Clicca qui sotto sul blog che preferisci, esplora le sezioni dei video e dei blog e poi scegli!
 |
|
 |
 |
|
SCOPRI LO ZOO ESOTERICO ITALIANO!
|
|
|
|
|
|
|
 |
 |
|
 |
Scegli una data e guarda il post del giorno!
| Archivio
|
|
|
| Archivio mensile
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
|
|
| Autore: |
Piero Verni |
Creato: |
08/06/2007 18.21 |
 |

Piero Verni, giornalista, scrittore e documentarista, vive tra Milano e la Bretagna.
Da molti anni dedica la maggior parte del suo lavoro alla conoscenza della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari.
Piero Verni collabora con alcune prestigiose riviste di viaggi e geografia, con la Rai TV e la Radio Televisione Svizzera; per la casa editrice Sperling&Kupfer ha diretto per circa un decennio la collana “Tibet”. E' stato presidente dell’Associazione Italia-Tibet dalla fondazione di questo organismo (aprile 1988) al 2003.
|
Da Piero Verni il
28/04/2008 9.57
Riprendiamo a pubblicare gli aggiornamenti sulla "Marcia verso il Tibet" dalla nostra corrispondente Karma C.
Nuova Delhi, 18 aprile 2008 (ore 22.00, locali)
Questa mattina alle nove, circa 120 marciatori si sono radunati nel cortile del Gurudwara (tempio della religione Sik) di Majnukatilla, il quartiere tibetano di Delhi, per cantare l´inno tibetano. Il morale dei marciatori è alle stelle e sono tutti felici ed eccitati all´idea che dopo più di un mese stia per ripartire la "Marcia Verso il Tibet". Si tratterà della terza fase della "Marcia". La prima si è conclusa il 14 marzo scorso quando l´iniziale gruppo di 100 marciatori venne arrestato nella cittadina di Dhera (Himachal Pradesh). La seconda fase è iniziata il 16 marzo a Dhera, nel momento in cui il secondo gruppo di marciatori si mise in cammino fino alla cittadina di Ahmedpur (Punjab) dove il 23 marzo venne annunciato che la "Marcia Verso il Tibet" si sarebbe fermata per circa un mese. E domani inizierà a Delhi la terza fase. Alle 10 di mattina i marciatori si riuniranno a Raj Ghat (il luogo in cui sono custodite le ceneri di Gandhi) per pregare e rendere omaggio al Mahatma. Subito dopo i responsabili delle 5 NGO´s che organizzano la "Marcia" terranno una breve conferenza stampa per annunciare ufficialmente l´inizio della terza fase e la nuova partenza. Per quanto riguarda ieri, la Tibetan Youth Congress ha organizzato la protesta contro la sfilata della torcia olimpica a Delhi. 403 militanti della TYC, tra cui una ragazza di non ancora diciotto anni, sono stati arrestati. Sono stati prelevati dalla polizia in varie parti di Nuova Delhi e rinchiusi in differenti stazioni di polizia. In quella di Mayapuri, su 86 imprigionati, un ragazzo ed una ragazza hanno riportato fratture multiple agli arti mentre 3 ragazze sono state picchiate. Il Tibetan Solidarity Committee ha organizzato la sfilata di una torcia della libertà, alternativa a quella ufficiale che ha riscosso un enorme successo.
Karma C. (corrispondente dalla "Marcia Verso il Tibet" per: Il Blog di Piero Verni (www.olistica.tv); Dossier Tibet (www.dossiertibet.it); Associazione Italia-Tibet (www.italiatibet.org); Il Sentiero del Tibet (www.ilsentierodeltibet.it); Giotibet (www.giotibet.com); Laogai Research Foundation Italia (www.laogai.org)
P.S.: è possibile aiutare il Tibetan People's Uprising Movement facendo una donazione a partire da questa pagina web: www.tibetanuprising.org
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: > Diritti umani (free Tibet): Cinesi ammazzano tibetani
Leggi i blog di Olistica.tv: > Il blog di Piero Verni
Leggi tutto »
|
Da Piero Verni il
26/04/2008 9.24
Ma non era inutile manifestare? Allora diamo un’occhiata ai fatti.
