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| Autore: |
Piero Verni |
Creato: |
08/06/2007 18.21 |
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Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
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Da Piero Verni il
18/02/2008 17.27
Nella prima settimana di gennaio, cinque movimenti politici dell’esilio tibetano (il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum, il National Democratic Party of Tibet e gli Students for a Free Tibet-India), hanno dato vita al “Tibetan People’s Uprising Movement”, che tradotto letteralmente significa “Il movimento del popolo tibetano per l’insurrezione”. Nome drammatico quanto impegnativo che ben fotografa lo stato di frustrazione dei tibetani per la condizione terribile in cui ancora oggi, a quasi sessant’anni dall’illegale occupazione cinese, versa il Tibet. Costretti a prendere atto che le autorità di Pechino non hanno alcuna intenzione di avviare seriamente alcuna trattativa sullo stato del Tibet (lo stesso Dalai Lama, in una lunga intervista concessa a fine gennaio al settimanale francese Nouvel Observaterur, ha dovuto ammettere che per i cinesi non esiste alcuna questione tibetana di cui dover parlare), i rappresentanti delle cinque organizzazioni sembrano decisi a prendere sulle proprie spalle il peso della lotta politica per tentare di porre termine a quella che considerano una vera e propria dominazione coloniale. Chiedono infatti, in ultima sintesi, che siano rimossi gli ostacoli per il ritorno senza alcuna condizione del Dalai Lama in Tibet, che tutti i prigionieri politici siano rilasciati e che inizi un’effettiva decolonizzazione del Paese delle Nevi da parte della Cina Popolare. Gli obiettivi del “Tibetan People’s Uprising Movement” (il cui slogan è Rise Up, Resist, Return: Insorgi, Resisti, Ritorna) possono sembrare irrealistici ed utopici e non dubito che questo sia il parere delle diplomazie e degli algidi commentatori politici alla Sergio Romano. Ma chi da anni si occupa del problema tibetano la pensa diversamente. “Si tratta di un disperato tentativo di uscire dalla attuale fase di stallo, dovuta anche al sostanziale fallimento del cosiddetto dialogo tra gli emissari del Dalai Lama ed i gerarchi cinesi e dare un segnale di speranza ai tibetani, dentro e fuori i confini del Tibet” ha dichiarato a Re Nudo, Claudio Tecchio coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, una delle organizzazioni più impegnate in Italia in questo ambito. “I sostenitori della causa tibetana non possono quindi che rallegrarsi di una iniziativa che vede per la prima volta uniti, con una piattaforma chiara e condivisa, tutti i gruppi più rappresentativi dell’opposizione tibetana. Un primo e significativo passo verso l’unificazione di tutta l’opposizione politica e sociale al regime comunista cinese. Dobbiamo solo augurarci che l’azione trovi tutto il sostegno, l’attenzione e la partecipazione che merita”.E molto simile è anche l’opinione del giornalista e scrittore Carlo Buldrini che segue da oltre trent’anni la situazione tibetana a cui ha dedicato il suo ultimo libro, Lontano dal Tibet. “Non si può non salutare con soddisfazione la recente decisione del Tibetan Youth Congress e di altre quattro organizzazioni di tibetani in esilio”, ci ha detto Buldrini, “di dar vita a un ‘Tibetan People’s Uprising Movement’. E’ ancora presto per poter giudicare il programma di questo movimento ma non si può non vedere un’analogia tra la marcia che i tibetani intendono compiere, partendo da Dharamsala il prossimo 10 marzo, per raggiungere il Tibet sfidando le autorità di Pechino, e la storica ‘Marcia del sale’ che, a partire dal 12 marzo 1930, portò il Mahatma Gandhi e i suoi 78 satyagrahi fino al villaggio di Dandi, sulle rive del Mare Arabico. Qui il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale, lanciò quella sfida all’Impero che condurrà il popolo indiano a conquistare la propria libertà. C’è da sperare che anche la marcia dei tibetani possa, un giorno, portare buoni frutti”.Certo. Buoni frutti per la causa tibetana. Ma quali sarebbero questi buoni frutti? L’apertura di un dialogo con le autorità di Pechino vagheggiata, come abbiamo visto senza alcun successo, da venti anni dal Dalai Lama e