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Piero Verni
14/09/2007 2.00
All’inizio di luglio ero appena arrivato a Milano dalla Bretagna (Francia nord occidentale) dove ormai vivo per gran parte dell’anno. Avevo fatto il viaggio in macchina e attraversato una Francia rurale e profonda, dal paesaggio in larga parte incontaminato dove i villaggi sono ancora le sentinelle del territorio. Per centinaia di chilometri si erano alternati davanti al mio sguardo immensi spazi in cui campagne e boschi costituivano un orizzonte in cui si rincorrevano tutte le possibili e immaginabili tonalità del verde. E la presenza dell’uomo si rivelava in architetture regionali in larga misura rispettose dell’ambiente.La Bretagna, dicevo, con le sue case bianche dai tetti d’ardesia e le finestre colorate di blu, celeste, grigio o marrone. Le sue coste selvagge, i suoi venti che inebriano, i suoi tagli di luce che accecano, i suoi cieli dalle nuvole che sembrano dipinte da Magritte, le sue tradizioni vive e non ancora ridotte a folclore, la sue scuole Diwam in cui il bretone viene insegnato insieme al francese. La Bretagna, appunto, ma non solo. Anche il Perigord, la Borgogna, lo Champagne, l’Alsazia... ti scorrono davanti e basta guardare come sono costruite le abitazioni per capire in quale regione ti trovi. Certo, non sarà il paradiso terrestre, ma la France Profonde è un luogo in cui sovente la “qualità della vita” non è solo una bella frase astratta ma una realtà concreta, vissuta, goduta.Bene, arrivato in Italia per puro caso mi capita tra le mani il Corriere della Sera del 3 luglio dove a pagina 43 troneggia questo titolo a quattro colonne: “Addio caro Sarkozy, scelgo l’Italia”. Di che cosa si trattava? Era Gilles Clément che, come gesto di sommo disprezzo per il suo paese e la maggioranza dei suoi concittadini che si erano appena espressi con un voto molto chiaro, affermava di volersi recare in una sorta di volontario esilio. La colpa della Francia e dei francesi? Avere scelto Nicolas Sarkozy e la sua proposta politica.Ora, per chi non lo conoscesse, vorrei spiegare che Gilles Clément è un distinto e affabile signore di sessantaquattro anni, dai molteplici interessi (entomologo, botanico, romanziere) e da lungo tempo impegnato nella difesa dell’ambiente. Conosciuto soprattutto per la sua teoria del “giardino planetario” e del “giardino in movimento” (cfr. in particolare Le jardin planétaire, 1999, Le Jardin en mouvement, 1991 e 2000, Manifeste pour le Tiers-paysage 2004 [ed.italiana, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2005]) messa in pratica in opere eccezionali come i giardini de l’Arche a Parigi, quelli di Valloires ad Argoules, il giardino del Château di Blois, il Parc André Citroën ed altre ancora, Gilles Clément ha fatto della difesa dell’ecosistema e soprattutto delle sue diversità biologiche la battaglia della propria vita.Eppure un intellettuale del suo calibro e della sua raffinatezza non riesce a sfuggire alla prigione degli stereotipi, dei pregiudizi, delle demonizzazioni. Per lui la Francia è ormai un luogo da cui scappare a gambe levate, una nazione in cui si stanno per avverare le nefandezze più invereconde ad opera del lupo mannaro appena andato al potere. Per dirla con le sue parole riportate nel citato articolo del Corriere della Sera, “Con il voto del 6 maggio la Francia ha scelto un progetto che impegna tutti i cittadini nella meccanica distruzione del pianeta. Per questo ho deciso di annullare la totalità degli impegni presi con servizi pubblici e privati sul territorio francese. Ho voluto prendere subito le distanze da questo governo, perché non voglio più lavorare con le istituzioni, rischierei di apparire come un amico di Sarkozy”.Purtroppo, e con grande dispiacere, mi pare proprio che si possa prendere questo atteggiamento di