A metà gennaio 2008, sull’edizione telematica della rivista Nouvel Observateur, uno sconsolato Dalai Lama era costretto ad ammettere che i contatti tra i suoi inviati e i rappresentanti di Pechino erano finiti su di un binario morto. Aveva infatti rivelato che nel luglio 2007 l’ultimo infruttuoso incontro tra diplomatici tibetani e cinesi si era concluso con la seguente frase di uno di questi ultimi: “Non esiste alcun problema tibetano”.
Il 4 gennaio di quest’anno, cinque Organizzazioni Non Governative (ONG) tibetane lanciavano il “the Tibetan People’s Uprising Movement”, che riapriva con forza la battaglia per la liberazione del Tibet. organizzando la “Marcia Verso il Tibet” che sarebbe partita da Dharamsala, il 10 marzo. Da subito questa iniziativa incontrò il favore di un crescente numero di tibetani dell’esilio e suscitò grandi attese in Tibet. Tutti ritenevano che l’imminente apertura dei Giochi Olimpici fornisse un palcoscenico privilegiato per contestare il governo della Repubblica Popolare Cinese.
Tra gennaio e marzo, la preparazione della “Marcia Verso il Tibet” galvanizzò anche un buon numero di organizzazioni di sostegno al Tibet e di amici internazionali della causa tibetana. Per la prima volta, dopo tanto tempo, una ventata d’aria fresca e di entusiasmo attraversava un mondo che in termini di fiducia e attivismo aveva pesantemente risentito dell’annoso immobilismo del Governo tibetano in esilio (GTE).
Il 10 marzo la “Marcia Verso il Tibet” parte da Dharamsala e cattura immediatamente una straordinaria attenzione dei mass media di tutto il mondo. Le autorità tibetane assistono in silenzio al dispiegarsi di questa iniziativa che non vedono di buon occhio, timorose che possa irritare Pechino e vanificare del tutto anche quel poco che rimane di contatti con la Cina. Sempre il 10 marzo i monaci dei monasteri di Lhasa iniziano a manifestare contro la presenza cinese in Tibet venendo brutalmente repressi dagli squadroni della Polizia Armata.
L’11 e il 12 marzo, mentre in India continua la “Marcia Verso il Tibet”ed iniziano a diffondersi voci di un imminente intervento della polizia indiana per bloccarla, a Lhasa monaci di quasi tutti i monasteri scendono in piazza in un crescendo di proteste che iniziano ad allargarsi alla popolazione civile. La polizia interviene duramente caricando e, secondo alcuni testimoni oculari, sparando. Alla fine tutti i principali luoghi di culto della capitale tibetana vengono circondati e sigillati da un duplice cordone di sicurezza in modo che nessuno possa entrare o uscire.
La mattina del 13 marzo, gendarmi di Nuova Delhi arrestano tutti i marciatori, il poeta e noto attivista Tenzin Tsundu, più tre dirigenti delle organizzazioni responsabili della Marcia. La notizia ha un eco giornalistico eccezionale e suscita una profonda emozione ovunque. Mai, negli ultimi anni, la situazione tibetana aveva ottenuto un tale risalto.
Il 14 marzo a Dharamsala il professor Samdong Rinpoche, primo ministro del GTE, chiede ufficialmente che la “Marcia Verso il Tibet” termini per non violare le leggi indiane. Le cinque ONG non ascoltano questa richiesta e decidono di andare avanti con un altro contingente di marciatori. Tra l’altro, fanno notare come la loro iniziativa si collochi all’interno di una cornice rigorosamente non violenta sia per quanto riguarda i fini sia i mezzi e si richiami esplicitamente alla gandhiana “Marcia del Sale”. Infatti tra di loro le foto del mahatma sono numerose quanto quelle del Dalai Lama. Gli arresti, la resistenza passiva dei marciatori, la volontà di proseguire con altri volontari, la diffusione delle immagini attraverso centinaia di servizi televisivi... tutto questo provoca un vero e proprio “tsunami” di simpatia verso l’iniziativa e le cinque ONG sono sommerse da migliaia di messaggi di solidarietà che le esortano inoltre a non mollare.
