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| Autore: |
Piero Verni |
Creato: |
08/06/2007 18.21 |
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
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Da Piero Verni il
14/09/2007 2.00
All’inizio di luglio ero appena arrivato a Milano dalla Bretagna (Francia nord occidentale) dove ormai vivo per gran parte dell’anno. Avevo fatto il viaggio in macchina e attraversato una Francia rurale e profonda, dal paesaggio in larga parte incontaminato dove i villaggi sono ancora le sentinelle del territorio. Per centinaia di chilometri si erano alternati davanti al mio sguardo immensi spazi in cui campagne e boschi costituivano un orizzonte in cui si rincorrevano tutte le possibili e immaginabili tonalità del verde. E la presenza dell’uomo si rivelava in architetture regionali in larga misura rispettose dell’ambiente.La Bretagna, dicevo, con le sue case bianche dai tetti d’ardesia e le finestre colorate di blu, celeste, grigio o marrone. Le sue coste selvagge, i suoi venti che inebriano, i suoi tagli di luce che accecano, i suoi cieli dalle nuvole che sembrano dipinte da Magritte, le sue tradizioni vive e non ancora ridotte a folclore, la sue scuole Diwam in cui il bretone viene insegnato insieme al francese. La Bretagna, appunto, ma non solo. Anche il Perigord, la Borgogna, lo Champagne, l’Alsazia... ti scorrono davanti e basta guardare come sono costruite le abitazioni per capire in quale regione ti trovi. Certo, non sarà il paradiso terrestre, ma la France Profonde è un luogo in cui sovente la “qualità della vita” non è solo una bella frase astratta ma una realtà concreta, vissuta, goduta.Bene, arrivato in Italia per puro caso mi capita tra le mani il Corriere della Sera del 3 luglio dove a pagina 43 troneggia questo titolo a quattro colonne: “Addio caro Sarkozy, scelgo l’Italia”. Di che cosa si trattava? Era Gilles Clément che, come gesto di sommo disprezzo per il suo paese e la maggioranza dei suoi concittadini che si erano appena espressi con un voto molto chiaro, affermava di volersi recare in una sorta di volontario esilio. La colpa della Francia e dei francesi? Avere scelto Nicolas Sarkozy e la sua proposta politica.Ora, per chi non lo conoscesse, vorrei spiegare che Gilles Clément è un distinto e affabile signore di sessantaquattro anni, dai molteplici interessi (entomologo, botanico, romanziere) e da lungo tempo impegnato nella difesa dell’ambiente. Conosciuto soprattutto per la sua teoria del “giardino planetario” e del “giardino in movimento” (cfr. in particolare Le jardin planétaire, 1999, Le Jardin en mouvement, 1991 e 2000, Manifeste pour le Tiers-paysage 2004 [ed.italiana, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2005]) messa in pratica in opere eccezionali come i giardini de l’Arche a Parigi, quelli di Valloires ad Argoules, il giardino del Château di Blois, il Parc André Citroën ed altre ancora, Gilles Clément ha fatto della difesa dell’ecosistema e soprattutto delle sue diversità biologiche la battaglia della propria vita.Eppure un intellettuale del suo calibro e della sua raffinatezza non riesce a sfuggire alla prigione degli stereotipi, dei pregiudizi, delle demonizzazioni. Per lui la Francia è ormai un luogo da cui scappare a gambe levate, una nazione in cui si stanno per avverare le nefandezze più invereconde ad opera del lupo mannaro appena andato al potere. Per dirla con le sue parole riportate nel citato articolo del Corriere della Sera, “Con il voto del 6 maggio la Francia ha scelto un progetto che impegna tutti i cittadini nella meccanica distruzione del pianeta. Per questo ho deciso di annullare la totalità degli impegni presi con servizi pubblici e privati sul territorio francese. Ho voluto