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Autore: Piero Verni Creato: 08/06/2007 18.21
mondi orientali

Da Piero Verni il 08/10/2007 7.07

(articolo pubblicato in Re Nudo n°100 - ottobre 2007)

Mentre sto scrivendo queste righe (3 ottobre 2007), la salma del giornalista giapponese Kenji Nagai fa il suo mesto ritorno all’aereoporto Narita di Tokyo per essere presa in consegna dalla famiglia. Il 28 settembre una pallottola sparatagli a bruciapelo da un soldato birmano, aveva letteralmente spappolato il cuore del cinquantenne video-cronista della APF News che stava filmando e fotografando la brutale repressione di una manifestazione di protesta nei pressi della Sule Pagoda di Rangoon (Yangoon).
Kenjii Nagai è una delle decine, forse centinaia, di vittime di due settimane di manifestazioni e cortei contro la giunta militare che governa da decenni con pugno di ferro la Repubblica di Myanmar (l’antica Birmania così ribattezzata dai generali in segno tangibile di rottura con il passato coloniale della regione). Paese di 55 milioni di abitanti, nella quasi totalità buddisti, la Birmania è una delle nazioni più povere dell’Asia. Gran parte della popolazione vive in condizioni economiche drammatiche con l’equivalente di meno di 50 centesimi di euro al giorno e le politiche governative l’hanno tenuta sigillata dal resto del mondo e impermeabile al miracolo economico di cui beneficiano da decenni grandi e piccole nazioni dell’area. Lo stesso turismo è soggetto ad una disciplina piuttosto stretta che ne regola severamente i flussi.
Dopo una lunga serie di guerre, nel 1886 la Birmania venne definitivamente conquistata dall’Inghilterra ed entrò a far parte dell’India britannica. Nel 1937 ne uscì e, dopo essere stato uno dei principali teatri bellici della seconda guerra mondiale (invasa dai giapponesi nel 1942 e riconquistata dagli Alleati nel 1945 con l’aiuto determinante del movimento di resistenza antifascista AFPFL guidato da Aung San, che sarà poi assassinato nel luglio 1947 da rivali politici), la Birmania diventerà una repubblica indipendente il 4 gennaio 1948.
Per poco più di una decina di anni ebbe una serie di governi democratici, nonostante fortissime tensioni interne causate in particolare dalle richieste di sempre maggiori autonomie da parte delle numerose minoranze interne. E nel 1961 fu proprio un birmano, U Thant, a diventare il primo segretario generale non occidentale dell’ONU. Ma nel 1962 un colpo di stato militare guidato dal generale Ne Win sciolse il governo e si insediò al potere instaurando un regime dittatoriale e marxista che, in nome di una fantomatica “via birmana al socialismo”, produsse danni terribili al tessuto economico e sociale della nazione. Collettivizzazioni e nazionalizzazioni, abolizione del libero scambio, messa fuori legge dei partiti politici si accompagnarono a feroci ondate di repressioni politiche e fecero calare sulla Birmania le ombre di una cupa notte autoritaria. Nel 1988 dopo una serie di rivolte studentesche a cui aveva aderito gran parte della popolazione inclusa l’ influente e numerosa (circa 600.000 persone) comunità monastica, Ne Win fu costretto a dimettersi e gli subentrò il generale Saw Maung. Questi promise libere elezioni che, per la prima volta dopo oltre vent’anni, si tennero nel 1990 e videro una forte affermazione della LND (Lega Nazionale per la Democrazia), il movimento guidato da Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San. Con 392 seggi su 485 era ampiamente in grado di governare il paese ma i militari non accettarono il verdetto delle urne e diedero vita ad un altro golpe, dichiarando nullo il risultato elettorale e procedendo a una massiccia ondata di arresti che portò in carcere i principali esponenti politici, in primis Aung San Suu Kyi, che venne poi insignita nel 1991 del Premio Nobel per la Pace ed è oggi unanimemente considerata l’esponente principale dell’opposizione al regime.

Il 24 aprile del 1992 diviene capo di stato il generale Than Shwe l’uomo forte della giunta spesso definito una sorta di ibrido, metà Pol Pot e metà Pinochet. La vita per la popolazione è sempre più difficile ma il regime si compiace di una serie di misure demagogiche. Come si è già detto, in un sussulto di retorica anti imperialistica l’antico nome di Birmania (Burma in inglese) viene cambiato in quello di Myanmar. Si costruisce, nei pressi dell’antica Yangoon, la nuova capitale Naypyidaw (letteralmente “la sede dei sovrani”) e, soprattutto, si rinsaldano gli storici legami politici ed economici con la Cina comunista che diviene il grande protettore della nuova Birmania e della sua giunta di militari golpisti. Ma nemmeno questo, riesce a migliorare la qualità della vita della popolazione che patisce la guida di uno dei regimi più inetti, rapaci e corrotti dell’intero sud est asiatico. E mentre una serie di monsoni più violenti del solito si abbatte su ampie zone del paese devastandole senza che alcun aiuto venga dal governo centrale, su Internet circolano le immagini clandestine dello sfarzoso e opulento matrimonio della figlia del generale satrapo Than Shwe.
E quando negli scorsi mesi l’aumento del combustibile si riverbera sui costi facendo lievitare all’improvviso i prezzi di tutti i generi di prima necessità, verso la fine di agosto cominciano le proteste.
“Inizialmente le piccole, spontanee, manifestazioni erano guidate da sparuti gruppi di militanti dell’opposizione democratica ancora a piede libero e coinvolgevano poche centinaia di residenti a Rangoon” ci spiega Claudio Tecchio, coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, che sta seguendo da vicino quanto succede in Birmania, “La svolta si è verificata dopo l’aggressione subita da un gruppo di monaci che si erano uniti alla popolazione per manifestare contro il carovita. Alcuni religiosi avevano infatti subito un vero e proprio pestaggio ed il loro abate aveva prontamente chiesto le scuse ufficiali ai responsabili dell’aggressione.
Scuse tardive e nuove minacce hanno quindi scatenato l’ira della locale comunità monastica che ha preso d’assalto, tra gli applausi della popolazione, i mezzi militari con i quali i gerarchi era ... Leggi tutto »