Nelle stesse ore a Lhasa scoppia la collera dei tibetani e la città insorge. Migliaia di persone prendono possesso delle piazze della capitale e si scagliano contro tutti i simboli del dominio cinese sul Tetto del Mondo. Decine e decine di negozi dei coloni hui, paradigma dello sfruttamento coloniale, dell’emarginazione economica, dell’arroganza del potere, fanno le spese della frustrazione, dell’esasperazione, della disperazione, della rabbia accumulate dai tibetani in quasi sessant’anni di oppressione: sono distrutti o dati alle fiamme. Per molte ore gli insorti sono padroni di vaste aree di Lhasa. La Polizia Armata è costretta sulla difensiva e non ha il coraggio di avventurarsi nelle zone degli incidenti più gravi. Le immagini riprese dalle telecamere dei poliziotti e da quelle che controllano ogni crocevia della città, fanno il giro del mondo. Il Tibet, e quanto avviene a Lhasa e/o in India, è al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale.
Il 15 marzo riprende, dal villaggio indiano di Dehra, la nuova fase della “Marcia Verso il Tibet” mentre a Lhasa continuano gli scontri e le manifestazioni. Dal tardo pomeriggio la Polizia Armata e l’esercito cominciano a ristabilire il controllo sulla città grazie a decine di autoblindo e numerosi carri armati. Viene lanciato un minaccioso ultimatum a chi resiste ancora. Dovrà arrendersi entro la mezzanotte del 17. Chi non lo farà sarà trattato “senza misericordia”.
Nei giorni seguenti a Lhasa si spengono i principali focolai della rivolta, ma insorgono decine e decine di località del Kham e dell’Amdo, oggi incorporate nelle province cinesi del Quingai, del Sechuan e del Gansu. A migliaia i tibetani scéndono in piazza sventolando la loro bandiera nazionale, chiedendo libertà e indipendenza. A Bora (area del Kham incorporata nel Gansu), un gruppo di uomini a cavallo entra nel villaggio, occupa la stazione di polizia, ammaina la bandiera rossa e la sostituisce con quella tibetana. E’ casualmente presente un cineoperatore che riprende tutto e quelle immagini hanno una copertura mediatica inimmaginabile.
La seconda metà di marzo e le prime settimane di aprile sono un incubo per il governo di Pechino, preso alla sprovvista da questo crescendo di problemi. Non solo da quanto succede in Tibet. Anche in India (dove la “Marcia” continua e i tibetani manifestano ovunque tentando in più occasioni di dare l’assalto all’ambasciata cinese di Nuova Delhi) e nelle principali città del mondo in cui si susseguono cortei, fiaccolate, comizi a favore della causa tibetana. A Vienna, un manifestante riesce a issare la bandiera del Tibet indipendente su di un balcone della legazione diplomatica (dopo aver strappato quella cinese). Ma soprattutto, per la prima volta nella sua storia, Pechino si trova a subire pressioni autentiche da parte di governi, parlamenti, uomini politici esteri che gli chiedono con una determinazione inusuale, di aprire al più presto negoziati con il Dalai Lama. Infine inizia la via crucis della povera fiaccola olimpica costretta a sfilare tra imponenti misure di sicurezza e, soprattutto a Londra e Parigi, duramente contestata da vaste folle che reclamano la libertà del Tibet (e degli altri territori occupati dalla Cina) oltre che il rispetto dei diritti umani, politici e sindacali.