Gilles Clément ad esempio di quella guache caviar a cui avevo dedicato un articolo (pochi se lo ricorderanno, comunque chi volesse leggerlo lo può trovare sul mio blog all’interno del portale www.olistica.tv) all’indomani delle elezioni presidenziali francesi del 2002. E’ la sinistra al caviale, incapace di vedere al di là dei suoi circoli letterari, dei suoi salotti sofisticati, della sua retorica repubblicana, dei suoi cinguettii trotzkisti. Incapace soprattutto di dibattere con l’avversario politico senza doverlo per forza trasformare in un mostro, in un lupo mannaro, nell’incarnazione stessa del male. Lasciando perdere il fatto, pur non trascurabile, che la demonizzazione non paga (non ha pagato in Italia con Berlusconi e ancor meno ha pagato in Francia con Sarkozy), l’abitudine a non voler entrare in un rapporto dialettico con “l’altro” a mio modesto avviso sta producendo guasti non indifferenti nello stesso tessuto antropologico della sinistra. Nel suo modo di pensare, nel suo operare politico, nel suo vivere quotidiano.Riflettete, ad esempio, sull’errore madornale fatto da Ségoléne Royal negli ultimi giorni della campagna presidenziale quando evocò lo spettro dell’insurrezione delle banlieues nel caso di vittoria di Sarkozy. Ora, a parte che come si è visto, si trattava di una solenne sciocchezza, anche fosse stato vero avrebbe voluto dire che l’elezione del presidente della repubblica sarebbe dipesa dagli umori delle minoranze estremiste delle periferie della cintura metropolitana di Parigi. E poiché in quei giorni la partita si giocava sulla capacità di attrarre la maggior parte dei voti (un tutt’altro che trascurabile 18%) che al primo turno aveva raccolto il candidato centrista François Bayrou, il risultato di quell’infelice uscita si è poi rivelato catastrofico per la candidata socialista. E dato che Ségoléne è tutt’altro che stupida, mi viene da pensare che un errore tanto marchiano sia dipeso proprio dall’incapacità a sottrarsi al riflesso “pavloviano” di demonizzare l’avversario.E a questo punto vorrei spendere qualche parola sul lupo mannaro Sarkozy. Io, come del resto André Glucksmann (cfr. “Scelgo il lupo”, Corriere della Sera, 03-05-2007, pag. 42) e altre persone di sinistra, non nascondo di seguire con curiosità e simpatia Nicolas Sarkozy, attendendolo ovviamente alla prova dei fatti. E se fossi francese probabilmente avrei votato quest’uomo che la notte della vittoria elettorale a Place de la Concorde, davanti a una marea di sostenitori in delirio che indirizzavano sonore salve di fischi alla volta della sconfitta Ségoléne Royal, li zittì dicendo: “Questa sera vi domando di essere generosi, di essere tolleranti, di essere fraterni, vi domando di tendere la mano, vi domando di dare un'immagine della Francia riunita...”.Sarkozy dunque, il lupo mannaro che ha promesso la rotture con tutti i clichés, i tic, le paludi della vecchia politique politicienne e che ha fatto quasi scomparire Le Pen e il suo Front National dalla scena politica francese. Ed è riuscito a svuotare il serbatoio elettorale dell’estrema destra lepenista senza scendere a compromessi, senza patteggiamenti più o meno occulti, senza inseguirla sul terreno della retorica e della demagogia. Giustamente uno degli ultimi numeri de Le Nouvel Observateur titolava: "La fin des années Le Pen", infatti i voti che questo tribuno razzista ed antisemita era riuscito a catturare per oltre un ventennio, sono finalmente tornati nelle più presentabili aree da cui erano arrivati. E Le Pen, dopo essere sceso sotto il 10% alle presidenziali, con uno scarso 5% alle legislative non è riuscito a mandare nemmeno un deputato nel nuovo parlamento (adieu monsieur Le Pen, non rimpiangeremo certo la vostra volgarità, il vostro antisemitismo, il vostro odio per ogni "diverso"). Rimane solo il dispiacere