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| Autore: |
Piero Verni |
Creato: |
08/06/2007 18.21 |
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
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Da Piero Verni il
07/12/2007 11.53
(articolo pubblicato in Re Nudo n°102 - dicembre 2007)
Sento ancora il coro ipocrita di tutti coloro che, quando venne stabilito che le Olimpiadi 2008 si sarebbero tenute a Pechino, cercavano di tacitare le voci che protestavano contro questa decisione affermando che, proprio a causa della responsabilità di ospitare i Giochi Olimpici, la Cina sarebbe stata costretta ad aprirsi ed allentare in qualche modo il controllo ferreo che il Governo e il Partito Comunista esercitano sulla società. Bene, adesso che solo una manciata di mesi ci separano dall’8 agosto del prossimo anno, possiamo tentare di verificare la bontà di quelle parole e il livello dei cambiamenti positivi che “la responsabilità olimpica” ha prodotto all’interno della Repubblica Popolare Cinese.
E cominciamo dalla libertà di stampa. E’ di pochi giorni fa, la notizia che in Cina tutti i giornali e le televisioni hanno ricevuto un decalogo virtuoso a cui ogni operatore della comunicazione è tenuto ad attenersi se non vuole avere noie con la legge. E’ una breve lista di cose che si devono o non si devono fare. Ad esempio non si devono pubblicare notizie che potrebbero nuocere all’immagine della Cina. Non si devono commentare fatti sui quali c’è già un comunicato ufficiale del governo e dunque è superfluo inviare giornalisti a seguire conferenze, eventi o congressi per i quali basta ed avanza la posizione ufficiale del Partito. Non si devono inoltre pubblicare notizie senza il preventivo permesso delle autorità. E così via. Insomma dieci comandamenti per il perfetto giornalista che non può informare sugli scandali, riportare di sua iniziativa le critiche e le proteste (ormai sempre più numerose soprattutto nelle campagne) ma parlarne solo quando la propaganda del regime lo ritiene utile, vale a dire in occasione del lancio di una determinata campagna repressiva diretta contro il “nemico del popolo” di turno. Grande spazio invece alla vertiginosa crescita dell’economia, alle imponenti realizzazioni del socialismo di mercato, al boom edilizio, ai successi sportivi e cose del genere. Ecco l’informazione pretesa dalla Pechino che si appresta a celebrare i Giochi Olimpici 2008.
E le immancabili aperture politiche che tanti ottimisti a buon mercato avevano previsto o addirittura date per sicure? Guardiamo insieme qualche breve istantanea scattata da uno dei più attenti osservatori della realtà cinese, l’agenzia di stampa Asia News in un suo recente numero. “Sichuan: nella parte della regione con maggioranza etnica tibetana, le autorità hanno stroncato con la violenza e gli arresti le proteste contro lo sfruttamento minerario della montagna Yala (contea di Dafou), una delle nove considerate sacre dai buddisti tibetani. Zhejiang: il 20 giugno la polizia in tenuta antisommossa si è scontrata con oltre 30mila dimostranti contro la demolizione forzata di una casa a Shaoqing, con un bilancio di decine di feriti e almeno due arresti, uno per “occupazione di strada pubblica”. Testimoni oculari dicono che la polizia ha provocato gli scontri aggredendo due persone isolate e provocando la reazione della folla. I dimostranti, che si oppongono alla demolizione forzata di un’abitazione di 4 piani nella città bassa di Shengzhou, hanno presidiato la zona per ore. Il governo ha già demolito le altre abitazioni della zona e questa casa ne ostacola i progetti. Sempre nel Zhejiang a Dongtou, contea di Wenzhou, la settimana scorsa funzionari pubblici hanno pestato due residenti che si sono opposti al tentativo di sbriciolare con mine una montagna per creare una spianata di 284 ettari per una vicina spiaggia, nonostante il 28 dicembre il tribunale provinciale abbia dichiarato “illegale” l’ambizioso progetto urbanistico.