Leggi tutto »
|
Da Piero Verni il
13/04/2008 11.38
Pubblico questo interessante articolo di Jamyang Norbu:
C’è un incubo ricorrente, ben noto nella psichiatria clinica, in cui il dormiente picchia un nemico ma non riesce a procurargli alcun danno. Più furiosamente si colpisce il nemico, con pugni o calci, più egli rimane esasperatamente illeso. In tutti gli anni in cui ho lavorato a Dharamsala mi è sembrato di combattere sotto il peso di una frustrazione e di una impotenza senza rimedio, spesso anche inutilmente. Sono certo che altri tibetani in Tibet e in esilio hanno provato gli stessi sentimenti. Ma ora sembra che noi ci stiamo finalmente svegliando da questo lungo incubo e cominciamo a comprendere che ciò che facciamo ha un effetto, questo fa la differenza; che noi possiamo sferrare un colpo - un duro colpo- contro il regime comunista cinese. E che anche se il nostro scopo comune dell’indipendenza del Tibet può non realizzarsi così presto come vorremmo, noi possiamo ora intraprendere dei passi concreti, fare sacrifici se necessario, per accelerare l’agenda della sua realizzazione. Come si può descrivere adeguatamente tutto quello che è accaduto (e sta accadendo) in Tibet? I media le hanno definite proteste, tumulti, dimostrazioni, disordini, perfino rivolte, termini forse adatti a descrivere un evento isolato ma completamente inadeguati a comprendere il significato della mega-esplosione del 10 Marzo di quest’anno. Si tratta di una rivoluzione. Niente di meno. Si consideri l’estensione degli eventi. Nel 1987-89, le proteste furono limitate a Lhasa e a qualche villaggio e monastero vicini ma quest’anno si sono estese fino alle lontane regioni orientali dell’Amdo e del Kham, all’interno delle province cinesi di Gansu, Sichuan e Qinghai. I nomi di questi aree critiche: Ngaba, Bora, Labrang, Mangra, Ditsa, Yulgan, Tsekhog, Tsoe, Palung, Chentsa, Rebgong, Kyegudo, Dariang, Sershul, Machu, Chigdril, Chone, Luchu, Ngaba, Serthar, Palyul, Tehor, Drango, Barkham, Tridu, Kanze, Lithang, Nyakrong e molti altri, lanciano la sfida. Porterò nella tomba la visione dei cavalieri (e ciclisti) di Bora che caricano. Nel Tibet centrale abbiamo avuto proteste e scontri a sakya, Shigatse, Samye, Toelung Dechen, Ratoe, Phenpo, Gaden, Medrogongkar, e altre aree non menzionate nel Tibet occidentale. Anche a Beijing e Lanzhou, in un mare di cinesi ostili, studenti universitari tibetani hanno organizzato coraggiosamente proteste e sit-in. Ovunque i tibetani sono venuti fuori sventolando la vecchia bandiera nazionale, gridando il loro impegno al Rangzen (indipendenza) e la loro devozione al proprio leader, il Dalai Lama. Anche dopo la repressione cinese e gli arresti di massa 30 monaci tibetani hanno protestato nel Jokhang davanti ai giornalisti stranieri condotti in tour di propaganda in città. Qualche giorno dopo, quando è la volta di funzionari governativi stranieri ad essere portati in un tour propagandistico della città, un’altra grande dimostrazione ha avuto luogo a Lhasa, nell’area di Ramoche. Inoltre ci sono state dimostrazioni, proteste, marce, e veglie da parte dei tibetani in esilio e dei loro sostenitori in quasi tutte le maggiori città del mondo. Sono state insolitamente vigorose, anche aggressive. Un tratto comune a questi eventi è stato quello di strappare la bandiera cinese dal pennone dell’ambasciata o consolato per sostituirla con quella nazionale tibetana. Ancora non ho potuto ottenere il video dello straordinario uomo-ragno tibetano che si è arrampicato con velocità e perizia sul muro dell’ambasciata cinese a Vienna e ha tirato giù l’odiata bandiera rossa. E questo ancora continua in Tibet e altrove. Molti tibetani in esilio a New York hanno abbandonato il proprio lavoro e stanno vivendo con i loro risparmi per consentire alle