prendere subito le distanze da questo governo, perché non voglio più lavorare con le istituzioni, rischierei di apparire come un amico di Sarkozy”.Purtroppo, e con grande dispiacere, mi pare proprio che si possa prendere questo atteggiamento di Gilles Clément ad esempio di quella guache caviar a cui avevo dedicato un articolo (pochi se lo ricorderanno, comunque chi volesse leggerlo lo può trovare sul mio blog all’interno del portale www.olistica.tv) all’indomani delle elezioni presidenziali francesi del 2002. E’ la sinistra al caviale, incapace di vedere al di là dei suoi circoli letterari, dei suoi salotti sofisticati, della sua retorica repubblicana, dei suoi cinguettii trotzkisti. Incapace soprattutto di dibattere con l’avversario politico senza doverlo per forza trasformare in un mostro, in un lupo mannaro, nell’incarnazione stessa del male. Lasciando perdere il fatto, pur non trascurabile, che la demonizzazione non paga (non ha pagato in Italia con Berlusconi e ancor meno ha pagato in Francia con Sarkozy), l’abitudine a non voler entrare in un rapporto dialettico con “l’altro” a mio modesto avviso sta producendo guasti non indifferenti nello stesso tessuto antropologico della sinistra. Nel suo modo di pensare, nel suo operare politico, nel suo vivere quotidiano.Riflettete, ad esempio, sull’errore madornale fatto da Ségoléne Royal negli ultimi giorni della campagna presidenziale quando evocò lo spettro dell’insurrezione delle banlieues nel caso di vittoria di Sarkozy. Ora, a parte che come si è visto, si trattava di una solenne sciocchezza, anche fosse stato vero avrebbe voluto dire che l’elezione del presidente della repubblica sarebbe dipesa dagli umori delle minoranze estremiste delle periferie della cintura metropolitana di Parigi. E poiché in quei giorni la partita si giocava sulla capacità di attrarre la maggior parte dei voti (un tutt’altro che trascurabile 18%) che al primo turno aveva raccolto il candidato centrista François Bayrou, il risultato di quell’infelice uscita si è poi rivelato catastrofico per la candidata socialista. E dato che Ségoléne è tutt’altro che stupida, mi viene da pensare che un errore tanto marchiano sia dipeso proprio dall’incapacità a sottrarsi al riflesso “pavloviano” di demonizzare l’avversario.E a questo punto vorrei spendere qualche parola sul lupo mannaro Sarkozy. Io, come del resto André Glucksmann (cfr. “Scelgo il lupo”, Corriere della Sera, 03-05-2007, pag. 42) e altre persone di sinistra, non nascondo di seguire con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente avrei votato quest’uomo che la notte della vittoria elettorale a Place de la Concorde, davanti a una marea di sostenitori in delirio che indirizzavano sonore salve di fischi alla volta della sconfitta Ségoléne Royal, li zittì dicendo: “Questa sera vi domando di essere generosi, di essere tolleranti, di essere fraterni, vi domando di tendere la mano, vi domando di dare un'immagine della Francia riunita...”.Sarkozy dunque, il lupo mannaro che ha promesso la rotture con tutti i clichés, i tic, le paludi della vecchia politique politicienne e che ha fatto quasi scomparire Le Pen e il suo Front National dalla scena politica francese. Ed è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale dell’estrema destra lepenista senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza inseguirla sul terreno della retorica e della demagogia. Giustamente uno degli ultimi numeri de Le Nouvel Observateur titolava: "La fin des années Le Pen", infatti i voti che questo tribuno razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio, son ...
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Da Piero Verni il
17/07/2007 14.28
«Mao Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo».