Sichuan: A maggio la popolazione è dovuta scendere in piazza per ottenere giustizia per il probabile assassinio di Wang Qiang, studente di 15 anni, da parte di due persone rimaste impunite, una delle quali è nipote del capo della polizia locale. Guangzhou: Nel distretto di Haizhu il 20 giugno centinaia di poliziotti hanno caricato e pestato a sangue soldati in pensione scesi in piazza da giorni in modo pacifico per chiedere un aumento della pensione. Molti dei dimostranti sono stati decorati come eroi di guerra nella guerra civile dei tardi anni ‘40 o in quella con la Corea negli anni ’50 e hanno manifestato indossando l’uniforme con le medaglie ricevute. Xie Suqing, 52 anni, racconta al South China Morning Post che la polizia lo ha portato presso la stazione di Chigang e lo ha percosso fino a farlo svenire, rompendogli una vertebra. Il giorno dopo un ufficiale di polizia lo ha visitato in ospedale intimandogli di non parlare con i media. Le pensioni sono di circa 1.000 yuan mensili (circa 100 euro), mentre ufficiali di pari grado in servizio sono pagati fino a 9mila yuan. Un lavoratore migrante si dà fuoco in piazza Tiananmen: Non era pagato da mesi. Oltre il 90% dei lavoratori migranti non riceve regolarmente una paga. Molti di essi tentano il suicidio. Un migrante del Jiangsu si è dato fuoco sulla piazza Tiananmen per protestare contro il governo e i capi della sua ditta, che non gli pagano il salario. Così Wang Congan, 53 anni, del Jiangsu, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco trasformandosi in una torcia umana, mentre la piazza Tiananmen, nel cuore della capitale, era piena di turisti.”
Per ovvi motivi di spazio fermiamoci qui ma si potrebbe continuare a
lungo in questo elenco che parla della realtà di quella nazione quanto
è più del sofisticato profilo dei grattacieli del lungomare di Shangai
o delle statistiche sulla crescita del PIL. Così come ci parla della
“vera Cina” l’annuale rapporto dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”
che, pur sottolineando una certa diminuzione del numero delle
esecuzioni capitali, ricorda che nel 2006 su un totale di 5.628
condanne a morte eseguite nel mondo, ben 5.000 hanno avuto luogo sul
territorio cinese, vale a dire oltre il 90%.
E inoltre va tenuto presente che quelle di cui si parla sono le sentenze ufficialmente ammesse da Pechino ma in molti ritengono che il numero reale sia notevolmente più elevato.
Uno dei vanti del presente governo cinese è quello di essere in prima linea nella lotta al terrorismo. Peccato che mentre taccia di “terroristi” tutti coloro che cercano (nella stragrande maggioranza dei casi in modo assolutamente pacifico) di rivendicare spazi di libertà politica, sindacale o religiosa, secondo attendibili fonti riportate dalla stampa internazionale, Pechino fornirebbe armi ai terroristi iracheni e alle milizie talebane in Afghanistan. Anche se l’amministrazione Bush ha cercato di minimizzare la cosa per non aprire un imbarazzante contenzioso politico, appare evidente la gravità della vicenda.
E poi abbiamo Internet dove la censura è ferrea e le condanne per chi trasgredisce pesantissime. Il 27 agosto 2007 il governo ha bloccato 8.808 indirizzi web, e 9.593 siti. Gli oltre 137 milioni di utenti cinesi possono “navigare” solo all’interno degli angusti confini stabiliti dalle autorità e una lunga serie di argomenti sono ufficialmente dichiarati proibiti e chi cerca di affrontarli rischia di pagare un prezzo elevato per la sua curiosità. Viceversa Pechino alleva e finanzia un buon num ...
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Da Piero Verni il
08/10/2007 7.07
(articolo pubblicato in Re Nudo n°100 - ottobre 2007)
Mentre sto scrivendo queste righe (3 ottobre 2007), la salma del giornalista giapponese Kenji Nagai fa il suo mesto ritorno all’aereoporto Narita di Tokyo per essere presa in consegna dalla famiglia. Il 28 settembre una pallottola sparatagli a bruciapelo da un soldato birmano, aveva letteralmente spappolato il cuore del cinquantenne video-cronista della APF News che stava filmando e fotografando la brutale repressione di una manifestazione di protesta nei pressi della Sule Pagoda di Rangoon (Yangoon). Kenjii Nagai è una delle decine, forse centinaia, di
vittime di due settimane di manifestazioni e cortei contro la giunta
militare che governa da decenni con pugno di ferro la Repubblica di
Myanmar (l’antica Birmania così ribattezzata dai generali in segno
tangibile di rottura con il passato coloniale della regione). Paese di
55 milioni di abitanti, nella quasi totalità buddisti, la Birmania è
una delle nazioni più povere dell’Asia. Gran parte della popolazione
vive in condizioni economiche drammatiche con l’equivalente di meno di
50 centesimi di euro al giorno e le politiche governative l’hanno
tenuta sigillata dal resto del mondo e impermeabile al miracolo
economico di cui beneficiano da decenni grandi e piccole nazioni
dell’area. Lo stesso turismo è soggetto ad una disciplina piuttosto
stretta che ne regola severamente i flussi. Dopo una lunga serie di guerre, nel 1886 la Birmania
venne definitivamente conquistata dall’Inghilterra ed entrò a far parte
dell’India britannica. Nel 1937 ne uscì e, dopo essere stato uno dei
principali teatri bellici della seconda guerra mondiale (invasa dai
giapponesi nel 1942 e riconquistata dagli Alleati nel 1945 con l’aiuto
determinante del movimento di resistenza antifascista AFPFL guidato da
Aung San, che sarà poi assassinato nel luglio 1947 da rivali politici),
la Birmania diventerà una repubblica indipendente il 4 gennaio 1948.