dal suo governo in esilio oppure la riapertura di una stagione di lotte civili, non violente, democratiche dentro e fuori il Tibet per reclamare con forza l’inalienabile diritto del popolo tibetano alla libertà e all’autodeterminazione? Una stagione di lotte che potrebbe sfruttare con efficacia e creatività le armi della comunicazione che l’epoca di Internet e del villaggio globale mette nelle mani anche di popoli privi di mezzi e finanziamenti da parte di governi e istituzioni pubbliche internazionali. Molto più che agli obsoleti, nefandi, spesso suicidi strumenti della violenza rivoluzionaria, il movimento dell’insurrezione tibetano potrebbe ricorrere invece ad una sorta di guerriglia e sabotaggio mediatico magari iniziando proprio dalla formidabile opportunità costituita dalle imminenti Olimpiadi di Pechino quando tutti riflettori mondiali saranno puntati sulla Cina Popolare. Ovviamente integrando questa “resistenza informatica” con le armi classiche della disubbidienza civile, della lotta non violenta, del satyagraha di gandhiana memoria. “Si fa spesso riferimento al Satyagraha di Gandhi quando si tenta di dare una soluzione al problema tibetano”, ricorda ancora Carlo Buldrini, “lo fa ad esempio Samdong Rinpoche il primo ministro del governo tibetano in esilio, per spiegare la scelta di un approccio moderato nelle rivendicazioni nei confronti della Repubblica popolare cinese. E altrettanto fa il Partito Radicale italiano che intende nientemeno lanciare in un prossimo futuro il “Primo Satyagraha mondiale per la pace, la democrazia, la giustizia e la libertà” all’interno del quale intende inserire anche la questione tibetana. Ma quando si parla di Satyagraha non ci si dovrebbe mai dimenticare che Gandhi non si piegò mai di fronte all’oppressione e, per combatterla, rifiutò sia la violenza sia la semplice obiezione di coscienza. La risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la mediazione, il compromesso è utile quando ci si trova di fronte a problemi di secondaria importanza. Ma Gandhi ci ha insegnato che quando i problemi hanno a che fare con i diritti umani, la giustizia, la libertà, allora il compromesso non è più possibile. In questi casi gli oppressi, con il Satyagraha, e cioè con la lotta non violenta, devono spezzare le proprie catene. Citare il Satyagraha di Gandhi per giustificare la rinuncia all’obiettivo dell’indipendenza del Tibet vuol dire dunque falsificare la figura storica del Mahatma Gandhi nonché il suo messaggio politico e morale. Forse è bene ricordare alcune parole di Gandhi a questo proposito. Il 23 gennaio 1930, in un manifesto divenuto poi famoso, il Mahatma scriveva: ‘Il governo britannico dell’India ha privato il popolo indiano della sua libertà, si fonda sullo sfruttamento della gente, ha rovinato il paese dal punto di vista economico, politico, culturale e spirituale. Crediamo perciò che l’India debba recidere ogni legame con l’Inghilterra e conquistare il Purna Swaraj e cioè la completa indipendenza’. I tibetani che autenticamente si ispirano all’insegnamento del Mahatma Gandhi hanno da tempo capito che ‘Purna Swaraj’ e ‘Rangzen’ (termine tibetano per ‘indipendenza’, N.d.R.) sono sinonimi”.Da tutto questo si evince chiaramente come in questo delicato momento della vicenda politica tibetana sia di estrema importanza che i tibetani si rendano ...
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Da Piero Verni il
11/01/2008 19.47
Alcune delle principali organizzazioni politiche tibetane (Tibetan Youth Congress, Tibetan Women’s Association, Gu-Chu-Sum Movement of Tibet, National Democratic Party of Tibet, Students for a Free Tibet, India) alla vigilia dei Giochi Olimpici di Pechino hanno lanciato il Tibetan People's Uprising Movement (Il Movimento dell'Insurrezione del Popolo Tibetano) il cui slogan, Rise Up, Resist, Return (Insorgi, Resisti, Ritorna) ben mostra come l'iniziativa abbia come scopo ultimo la liberazione del Tibet dall'illegale e crudele occupazione cinese. Saluto con gioia la nascita di questo movimento, che finalmente torna a mettere all'ordine del giorno il problema della liberazione del Tibet e dell'inalienabile diritto delle donne e degli uomini del Paese delle Nevi all'autodeterminazione e all'indipendenza dal giogo coloniale di Pechino.
