna elettorale. Non ci metterei la mano sul fuoco ma confesso che ci spero. E ancor più spero che questa sconfitta non umiliante possa servire al Partito Socialista per rifondarsi, per tornare ad essere quella forza propulsiva, vivace e stimolante che era all'inizio dell'era Mitterand nei primissimi anni '80. Ritengo che all'interno del PS ci siano le energie, le intelligenze, le potenzialità per rispondere creativamente alla sfida posta dalla "vague bleu" di Sarkò e dar vita ad un confronto serrato tra due distinte proposte politiche che non potrà fare che bene alla Francia.

P.V.



Sinistra al caviale e sinistra auspicabile
(Re Nudo, maggio 2002)

Cominciamo con un’ovvietà (anche se il buon Ronald Laing ci metteva sempre in guardia sulla pericolosità dell’Ovvio). Le Pen è un personaggio spregevole. Un politico che porta avanti una visione del mondo xenofoba, rozza, “tranchant”, che fa apparire i leader di destra che governano l’Italia, quasi dei bravi ragazzi. Le Pen, lo si è ricordato innumerevoli volte in queste ultime settimane, ha potuto dire che l’Olocausto ebraico è stato un fatto incidentale della storia del secolo scorso. O anche, che crede fermamente nell’ineguaglianza delle razze umane. Eppure, un personaggio del genere, è riuscito ad andare al ballottaggio alle elezioni presidenziali francesi e prendere, nonostante un fronte repubblicano che ha unito tutti (nel voto e nella campagna antifascista) dall’estrema sinistra alla destra moderata, quasi il 20% dei voti. Vale a dire che, pur nel clima da “Union sacrèè” portato avanti in Francia senza incrinature, in modo particolare nel sistema mediatico, Le Pen ha raccolto quasi sei milioni di voti. Vale a dire che circa un francese su cinque ha inviato un segnale inquietante all’establishment politico. A me sembra che l’enormità di questo dato numerico sia stata estremamente sottovalutata, quasi cancellata, dalla schiacciante vittoria di Chirac. Invece credo che quel 18% ottenuto nelle condizioni che ricordavo prima, sia un dato angosciante e rappresenti un problema che è destinato a durare molto al di là del risultato di  maggio.
Ritengo che quanto accaduto nelle scorse settimane, non sia soltanto una storia francese ma riguardi da vicino tutta l’Europa in particolare noi italiani da sempre “cugini” storici dei francesi. Mi pare inoltre che la corsa all’Eliseo abbia soprattutto messo in evidenza una drammatica situazione della “sinistra”. Una situazione forse ancora più drammatica culturalmente che politicamente. Certo la sinistra francese è stata esclusa, per la prima volta da non so quanti anni, dal ballottaggio. Il suo candidato, l’ex primo ministro Jospin, si è addirittura ritirato dalla vita politica e non è andato nemmeno a votare al secondo turno. E, “last but not least” è stata costretta a votare in massa l’odiato Chirac per paura di Le Pen. Situazione poco invidiabile riassunta magistralmente dal cartello che portava una dimostrante durante il corteo del 1 maggio, “Preferisco scoparmi controvoglia Chirac piuttosto che farmi stuprare da Le Pen”. Ma se la  “gauche plurielle” sta male sotto il profilo politico, sotto quello culturale, almeno a mio avviso, sta anche peggio. L’impressione che mi da è quella di non essere  “psicologicamente” attrezzata a comprendere le dimensioni della crisi epocale che sta scuotendo le società europee. Crisi epocale che si accentuerà ancor più nei prossimi anni. Di fronte a problemi immensi come quelli rappresentati dalla migrazione  di decine di milioni di persone dal cosiddetto Terzo Mondo, dal passaggio all’economia globale, dalla convivenza di etnie e civiltà diversissime tra loro, dall’ingresso di antropologie profondamente segnate dalla dimensione spirituale -o addirittura dall’identificazione di religione e stato- in società ormai (per fortuna) ampiamente laicizzate... di fronte a tutto questo, la sinistra ha forti difficoltà a rispondere. O meglio, risponde ma con le tradizionali liturgie, i soliti tic, il consueto aristocratico snobismo. E’ la “gauche caviar”, la sinistra al caviale, incapace di vedere al di là dei suoi circoli letterari, dei suoi salotti raffinati, della sua retorica repubblicana, dei suoi cinguettii trotzkisti. Di fronte allo shock dell’eliminazione di Jospin che pure, sia detto per inciso, durante cinque anni aveva governato la Francia tutt’altro che male, la sinistra ha reagito con il consueto riflesso condizionato: le manifestazioni contro il “fachù” Le Pen. Dopo essere rimasta sostanzialmente zitta di fronte ad oltre 450 attentati avvenuti nell’ultimo anno contro istituzioni ebraiche (rogo di sinagoghe, profanazioni di cimiteri, attentati a negozi di ebrei, etc.), la sinistra scende in piazza contro un risultato elettorale che la vede perdente, parcellizzata ed espulsa dal ballottaggio presidenziale. Non sarebbe stato meglio se avesse  cercato di capire i motivi di quella sconfitta, invece di farsi travolgere da riflessi pavloviani e da reazioni viscerali?
Ora, a meno di non essersi bevuti completamente il cervello e ritenere che quasi sei milioni di francesi, ripeto uno su cinque, siano diventati nazisti e razzisti, si dovrebbe pensare a come recuperare alla ragione quelle elettrici e quegli elettori. Considerando anche il fatto che, nella grande maggioranza, sono persone appartenenti a ceti popolari che vivono nelle zone più degradate della Francia e vengono da esperienze elettorali (e a volte persino di militanza politica) comuniste e socialiste. In un bel programma andato in onda ai primi di maggio sull’emittente televisiva “Antenne 2”, oltre il 50% degli intervistati che dichiaravano di aver scelto Le Pen, aggiungevano di aver dato in precedenza il loro voto al PCF o al PS. C’era anche un ex vice sindaco comunista che confessava la sua preferenza elettorale lepenista con le lacrime agli occhi. E il motivo con cui tutti spiegavano il loro voto era sempre lo stesso, una protesta contro il degrado urbano, le violenze, le sopraffazioni che dovevano subire quotidianamente. In molti sostengono, e a ragione secondo me, che solo un’infima minoranza di quei sei milioni di francesi assomigli a Le Pen ...
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