Per poco più di una decina di anni ebbe una serie di governi democratici, nonostante fortissime tensioni interne causate in particolare dalle richieste di sempre maggiori autonomie da parte delle numerose minoranze interne. E nel 1961 fu proprio un birmano, U Thant, a diventare il primo segretario generale non occidentale dell’ONU. Ma nel 1962 un colpo di stato militare guidato dal generale Ne Win sciolse il governo e si insediò al potere instaurando un regime dittatoriale e marxista che, in nome di una fantomatica “via birmana al socialismo”, produsse danni terribili al tessuto economico e sociale della nazione. Collettivizzazioni e nazionalizzazioni, abolizione del libero scambio, messa fuori legge dei partiti politici si accompagnarono a feroci ondate di repressioni politiche e fecero calare sulla Birmania le ombre di una cupa notte autoritaria. Nel 1988 dopo una serie di rivolte studentesche a cui aveva aderito gran parte della popolazione inclusa l’ influente e numerosa (circa 600.000 persone) comunità monastica, Ne Win fu costretto a dimettersi e gli subentrò il generale Saw Maung. Questi promise libere elezioni che, per la prima volta dopo oltre vent’anni, si tennero nel 1990 e videro una forte affermazione della LND (Lega Nazionale per la Democrazia), il movimento guidato da Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San. Con 392 seggi su 485 era ampiamente in grado di governare il paese ma i militari non accettarono il verdetto delle urne e diedero vita ad un altro golpe, dichiarando nullo il risultato elettorale e procedendo a una massiccia ondata di arresti che portò in carcere i principali esponenti politici, in primis Aung San Suu Kyi, che venne poi insignita nel 1991 del Premio Nobel per la Pace ed è oggi unanimemente considerata l’esponente principale dell’opposizione al regime.Il 24 aprile del 1992 diviene capo di stato il generale Than Shwe l’uomo forte della giunta spesso definito una sorta di ibrido, metà Pol Pot e metà
Pinochet. La vita per la popolazione è sempre più difficile ma il regime si compiace di una serie di misure demagogiche. Come si è già detto, in un sussulto di retorica anti imperialistica l’antico nome di Birmania (Burma in inglese) viene cambiato in quello di Myanmar. Si costruisce, nei pressi dell’antica Yangoon, la nuova capitale Naypyidaw (letteralmente “la sede dei sovrani”) e, soprattutto, si rinsaldano gli storici legami politici ed economici con la Cina comunista che diviene il grande protettore della nuova Birmania e della sua giunta di militari golpisti. Ma nemmeno questo, riesce a migliorare la qualità della vita della popolazione che patisce la guida di uno dei regimi più inetti, rapaci e corrotti dell’intero sud est asiatico. E mentre una serie di monsoni più violenti del solito si abbatte su ampie zone del paese devastandole senza che alcun aiuto venga dal governo centrale, su Internet circolano le immagini clandestine dello sfarzoso e opulento matrimonio della figlia del generale satrapo Than Shwe.E quando negli scorsi mesi l’aumento del combustibile si riverbera sui costi facendo lievitare all’improvviso i prezzi di tutti i generi di prima necessità, verso la fine di agosto cominciano le proteste. “Inizialmente le piccole, spontanee, manifestazioni erano guidate da sparuti gruppi di militanti dell’opposizione democratica ancora a piede libero e coinvolgevano poche centinaia di residenti a Rangoon” ci spiega Claudio Tecchio, coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, che sta seguendo da vicino quanto succede in Birmania, “La svolta si è verificata dopo l’aggressione subita da un gruppo di monaci che si erano uniti alla popolazione per manifestare contro il carovita. Alcuni religiosi avevano infatti subito un vero e proprio pestaggio ed il loro abate aveva prontamente chiesto le scuse ufficiali ai responsabili dell’aggressione.Scuse tardive e nuove minacce hanno quindi scatenato l’ira della locale comunità monastica che ha preso d’assalto, tra gli applausi della popolazione, i mezzi militari con i quali i gerarchi erano giunti alla pagoda. Da quel momento la protesta si è