Comincia così, senza se e senza ma, uno dei libri più stimolanti, anticonformisti, sconvolgenti di questo inizio di millennio, "Mao la storia sconosciuta" (Milano 2006), la biografia che la scrittrice cinese Jung Chang (autrice anni or sono dello splendido "Cigni Selvatici", ultima edizione Milano 2005) ha dato alle stampe con l’aiuto del marito, lo storico britannico Jon Halliday. E’ un lavoro monumentale, quasi mille pagine di cui circa cento di note, che fa letteralmente a pezzi uno dei più inossidabili miti positivi del ‘900, quello di
Mao, appunto. In effetti, per essere onesti, più che una di una biografia dovremmo parlare di una autentica ed appassionata requisitoria che viviseziona l’esistenza politica e privata del “Grande Timoniere” fornendo al lettore un quadro agghiacciante del massimo protagonista della storia cinese degli ultimi secoli. Un uomo più abile e cinico che intelligente, brutale, opportunista, preda di una inestinguibile sete di potere per ottenere il quale fu disposto a tutto. Requisitoria dunque e quindi per definizione non imparziale, però circostanziata, precisa, attenta anche ai minimi particolari (da qui l’incredibile mole delle note). Un lavoro ciclopico che è stato unanimemente apprezzato dalla critica internazionale che non ha lesinato lodi. “Un lavoro magistrale” secondo il New York Times, “Una lettura fondamentale” per The Observer, “Un libro sconvolgente” nella definizione di “The Times”, “La biografia politica più poderosa, convincente e rivelatrice dei nostri tempi”, recita l’entusiastica recensione del Daily Mail. E qui mi fermo ma potrei continuare a lungo nelle citazioni.
Nonostante il numero delle pagine è un libro che, per quanti sono interessati alla storia della Cina contemporanea ed ai rapporti tra il movimento comunista cinese e quello sovietico, si legge di un fiato. A me ha catturato come il migliore dei thriller che pagina dopo pagina ti avvince e non si lascia mollare se non dopo averlo terminato. La Cina degli anni ’10 e ’20 del secolo scorso, la nascita dei primi nuclei rivoluzionari, la Lunga Marcia, le relazioni pericolose tra Partito Comunista Cinese e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, la resistenza all’invasione giapponese, la guerra civile, la vittoria di Mao e i primi anni di governo comunista, il Grande Balzo in Avanti, la Rivoluzione Culturale, l’affaire Lin Biao... tutto viene raccontato, spiegato, svelato senza alcuna pesantezza narrativa ma con lo stile lieve e riuscito che Jung Chang già aveva regalato ai suoi lettori con "Cigni Selvatici".
Certo non a tutti la lunga, drammatica, terribile storia che i due autori raccontano in questo nuovo testo era poi così sconosciuta. Quanti avevano già letto alcune testimonianze critiche, in modo particolare quelle di Jean Pasqualini ("Prisoner of Mao", London, 1975), di Simon Leys ("Gli abiti nuovi del presidente Mao", Milano 1977), di Tiziano Terzani ("La porta proibita", Milano 1984), di Jasper Becker (
La Rivoluzione della fame, Milano, 1998), di Jean-Luc Domenach ("Chine: l’archipel oublié", Paris 1992), di Li Zhisui ("The Private Life of Chairman Mao", London 1994), di Palden Gyatso ("Il Fuoco sotto la neve", Milano 1997) e lo stesso "Cigni Selvatici", avevano già compreso che il vero Mao era ben diverso dall’icona che una insistente vulgata avevo diffuso in occidente nei dintorni del ‘68 e che è sopravvissuta alla sua morte, alla caduta della “Banda dei Quattro”, all’arrivo di Deng Tsiao Ping, al massacro di TienAnMen, alla selvaggia trasformazione economica della Cina. Purtroppo però i testi di cui sopra, così come le testimonianze dirette dei pochi che erano riusciti a fuggire dalla Cina maoista (dissidenti di vario genere, tibetani, uighuri, mongoli), erano rimasti appannaggio di ristrette minoranze. Per la gente comune, soprattutto -ma non solo- in Italia, il mito di Mao è ancora lì, vivo e vegeto. Mao il grande riformatore. Mao che ha ridato unità alla Cina. Mao che ha sfamato il suo popolo. Mao il demiurgo. Mao che condivide con i suoi compagni le fatiche e gli stenti della Grande Marcia. Mao sostenitore dei diritti dell’ Altra Metà del Cielo. Mao strenuo difensore della dignità nazionale cinese. Mao il Grande Timoniere. E chi più ne ha più ne metta.