Da Piero Verni il 26/06/2007 1.19

Ricordando Tiziano in attesa dell'uscita del suo libro sulla Cambogia


Era stata annunciata per maggio (ma penso sia stata spostata a dopo l'estate non avendo ancora visto nulla in libreria) l'uscita presso l'editore Longanesi, del libro di Tiziano Terzani sull'olocausto cambogiano e il fenomeno dei "Khmer Rouge", pubblicato fino ad oggi solo in lingua tedesca (ove ci fossero state pubblicazioni in altre lingue, chiedo venia). Non appena uscirà ne parlerò certamente in questo Blog, per il momento vorrei ricordare l'amico Tiziano con queste righe dedicate al suo rapporto con il Tibet.


Tiziano Terzani e il Tibet

La prima volta che sentii parlare Tiziano Terzani di Tibet non fu di persona (all'epoca non lo conoscevo ancora) ma attraverso uno schermo televisivo. Lui non era ancora rinato in quel bel vecchio e saggio yogi dall'incolta barba bianca che ci hanno consegnato le ultime immagini di questa sua esperienza terrena. Era "solo" il corrispondente dall'Asia del settimanale tedesco Der Spiegel, dal conversare pirotecnico, con un bel volto glabro su cui spiccavano due folti baffi i neri e due occhi scuri che dardeggiavano sguardi in cui carisma, passione, intelligenza giocavano a rimpiattino con quel suo elegante accento fiorentino che non lo abbandonava mai. Se non ricordo male si era  all'inizio degli anni '80, e la Rai stava trasmettendo una lunga intervista a Tiziano che rappresentava il filo conduttore di una bella trasmissione sulla Cambogia e lui, prendendo spunto dalle avventure di Pol Pot e compagni, aveva approfittato per parlare a briglia sciolta dell'intera situazione geo-politica dell'Asia, quel continente che aveva segnato così profondamente la sua esistenza professionale ed umana.

In quel periodo pochi, pochissimi giornalisti si ricordavano che esisteva un Paese chiamato Tibet da alcuni decenni occupato illegalmente dalla Cina. Tiziano invece, mentre stava raccontando degli sforzi del principe Sianouk per ottenere l'aiuto della comunità internazionale contro l'invasione vietnamita della Cambogia, fece un parallelo tra la difficile situazione in cui si trovava il monarca cambogiano e quella altrettanto drammatica in cui si trovavano il Dalai Lama e il suo martoriato paese. In poche, concise frasi descrisse quello che era successo, e che ancora stava succedendo, sul Tetto del Mondo nel silenzio generale di opinione pubblica e governi.

Più o meno nello stesso periodo, Tiziano Terzani aveva parlato di Tibet anche in quello che, a mio modesto avviso, ancora oggi si può considerare il suo libro più intenso, appassionato e riuscito: La Porta Proibita. Uno sterminato reportage dalla Cina Popolare lungo centinaia di pagine in cui Tiziano racconta cosa Ë veramente successo in quello che fu l'Impero di Mezzo dopo la presa del potere da parte di Mao e del Partito Comunista. E all'interno di quell'affresco drammatico e impietoso (ancor più difficile per uno come lui che per anni aveva creduto profondamente nella bontà dell'esperimento maoista) c'è un capitolo dedicato al Tibet in cui l'orrore dell'occupazione cinese viene rivelato senza reticenze o ipocrisie. Certo oggi, quando il Tibet e il Dalai Lama sono finalmente usciti dal cono d'ombra in cui erano stati relegati per tanto tempo, un capitolo dedicato al Tetto del Mondo all'interno di un libro sulla Cina può sembrare poca cosa. Ma nella prima metà degli anni '80 non lo era. In quel momento le parole di un giornalista come Tiziano Terzani erano uno dei pochi elementi a cui, tutti coloro che cercavano con fatica di sollevare la questione tibetana, potevano rifarsi. Infatti, dal momento che nelle librerie La Porta Proibita era quasi introvabile, l'Associazione Italia-Tibet comprò da Longanesi le ultime decine di copie per diffonderle attraverso i propri canali.

Tra le tante fortune che mi sono capitate in questa vita, c'è stata quella di conoscere personalmente Tiziano Terzani e continuare a frequentarlo per diversi anni. Nel 1993 avevo infatti pubblicato un libricino sul Mustang, un'area tibetana che fa parte del Nepal e in cui Tiziano stava per recarsi. Un comune amico gli aveva detto che ero a Delhi, dove nei primi anni '90 lui dirigeva l'ufficio di Der Spiegel,  così mi volle incontrare per fare una chiacchierata su quel remoto angolo dell'Himalaya. Arrivò a cena vestito con un'elegante giacca di panno bianco nepalese e si mise a parlare con me come se ci conoscessimo da sempre. Voleva sapere se era vero che in Mustang la cultura tibetana era ancora quasi incontaminata, se i silenzi fossero davvero immensi come li avevo descritti nelle mie pagine, le valli così sterminate, il vento così insistente, i ... Leggi tutto »


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