estesa a tutti i principali monasteri e la comunità monastica ha assunto la direzione politica del movimento organizzando imponenti manifestazioni in tutte le città birmane. Si è persino costituita una Alleanza di Tutti i Monaci Buddisti Birmani con lo scopo dichiarato di coordinare la protesta e delegittimare alcuni religiosi collaborazionisti che si arrogavano il diritto di parlare a nome del Shanga [la comunità monastica] birmano”.Il resto lo abbiamo visto sugli schermi televisivi e letto sulle prime pagine di tutti i giornali delle ultime due settimane di settembre. Le immagini delle migliaia di monaci che sfilano nelle loro tuniche color zafferano con donne e uomini che fanno ala ai cortei tenendosi per mano. Le macchie bianche dei vestiti delle monache. Le bandiere arcobaleno simbolo del Buddismo, l’immensa folla di centinaia di migliaia di persone che manifestano il loro sdegno nei confronti del regime. L’atmosfera festosa dei primi giorni della protesta, quando anc ...
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Da Piero Verni il
14/09/2007 2.00
All’inizio di luglio ero appena arrivato a Milano dalla Bretagna (Francia nord occidentale) dove ormai vivo per gran parte dell’anno. Avevo fatto il viaggio in macchina e attraversato una Francia rurale e profonda, dal paesaggio in larga parte incontaminato dove i villaggi sono ancora le sentinelle del territorio. Per centinaia di chilometri si erano alternati davanti al mio sguardo immensi spazi in cui campagne e boschi costituivano un orizzonte in cui si rincorrevano tutte le possibili e immaginabili tonalità del verde. E la presenza dell’uomo si rivelava in architetture regionali in larga misura rispettose dell’ambiente.La Bretagna, dicevo, con le sue case bianche dai tetti d’ardesia e le finestre colorate di blu, celeste, grigio o marrone. Le sue coste selvagge, i suoi venti che inebriano, i suoi tagli di luce che accecano, i suoi cieli dalle nuvole che sembrano dipinte da Magritte, le sue tradizioni vive e non ancora ridotte a folclore, la sue scuole Diwam in cui il bretone viene insegnato insieme al francese. La Bretagna, appunto, ma non solo. Anche il Perigord, la Borgogna, lo Champagne, l’Alsazia... ti scorrono davanti e basta guardare come sono costruite le abitazioni per capire in quale regione ti trovi. Certo, non sarà il paradiso terrestre, ma la France Profonde è un luogo in cui sovente la “qualità della vita” non è solo una bella frase astratta ma una realtà concreta, vissuta, goduta.Bene, arrivato in Italia per puro caso mi capita tra le mani il Corriere della Sera del 3 luglio dove a pagina 43 troneggia questo titolo a quattro colonne: “Addio caro Sarkozy, scelgo l’Italia”. Di che cosa si trattava? Era Gilles Clément che, come gesto di sommo disprezzo per il suo paese e la maggioranza dei suoi concittadini che si erano appena espressi con un voto molto chiaro, affermava di volersi recare in una sorta di volontario esilio. La colpa della Francia e dei francesi? Avere scelto Nicolas Sarkozy e la sua proposta politica.Ora, per chi non lo conoscesse, vorrei spiegare che Gilles Clément è un distinto e affabile signore di sessantaquattro anni, dai molteplici interessi (entomologo, botanico, romanziere) e da lungo tempo impegnato nella difesa dell’ambiente. Conosciuto soprattutto per la sua teoria del “giardino planetario” e del “giardino in movimento” (cfr. in particolare Le jardin planétaire, 1999, Le Jardin en mouvement, 1991 e 2000, Manifeste pour le Tiers-paysage 2004 [ed.italiana, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2005]) messa in pratica in opere eccezionali come i giardini de l’Arche a Parigi, quelli di Valloires ad Argoules, il giardino del Château di Blois, il Parc André Citroën ed altre ancora, Gilles Clément ha fatto della difesa dell’ecosistema e soprattutto delle sue diversità biologiche la battaglia della propria vita.Eppure un intellettuale del suo calibro e della sua raffinatezza non riesce a sfuggire alla prigione degli stereotipi, dei pregiudizi, delle demonizzazioni. Per lui la Francia è ormai un luogo da cui scappare a gambe levate, una nazione