Del lungo brivido rivoluzionario che attraversò il corpo dell’occidente nei lontani anni ’60, tante cose positive sono state dimenticate o al massimo sono conservate gelosamente nello scrigno della memoria degli ormai brizzolati esponenti di quella antica stagione (a cui appartiene anche chi scrive). Invece l’idea che il buon vecchio Mao fosse, magari con qualche ruvidezza di troppo, fondamentalmente migliore e diverso da tutti gli altri leader carismatici delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane testardamente diffusa. Se posso citare un’esperienza personale: mi ricordo quando ad una trasmissione di Radio Popolare di Milano in cui ero stato invitato a parlare della questione del Tibet ed avevo esposto la situazione in cui versava il Paese delle Nevi e le violenze subite dai tibetani a causa dell’occupazione da parte della Cina Popolare, il centralino della radio fu sommerso da una valanga di telefonate in cui gli ascoltatori si rifiutavano di credere che la Cina maoista avesse potuto macchiarsi dei crimini che avevo denunciato. Quasi tutti ritenevano possibile che Deng e il nuovo (per allora) gruppo dirigente cinese potesse star attuando una dura repressione in Tibet ma Mao no. Lui non lo avrebbe mai fatto. Né in Tibet né altrove. E il bello, si fa per dire, è che quell’opinione veniva, e tuttora viene condivisa, anche da molta gente moderata e non certo di sinistra. L’idea che in Cina la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista sia stato un cambiamento positivo per il popolo cinese è ancora profondamente radicata nell’opinione pubblica. Ma adesso è arrivato questo nuovo libro che ci spiega per filo e per segno come, al con ...
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Da Piero Verni il
26/06/2007 1.19
Ricordando Tiziano in attesa
dell'uscita del suo libro sulla Cambogia
Era stata annunciata per maggio (ma penso
sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria)
l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani
sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato
fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in
altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo
Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate
al suo rapporto con il Tibet.
Tiziano
Terzani e il Tibet La prima volta che
sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo
conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora
rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno
consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era
"solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der
Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui
spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi
in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo
elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si
era all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una
lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella
trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot
e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera
situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così
profondamente la sua esistenza professionale ed umana.
In quel periodo pochi,
pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da
alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava
raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della
comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un
parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e
quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo
martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e
che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di
opinione pubblica e governi.
Più o meno nello
stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a
mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso,
appassionato e riuscito:
La
Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina
Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente
successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte
di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e
impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto
profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al
Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o
ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti
dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo
dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare
poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le
parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a
cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana,
potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita
era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le
ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.
Tra le tante fortune
che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano
Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti
pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e
in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a
Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel, così mi volle incontrare per fare una
chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con
un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se
ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura
tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi
come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento
così insistente, i tagli di luce così puri e tersi. Andammo avanti fino a notte
inoltrata. Lui che chiedeva, io che rispondevo e a mia volta facevo a lui molte
domande. Sorrise quando gli ricordai l'intervista televisiva in cui parlava del
Dalai Lama e gli raccontai che avevo fatto acquistare all'Associazione
Italia-Tibet le ultime copie del suo La Porta Proibita (oggi ristampato da Longanesi e venduto, credo, in decine di migliaia di
copie). Inutile dire che dal Mustang il discorso ben presto si ampliò fino ad
abbracciare l'intero universo tibetano, il maoismo, i rapporti tra la Cina, l'India e il Tibet. Tra
l'altro, ridendo, Tiziano mi disse che si riteneva in qualche modo un "osservatore
privilegiato" dell'universo tibetano che frequentava, "come dire,
quotidianamente", avendo due ragazze tibetane che si prendevano cura della
sua abitazione indiana. Con mia grande gioia a quella prima chiacchierata ne
seguirono molte altre per tutto il periodo in cui Tiziano rimase a Delhi e
anche se non si discuteva solo di Tibet, di sicuro quello era uno dei nostri
argomenti preferiti. Penso di poter dire che il suo interesse per il
"Paese delle ...
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