Per quel poco che conta, il mio blog è a disposizione del Tibetan People's Uprising Movement, di cui seguirà con attenzione e puntualità l'azione.
Piero Verni
P.S.: è possibile aiutare il Tibetan People's Uprising Movement facendo una donazione a partire da questa pagina web: www.tibetanuprising.org
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > Diritti umani (free Tibet): Cinesi ammazzano tibetani
Leggi i blog di Olistica.tv: > Il blog di Piero Verni: Il Tibet, il satyagraha e l'insurrezione del Dalai Lama in Italia
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Da Piero Verni il
07/12/2007 11.53
(articolo pubblicato in Re Nudo n°102 - dicembre 2007)
Sento ancora il coro ipocrita di tutti coloro che, quando venne stabilito che le Olimpiadi 2008 si sarebbero tenute a Pechino, cercavano di tacitare le voci che protestavano contro questa decisione affermando che, proprio a causa della responsabilità di ospitare i Giochi Olimpici, la Cina sarebbe stata costretta ad aprirsi ed allentare in qualche modo il controllo ferreo che il Governo e il Partito Comunista esercitano sulla società. Bene, adesso che solo una manciata di mesi ci separano dall’8 agosto del prossimo anno, possiamo tentare di verificare la bontà di quelle parole e il livello dei cambiamenti positivi che “la responsabilità olimpica” ha prodotto all’interno della Repubblica Popolare Cinese.
E cominciamo dalla libertà di stampa. E’ di pochi giorni fa, la notizia che in Cina tutti i giornali e le televisioni hanno ricevuto un decalogo virtuoso a cui ogni operatore della comunicazione è tenuto ad attenersi se non vuole avere noie con la legge. E’ una breve lista di cose che si devono o non si devono fare. Ad esempio non si devono pubblicare notizie che potrebbero nuocere all’immagine della Cina. Non si devono commentare fatti sui quali c’è già un comunicato ufficiale del governo e dunque è superfluo inviare giornalisti a seguire conferenze, eventi o congressi per i quali basta ed avanza la posizione ufficiale del Partito. Non si devono inoltre pubblicare notizie senza il preventivo permesso delle autorità. E così via. Insomma dieci comandamenti per il perfetto giornalista che non può informare sugli scandali, riportare di sua iniziativa le critiche e le proteste (ormai sempre più numerose soprattutto nelle campagne) ma parlarne solo quando la propaganda del regime lo ritiene utile, vale a dire in occasione del lancio di una determinata campagna repressiva diretta contro il “nemico del popolo” di turno. Grande spazio invece alla vertiginosa crescita dell’economia, alle imponenti realizzazioni del socialismo di mercato, al boom edilizio, ai successi sportivi e cose del genere. Ecco l’informazione pretesa dalla Pechino che si appresta a celebrare i Giochi Olimpici 2008.
E le immancabili aperture politiche che tanti ottimisti a buon mercato avevano previsto o addirittura date per sicure? Guardiamo insieme qualche breve istantanea scattata da uno dei più attenti osservatori della realtà cinese, l’agenzia di stampa Asia News in un suo recente numero. “Sichuan: nella parte della regione con maggioranza etnica tibetana, le autorità hanno stroncato con la violenza e gli arresti le proteste contro lo sfruttamento minerario della montagna Yala (contea di Dafou), una delle nove considerate sacre dai buddisti tibetani. Zhejiang: il 20 giugno la polizia in tenuta antisommossa si è scontrata con oltre 30mila dimostranti contro la demolizione forzata di una casa a Shaoqing, con un bilancio di decine di feriti e almeno due arresti, uno per “occupazione di strada pubblica”. Testimoni oculari dicono che la polizia ha provocato gli scontri aggredendo due persone isolate e provocando la reazione della folla. I dimostranti, che si oppongono alla demolizione forzata di un’abitazione di 4 piani nella città bassa di Shengzhou, hanno presidiato la zona per ore. Il governo ha già demolito le altre abitazioni della zona e questa casa ne ostacola i progetti. Sempre nel Zhejiang a Dongtou, contea di Wenzhou, la settimana scorsa funzionari pubblici hanno pestato due residenti che si sono opposti al tentativo di sbriciolare con mine una montagna per creare una spianata di 284 ettari per una vicina spiaggia, nonostante il 28 dicembre il tribunale provinciale abbia dichiarato “illegale” l’ambizioso progetto urbanistico.