in cui si stanno per avverare le nefandezze più invereconde ad opera del lupo mannaro appena andato al potere. Per dirla con le sue parole riportate nel citato articolo del Corriere della Sera, “Con il voto del 6 maggio la Francia ha scelto un progetto che impegna tutti i cittadini nella meccanica distruzione del pianeta. Per questo ho deciso di annullare la totalità degli impegni presi con servizi pubblici e privati sul territorio francese. Ho voluto prendere subito le distanze da questo governo, perché non voglio più lavorare con le istituzioni, rischierei di apparire come un amico di Sarkozy”.Purtroppo, e con grande dispiacere, mi pare proprio che si possa prendere questo atteggiamento di Gilles Clément ad esempio di quella guache caviar a cui avevo dedicato un articolo (pochi se lo ricorderanno, comunque chi volesse leggerlo lo può trovare sul mio blog all’interno del portale www.olistica.tv) all’indomani delle elezioni presidenziali francesi del 2002. E’ la sinistra al caviale, incapace di vedere al di là dei suoi circoli letterari, dei suoi salotti sofisticati, della sua retorica repubblicana, dei suoi cinguettii trotzkisti. Incapace soprattutto di dibattere con l’avversario politico senza doverlo per forza trasformare in un mostro, in un lupo mannaro, nell’incarnazione stessa del male. Lasciando perdere il fatto, pur non trascurabile, che la demonizzazione non paga (non ha pagato in Italia con Berlusconi e ancor meno ha pagato in Francia con Sarkozy), l’abitudine a non voler entrare in un rapporto dialettico con “l’altro” a mio modesto avviso sta producendo guasti non indifferenti nello stesso tessuto antropologico della sinistra. Nel suo modo di pensare, nel suo operare politico, nel suo vivere quotidiano.Riflettete, ad esempio, sull’errore madornale fatto da Ségoléne Royal negli ultimi giorni della campagna presidenziale quando evocò lo spettro dell’insurrezione delle banlieues nel caso di vittoria di Sarkozy. Ora, a parte che come si è visto, si trattava di una solenne sciocchezza, anche fosse stato vero avrebbe voluto dire che l’elezione del presidente della repubblica sarebbe dipesa dagli umori delle minoranze estremiste delle periferie della cintura metropolitana di Parigi. E poiché in quei giorni la partita si giocava sulla capacità di attrarre la maggior parte dei voti (un tutt’altro che trascurabile 18%) che al primo turno aveva raccolto il candidato centrista François Bayrou, il risultato di quell’infelice uscita si è poi rivelato catastrofico per la candidata socialista. E dato che Ségoléne è tutt’altro che stupida, mi viene da pensare che un errore tanto marchiano sia dipeso proprio dall’incapacità a sottrarsi al riflesso “pavloviano” di demonizzare l’avversario.E a questo punto vorrei spendere qualche parola sul lupo mannaro Sarkozy. Io, come del resto André Glucksmann (cfr. “Scelgo il lupo”, Corriere della Sera, 03-05-2007, pag. 42) e altre persone di sinistra, non nascondo di seguire con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente avrei votato quest’uomo che la notte della vittoria elettorale a Place de la Concorde, davanti a una marea di sostenitori in delirio che indirizzavano sonore salve di fischi alla volta della sconfitta Ségoléne Royal, li zittì dicendo: “Questa sera vi domando di essere generosi, di essere tolleranti, di essere fraterni, vi domando di tendere la mano, vi domando di dare un'immagine della Francia riunita...”.Sarkozy dunque, il lupo mannaro che ha promesso la rotture con tutti i clichés, i tic, le paludi della vecchia politique politicienne e che ha fatto quasi scomparire Le Pen e il suo Front National dalla scena politica francese. Ed è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale dell’estrema destra lepenista senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza inseguirla sul terreno della retorica e della demagogia. Giustamente uno degli ultimi numeri de Le Nouvel Observateur titolava: "La fin des années Le Pen", infatti i voti che questo tribuno razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio, son ...
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