dimostrazioni e alle proteste di continuare. Domenica scorsa era ad un raduno organizzato dall’unico tibetano di Nashville, la capitale del Tennessee. Ero venuto giù dalla montagna in auto con la mia famiglia e gli amici e altri tibetani erano venuti – studenti, monaci e laici – guidando per molte ore dalla Georgia e dal Kentucky. Era rimarchevole la spontaneità di tutti. È vero, noi avevamo il comune obbiettivo delle olimpiadi di Pechino, ma ovunque i tibetani, a distanza di migliaia di miglia, sembravano operare su un’unica lunghezza d’onda. Alcuni dei nostri più ammirati amici del dharma direbbero che erano all’opera le nostre naturali abilità telepatiche ma Anne Applebaum, studiosa e giornalista vincitrice del premio Pulitzer (Gulag, a History), nel suo articolo del 18 Marzo sul Washington Post, fornisce una spiegazione più prosaica: telefoni cellulari. Per Applebaum gli eventi in Tibet rappresentano una manifestazione di una più ampia reazione delle “nazioni prigioniere”, uighuri, mongoli, tibetani, che si sollevano contro il dominio tirannico di un potere imperiale vecchio e straniero che ha oppresso a lungo i paesi e le società più piccole che lo circondano. Applebaum include in questa categoria anche nazioni indipendenti come la Corea del Nord e la Birmania, quindi, con grande esatezza, relega Kim Jong Il e la giunta militare birmana al ruolo di dittatori per procura di Beijing. Quasi a conferma della grande teoria della Applebaum, la Reuters riportava, solo pochi giorni fa, la notizia di grandi dimostrazioni avvenute nel Turkestan Orientale (Xinjiang). Sui fatti del Tibet la Applebaum conclude che se i leader cinesi “…non sono preoccupati dovrebbero esserlo. Dopo tutto gli ultimi due secoli sono pieni di storie di imperi forti e stabili rovesciati dai loro soggetti, indeboliti dai loro stati clienti, travolti dalle aspirazioni nazionali di piccoli paesi subordinati. Perché il 21° secolo dovrebbe essere diverso? Ieri, mentre guardavo un confuso video da cellulare di gas lacrimogeni che rotolavano nelle strade di Lhasa, non potevo evitare di chiedermi quando – forse non in questa decade, in questa generazione o neanche in questo secolo – il Tibet e i suoi monaci avranno la loro vendetta.” I tibetani, religiosi e laici, non sono un popolo vendicativo, ma non si accorderanno per niente di meno che un Tibet indipendente, ed io ho la sensazione che questo avverrà prima di quanto pensi la Applebaum. Ma Applebaum ha ragione su un punto, che questo è molto più di quanto la maggior parte della gente sia capace di comprendere. La leadership tibetana non sembra averlo compreso affatto. In un momento così profondamente storico, le azioni del governo in esilio di Dharamsala appaiono incomprensibili ed allarmanti. Il 17 Marzo il Dalai Lama ha convocato i capi delle cinque organizzazioni che si sono unite per creare il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano ed organizzare le varie dimostrazioni in India e nel mondo ed hanno anche organizzato la marcia della pace verso il Tibet. Il Dalai Lama ordina loro di fermare la loro marcia verso il Tibet. Non solo gli organizzatori sono stati costretti a fermare la loro marcia verso il Tibet da tempo pianificata, ma l’ordine di H.H. sembra aver causato la rottura della loro alleanza. Ancora, obbedendo alle direttive del Primo Ministro Samdhong Rinpoche, il gabinetto ed il parlamento in esilio hanno creato uno speciale “Comitato di Solidarietà” per assumere la guida delle varie campagne ed attività sorte ovunque nel mondo. Sembra che membri del comitato abbiano avvicinato i leader e rappresentanti di questi movimenti ed organizzazioni p ...
Leggi tutto »
|
|
|
|
|
 |
 |
|
 |
 |
|
 |
 |
|
Archivio (i video e i blog di Olistica.tv)
|
|
|
|
|
|
|
 |
 |
|
 |
|
>> LINK UTILI:
|