Sichuan: A maggio la popolazione è dovuta scendere in piazza per ottenere giustizia per il probabile assassinio di Wang Qiang, studente di 15 anni, da parte di due persone rimaste impunite, una delle quali è nipote del capo della polizia locale. Guangzhou: Nel distretto di Haizhu il 20 giugno centinaia di poliziotti hanno caricato e pestato a sangue soldati in pensione scesi in piazza da giorni in modo pacifico per chiedere un aumento della pensione. Molti dei dimostranti sono stati decorati come eroi di guerra nella guerra civile dei tardi anni ‘40 o in quella con la Corea negli anni ’50 e hanno manifestato indossando l’uniforme con le medaglie ricevute. Xie Suqing, 52 anni, racconta al South China Morning Post che la polizia lo ha portato presso la stazione di Chigang e lo ha percosso fino a farlo svenire, rompendogli una vertebra. Il giorno dopo un ufficiale di polizia lo ha visitato in ospedale intimandogli di non parlare con i media. Le pensioni sono di circa 1.000 yuan mensili (circa 100 euro), mentre ufficiali di pari grado in servizio sono pagati fino a 9mila yuan. Un lavoratore migrante si dà fuoco in piazza Tiananmen: Non era pagato da mesi. Oltre il 90% dei lavoratori migranti non riceve regolarmente una paga. Molti di essi tentano il suicidio. Un migrante del Jiangsu si è dato fuoco sulla piazza Tiananmen per protestare contro il governo e i capi della sua ditta, che non gli pagano il salario. Così Wang Congan, 53 anni, del Jiangsu, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco trasformandosi in una torcia umana, mentre la piazza Tiananmen, nel cuore della capitale, era piena di turisti.”
Per ovvi motivi di spazio fermiamoci qui ma si potrebbe continuare a
lungo in questo elenco che parla della realtà di quella nazione quanto
è più del sofisticato profilo dei grattacieli del lungomare di Shangai
o delle statistiche sulla crescita del PIL. Così come ci parla della
“vera Cina” l’annuale rapporto dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”
che, pur sottolineando una certa diminuzione del numero delle
esecuzioni capitali, ricorda che nel 2006 su un totale di 5.628
condanne a morte eseguite nel mondo, ben 5.000 hanno avuto luogo sul
territorio cinese, vale a dire oltre il 90%.
E inoltre va tenuto presente che quelle di cui si parla sono le sentenze ufficialmente ammesse da Pechino ma in molti ritengono che il numero reale sia notevolmente più elevato.
Uno dei vanti del presente governo cinese è quello di essere in prima linea nella lotta al terrorismo. Peccato che mentre taccia di “terroristi” tutti coloro che cercano (nella stragrande maggioranza dei casi in modo assolutamente pacifico) di rivendicare spazi di libertà politica, sindacale o religiosa, secondo attendibili fonti riportate dalla stampa internazionale, Pechino fornirebbe armi ai terroristi iracheni e alle milizie talebane in Afghanistan. Anche se l’amministrazione Bush ha cercato di minimizzare la cosa per non aprire un imbarazzante contenzioso politico, appare evidente la gravità della vicenda.
E poi abbiamo Internet dove la censura è ferrea e le condanne per chi trasgredisce pesantissime. Il 27 agosto 2007 il governo ha bloccato 8.808 indirizzi web, e 9.593 siti. Gli oltre 137 milioni di utenti cinesi possono “navigare” solo all’interno degli angusti confini stabiliti dalle autorità e una lunga serie di argomenti sono ufficialmente dichiarati proibiti e chi cerca di affrontarli rischia di pagare un prezzo elevato per la sua curiosità. Viceversa Pechino alleva e finanzia un buon num ...
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