che l'uscita di scena di un tale personaggio non sia stata opera di una sinistra in grado di comprendere come la risposta sbagliata rappresentata dal voto lepenista poggiasse in larga misura su un disagio reale ed effettivo di tanti ceti popolari che sceglievano Le Pen come estrema protesta nei confronti di un mondo politico sempre più distante dai loro problemi.Il governo che Sarkozy ha formato tiene fede alla sua volontà di rottura. Un esecutivo ridotto a soli quindici ministri, di cui ben sette donne (che gestiscono i ministeri chiave di giustizia, interni ed economia) e gli esteri al socialista Bernard Kouchner, fondatore dell'organizzazione Medici Senza Frontiere ed uno dei personaggi più impegnati sul fronte della solidarietà internazionale. Fadela Amara, anima e presidente del movimento femminista Ni putes ni soumises, è stata nominata segretario di stato per la Politique de la Ville e il sindaco socialista di Mulhouse, Jean-Marie Bockel, è il nuovo segretario di stato per la Cooperation et la francophonie. Infine Sarkò ha sostenuto con convinzione la candidatura di uno dei massimi esponenti del Partito Socialista, Dominique Strauss-Kahn, alla direzione del Fondo Monetario Internazionale ed ha nominato una delle icone della stagione mitterandiana (e più volte ministro di governi socialisti) Jack Lang, vicepresidente del “Comitato dei 13 saggi” incaricato di lavorare su di un progetto di riforma istituzionale.Bene, tornando a Gilles Clément: con tutto il rispetto e la simpatia per il suo lavoro e la sua persona, vi sembra questa la nazione da cui si debba fuggire inorriditi? Il paese con cui non si può più collaborare per tema di essere considerati amici o conniventi del lupo mannaro? Per inciso ricordo che il Partito Socialista, evidentemente preda di riflessi pavloviani da Terza Internazionale, ha espulso immediatamente e con disonore Kouchner e tutti i socialisti che hanno accettato di impegnarsi nel nuovo governo. Ma se così stanno le cose, dovremmo quindi tutti, anche coloro che -come chi scrive- si ostinano a considerarsi militanti di una sinistra ideale laica, tollerante, libertaria, solidale ma non lassista, attenta ma non cieca, gridare “viva Sarkò” come ha fatto
Maria Giovanna Maglie in un suo recente articolo? Forse no, ma ancora meno dovremmo accodarci a reazioni umorali e claustrofobiche come quelle di Gilles Clément.Piuttosto consiglierei di seguire con attenzione critica quanto avverrà a Parigi nei prossimi mesi ed anni e vedere se a questo inizio promettente seguirà un’azione di governo positiva, dinamica, concreta e fuori dagli schemi come promesso in campagna elettorale. Che le cose andranno in questo modo non ci metterei la mano sul fuoco ma confesso che ci spero. Come spero, anche se le prime reazioni non paiono molto incoraggianti, che questa sconfitta possa servire al Partito Socialista per rifondarsi, per tornare ad essere quella forza propulsiva, vivace e stimolante che era all'inizio dell'era Mitterand nei primissimi anni '80.Ma parlavamo di Gilles Clément. Sfortunatamente non solo la sua analisi del futuro della Francia è del tutto fuori bersaglio ma pensate un po’ quale nazione pensa di scegliere come patria di esilio? L’Italia! Da non credersi, l’Italia intesa come luogo (secondo quanto riporta il Corriere della Sera) in cui: “... si può difendere la natura”. E qui siamo veramente al paradosso, al surreale, al fantascientifico. L’Italia della devastazione ambientale, dei cumuli di rifiuti lasciati all’aria aperta, degli obbrobri architettonici, delle villette dei geometri, della cementificazione delle coste, delle devastazioni edilizie, eccetera, eccetera, eccetera.Va bene, Clément andrà in Sardegna per creare un “giardino planetario” all’interno del Parco Tuvixeddu, ma questo non lo autorizza a rilasciare all’Italia patenti di buon governo dell’ecosistema dal momento che le cose stanno ben diversamente. Il giorno dopo l’esternazione di Clément infatti, leggevo un articolo di Asor Rosa non a caso intitolato “Questa Italia di cemento” (Repubblica, 04-07-2007 pag. 58-59). Le cifre e i dati sono impressionanti. Uno per tutti: negli ultimi dieci anni in Italia si è costruito in ragione di 53 metri cubi per ogni cittadino. Una vera follia, che lo stesso Francesco Rutelli ha bollato come “alluvione cementizia” di cui però le amministrazioni di sinistra non sono meno colpevoli di quelle di destra. Scrive infatti Asor Rosa, “Insomma: non c’è nulla che sia stato bipartisan in Italia quanto l’alluvione cementizia”. Basta dare un’occhiata al degrado della regione rossa per eccellenza, l’Emilia-Romagna, per rendersene conto.Ma purtroppo lo stato drammatico in cui versa l’Italia tocca anche l’altra grande regione rossa, la Toscana, che in genere viene considerata in prima linea nella difesa del suolo e dei suoi patrimoni. Pensavate che valli e litorali toscani, da sempre governati da giunte “democratiche”, fossero al riparo dalle rapaci politiche anti-ambientali di marca biecamente berlusconiana? Beh, vi sbagliavate. Sempre dall’articolo di Repubblica: “Secondo i dati Istat citati dal Comitato per la bellezza, presieduto da Vittorio Emiliani, dal 1999 al 2003 la Toscana ha perso 169mila ettari di territorio a causa del cemento per case, stabilimenti industriali e infrastutture, con un’erosione del 10,2 per cento della sua superficie, un’erosione superiore alla media italiana (9,5 per cento) e persino a quella di regioni come il Lazio che, pur comprendendo Roma dove l’edificazione galoppa, si ferma al 9,2”. E i problemi di cementificazione riguardano un po’ tutta la regione. Firenze, la provincia di Siena, la Val d’Orcia, Prato, Lucca, Impruneta, San Macario, San Casciano e via andare. La Toscana certo, ma non solo. E’ tutto quello che un tempo veniva chiamato “il Bel Paese” ad offrire un pietoso spettacolo sotto il profilo della difesa del territorio e del patrimonio artistico, della sensibilità ambientale.Indipendentemente da chi è al governo nazionale, regionale, provinciale o municipale. Sono i frutti della “mutazione antropologica” e del “genocidio culturale” avvenuti in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ’50 e di cui parlava con angoscia Pasolini nell’ultimo periodo della sua vita. A fronte di questo scenario fosco, Repubblica parla anche dei numerosi tentativi che si fanno per contrastare la deriva cementizia. Sono sorti comitati che cercano almeno di salvare il salvabile ma hanno vita dura avendo contro l’intero arco delle burocrazie di partito. Soprattutto di quelle trasversali del potente Partito dei Profitti mai sazio e mai domo. Comunque, mitigando gramscianamente il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà (o -se mi si perdona l’accostamento- per dirla con il Dalai Lama: “pensando al meglio preparandoci al peggio”), speriamo che qualcosa possa cambiare, soprattutto nella sensibilità della gente comune.Per questo, tornando all’inizio di questa chiacchierata, vorrei dire a Gilles Clément di venire a stabilirsi in Italia. Ma non per sfuggire alle improbabili fauci del lupo mannaro Sarkozy. Perché è qui, in questa martoriata italietta che si ha bisogno dei “giardini planetari e in movimento” e di qualche spirito nobile che aiuti gli italiani a comprendere l’importanza della biodiversità, dell’ambiente, dell’ecosistema. In questo caso, e per una volta, forse si dovrebbe gioire delle idiosincrasie e delle nevrosi della gauche caviar. Benvenuto Gilles, con tutta la bellezza dei tuoi jardins en mouvement e la poesia del Terzo Paesaggio.
Piero Verni
Per approfondire:
Guarda i video di Olistica.tv: Free Tibet
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